La presenza incarnata di una comunità monastica

©P. E.Bordello

Di PADRE EMANUELE BORDELLO
Maestro dei novizi della Comunità monastica di Camaldoli

 

Mettere in comune la vita
Gioco a carte scoperte: parlo come membro di una comunità monastica, quella di Camaldoli. Comunità significa per noi, monaci, una cosa molto semplice e molto concreta: vivere insieme. Si tratta di un vecchio sogno, coltivato fin dai primordi dell’era cristiana, di condividere radicalmente i beni, il tempo, i progetti, insomma: la vita. «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (Atti degli apostoli 2, 44). Le nostre giornate sono scandite dallo stesso ritmo, al suono della campana. I beni che abbiamo per vivere sono posseduti in comune, così come le automobili, gli attrezzi necessari al lavoro, e tutto il resto. Sottolineo questo per sottrarre la comunità a un’idea un po’ vaporosa, associata al fatto di condividere, più o meno virtualmente, interessi, ideali, gusti, passioni…: cose preziose, certo, ma che costituiscono solo un segmento della vita. Nella nostra comunità, a essere condivisa è la vita stessa.
Certo, non si tratta di una condivisione “totalitaria”: rimangono pur sempre spazi, necessari e benefici, di espressione delle singole personalità, ognuna con i suoi doni e le sue capacità, ognuna con le sue attività e i suoi linguaggi prediletti, ognuna con la sua componente di solitudine che non può mai essere cancellata o ignorata… Tuttavia, il progetto di vita è condiviso, la preghiera liturgica è condivisa, così come anche tutti gli aspetti più semplici e materiali dell’esistenza, a cominciare dai pasti, consumati insieme. Solo il riposo, lo studio e la meditazione personale prevedono uno spazio intimo, la cella, che al Monastero è la stanza del monaco, affacciata su un chiostro, all’Eremo una vera e propria casetta con un piccolo giardino; il resto si svolge in luoghi comuni.

 

San Benedetto 2025 ©Comunità di Camaldoli

La comunità è un corpo di carne
La comunità non è una connessione virtuale, ma un corpo di carne, costituito da legami fisici. Certo, in quanto comunità monastica, la nostra comunanza è anzitutto di tipo spirituale: ovvero, non viviamo insieme perché siamo parenti, uniti da legami di sangue. Tuttavia, la spiritualità non è una realtà disincarnata: non si tratta di condividere una vaga ispirazione o una dottrina teorica, oppure momenti occasionali ed elettivi. Si tratta invece di vivere insieme la ferialità dell’esistenza, con le sue gioie e le sue fatiche, scommettendo sul valore e sulla fecondità di un legame stabile e fedele.
Ciascuno di noi è una presenza fisica, corporea, ognuno con i tratti distintivi che lo caratterizzano in modo inconfondibile. La comunità è composta da un mosaico di tessere singolari che compongono il disegno d’insieme. Siamo diversissimi, per età – andiamo dai 24 ai 96 anni! – come per provenienza, dalla Puglia alla Val d’Aosta, dalla Tanzania alla Cina. Diversa è la nostra formazione, diversi sono i nostri gusti e le nostre abitudini. C’è chi prenderebbe tre razioni di risotto e chi quattro di dessert… chi è vegetariano, e chi adora i salami e gli affettati. Vivendo insieme, impariamo a conoscere queste singolarità – ormai posso riconoscere dal suono dell’andatura, senza guardare, il passo di quasi tutti i miei confratelli… – e ad apprezzarle.
Più seriamente, impariamo a fare i conti con i doni e con le fragilità di ciascuno, in una convivenza non sempre facile, ma comunque stimolante e arricchente. La comunità, infatti, si illumina di colore in base alla varietà concretissima delle persone che la compongono. Per i credenti in Cristo, questo viene letto alla luce della fede: siamo tutti membra di un unico corpo (cfr. prima Lettera ai Corinzi di san Paolo, cap. 12), ognuno ha le sue caratteristiche proprie e svolge mansioni diverse, ma tutti sono indispensabili, nessuno potrebbe dire di fare a meno degli altri. Tutti vanno onorati, e particolarmente i membri più deboli, come i giovani o gli anziani: è quanto san Benedetto, il grande legislatore del monachesimo occidentale, non cessa di raccomandare nelle indicazioni della sua Regola.

 

Vespro in foresta ©Comunità di Camaldoli

La comunità e il suo ambiente
Una comunità s’incarna nel suo luogo di vita, nel suo habitat. La nostra comunità vive da sempre in “simbiosi” con l’ambiente naturale di Camaldoli: con l’acqua, che sgorga abbondante, fino a dare l’antico nome alla località del monastero, Fonte Buono; e soprattutto con la foresta, che i monaci nel corso dei secoli hanno plasmato e curato. L’abete bianco, l’albero dominante in queste foreste – ora Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi –, è stato piantato dai monaci, con una saggia regolazione per rinnovare il rimboschimento, pur traendo profitto dal taglio e dalla vendita del legname, che veniva trasportato via il fiume Arno che attraversa il fondovalle. Nelle nostre Costituzioni tardo-medievali è presente come un “codice forestale”, per disciplinare la gestione della foresta, in una logica di custodia e di cura.
Per noi, potremmo dire, gli alberi parlano! In un testo del XII secolo, il Liber Eremitice Regule, si attribuisce alla natura una capacità di “parlare” alla vita dei monaci, suggerendo loro utili virtù. Ad esempio, l’abete, slanciato verso l’alto, rinvia alla contemplazione delle realtà divine, mentre il bosso, pianta bassa ma sempreverde, rinvia all’umile perseveranza; l’acacia, con le sue spine, è simbolo della correzione fraterna, mentre l’olivo lo è di pacificazione e di mitezza.

 

Incontrarsi per costruire il futuro
La comunità monastica è arricchita in modo decisivo, da sempre, dalla presenza di ospiti, che nei suoi chiostri trovano un fecondo luogo d’incontro e di ristoro. Fin dalla fondazione di Camaldoli, intorno al 1025, poco sotto l’Eremo è stato previsto un Hospitium, per accogliere i pellegrini e curare i malati – da cui la presenza di un’Antica Farmacia; presto si è trasformato in Monastero, luogo di formazione dei novizi e di gestione delle attività economiche, oltre che di accoglienza. Oltre a tanti anonimi pellegrini, comunque preziosi, già nel XV secolo sono passati ospiti illustri che hanno lasciato il segno: penso in particolare a un gruppo di umanisti platonici, come Cristoforo Landino e Marsilio Ficino, che insieme a Lorenzo de’ Medici, nelle sale della Foresteria di Camaldoli, discutevano sul rapporto tra vita attiva e vita contemplativa.
Importante da ricordare anche un incontro più recente, nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale: le sorti del fascismo essendo ormai segnate, un gruppo di cattolici lungimiranti, raccogliendo un impulso di Pio XII, pensano alla ricostruzione civile e morale di uno Stato su altre basi rispetto a quelle del fascismo, con una visione diversa della persona e delle sue relazioni, e del rapporto tra individuo e comunità. Il documento che ha origine da quell’incontro, il cosiddetto Codice di Camaldoli, contiene alcuni elementi che verranno ripresi nella nostra Carta costituzionale: lo ha ricordato un convegno svoltosi nel 2023, a ottant’anni dallo storico incontro, in presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Meno noti, ma comunque significativi, sono incontri che da decenni si ripetono ogni anno, come quelli promossi dalla Fuci per la formazione degli universitari, o quelli organizzati insieme alla rivista Il Regno di Bologna, per riflettere sui fondamenti del nostro vivere politico, oppure i “Colloqui ebraico-cristiani”, che cercano di alimentare un legame di conoscenza e stima reciproca tra ebrei e cristiani, superando pregiudizi e drammatiche incomprensioni del passato. E poi ancora tanti altri incontri anonimi, di persone che vengono a Camaldoli per riflettere, per formarsi e per dialogare, convinti che il fatto di incontrarsi di persona, in carne ed ossa – alternando magari discorsi più seri e quelli più leggeri, innaffiati da un bicchiere di Laurus, il famoso liquore prodotto dai monaci – rappresenti un plusvalore insostituibile, che nessuna formazione virtuale potrà mai fornire.


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