Generare energia sociale: 10 anni di #Oltreiperimetri

©Federico Gaudimundo

Di FEDERICO GAUDIMUNDO
#Oltreiperimetri, Coordinatore Progetto Welfare in Azione[1]

 

Ci sono progetti che nascono per rispondere a un bisogno specifico e ci sono esperienze che, nel tempo, diventano molto di più della somma delle azioni che le compongono. Diventano dispositivi di lettura del territorio, occasioni di apprendimento collettivo, infrastrutture leggere ma persistenti, capaci di modificare il modo in cui una comunità guarda a se stessa, alle proprie fragilità e alle proprie risorse. #Oltreiperimetri appartiene a questa seconda categoria.
Nato nel Rhodense come progetto di innovazione sociale, nel corso di un decennio ha progressivamente assunto la forma di un vero e proprio generatore di energia sociale: un sistema capace di intercettare vulnerabilità spesso invisibili, attivare legami, costruire spazi di prossimità e trasformare i cittadini da destinatari di interventi a co-produttori di risposte.
La parola “energia”, in questo senso, non è soltanto una metafora. Rimanda alla possibilità che, dentro una comunità, esistano forze latenti, spesso disperse, che possono essere rimesse in circolo quando qualcuno crea le condizioni perché ciò avvenga. Elemento chiave riconoscere i problemi, condividerli, farli uscire dall’isolamento individuale e provare a costruire attorno ad essi una responsabilità collettiva. Questa è stata, fin dall’inizio, la scommessa di #Oltreiperimetri.

Un’alleanza per innovare il welfare
Ogni esperienza territoriale che vuole produrre cambiamento ha bisogno di un’alleanza. Non basta una buona intuizione, non basta un progetto scritto bene, non basta nemmeno una rete formale di partner. Serve un mandato condiviso, sufficientemente chiaro da orientare l’azione e sufficientemente aperto da permettere apprendimento, correzioni, deviazioni.
Nel caso di #Oltreiperimetri, l’alleanza iniziale si è costruita attorno a un mandato preciso: innovare l’attuale sistema di welfare rafforzandone la dimensione comunitaria. Un mandato che ha visto insieme soggetti istituzionali, enti del terzo settore, fondazioni e realtà territoriali, accomunati dalla volontà di modificare il paradigma stesso dell’intervento sociale.
Per molti anni il welfare locale ha lavorato, necessariamente, dentro una logica prevalentemente riparativa: una persona o una famiglia si trovano in difficoltà, il servizio sociale intercetta il bisogno, valuta la situazione, attiva una prestazione, una misura, un sostegno. È un modello importante, che ha garantito diritti, protezione e presa in carico.
Le vulnerabilità contemporanee però non si presentano sempre nella forma netta dell’esclusione conclamata. Molto spesso abitano zone intermedie: famiglie che non sono formalmente povere ma che scivolano verso condizioni di forte precarietà; persone che perdono progressivamente reti relazionali; nuclei che reggono finché non interviene un evento critico – la perdita del lavoro, una separazione, una malattia, la nascita di un figlio, un carico di cura improvviso, l’aumento dei costi dell’abitare, la perdita di un coniuge.
10 anni fa un padre di famiglia, appena rimasto vedovo, si presentò ai servizi sociali del proprio comune, chiedendo un’assistenza domiciliare: non aveva nessuno che potesse accompagnare i propri figli a scuola. Né un amico, né vicino, né un conoscente.

Il nostro “’Paziente zero”
In questo spazio grigio, che potremmo definire il territorio del “ceto medio impoverito”, i confini tra autonomia e fragilità si fanno mobili. Le persone spesso non chiedono aiuto, o lo fanno tardi. Non si riconoscono nei servizi tradizionali, temono lo stigma, vivono il problema come un fallimento personale. La vulnerabilità, prima ancora che economica, diventa relazionale e simbolica: evaporano i legami sociali, si restringono gli orizzonti, diminuisce la fiducia. È qui che #Oltreiperimetri ha provato a collocarsi: non al posto del welfare tradizionale, ma accanto e oltre esso, costruendo una soglia diversa di accesso, una forma più prossima, più informale, più comunitaria di incontro con le persone.

L’antagonista: la vulnerabilità che isola
Ogni narrazione ha un antagonista. Nel caso di #Oltreiperimetri l’antagonista è stata la vulnerabilità, o meglio LE vulnerabilità che tendono a produrre isolamento.
La povertà economica è certamente una dimensione rilevante, ma non esaurisce il campo. Accanto ad essa ci sono la solitudine, la fatica educativa, la fragilità abitativa, l’indebitamento, la perdita di lavoro, la mancanza di reti di supporto, la difficoltà a orientarsi tra opportunità e servizi. C’è, soprattutto, la sensazione di essere soli di fronte a problemi che appaiono privati, individuali, quasi colpevoli.
La vulnerabilità, se resta chiusa dentro il perimetro individuale, tende a restringere la vita. Produce vergogna, immobilità, rinuncia. Se invece trova un contesto in cui essere nominata, ascoltata e attraversata insieme ad altri, può diventare una soglia di cambiamento.
È in questo senso che l’esperienza di #Oltreiperimetri assume una rilevanza pedagogica. Il progetto -nell’attivare laboratori, incontri, gruppi o percorsi – produce anche contesti in cui le persone possono rileggere la propria condizione, scoprire risorse, riconoscere competenze, rimettersi in gioco.

©#Oltreiperimetri

La scommessa: un nuovo paradigma
La scommessa di #Oltreiperimetri è stata quella di assumere la comunità locale come soggetto attivo del welfare.
Questo significa, innanzitutto, riconoscere che i problemi sociali non appartengono esclusivamente a chi li vive in prima persona. Sono anche il prodotto di contesti, relazioni, sistemi di opportunità, culture locali, dispositivi istituzionali. E significa, allo stesso tempo, riconoscere che dentro quei medesimi contesti esistono risorse: competenze diffuse, disponibilità, luoghi, gruppi informali, associazioni, cittadini che possono contribuire alla costruzione di risposte.
Il welfare comunitario e generativo si colloca esattamente in questa tensione: tra il bisogno individuale e le risposte collettive, connettendo i servizi, a una rete più ampia, creando condizioni perché la partecipazione dei cittadini possa essere reale, sostenibile, accompagnata.
La comunità, in questa prospettiva, è naturalmente attraversata da conflitti, disuguaglianze, fatiche, chiusure. Non basta evocarla perché si attivi. Va costruita, curata, continuamente riaperta. Per questo #Oltreiperimetri ha assunto fin dall’inizio un metodo fondato su tre pilastri operativi.
Il primo è la condivisione dei problemi e la co-progettazione delle soluzioni. Non si tratta di chiedere genericamente ai cittadini cosa desiderano, ma di costruire dispositivi concreti in cui operatori, istituzioni, organizzazioni e abitanti possano leggere insieme le questioni e immaginare risposte praticabili.
Il secondo pilastro riguarda la costruzione di legami sociali solidi tra persone, istituzioni e organizzazioni. Senza legami, ogni intervento resta fragile, puntuale, destinato a esaurirsi. Con i legami, invece, anche un’azione piccola può produrre continuità.
Il terzo pilastro è forse il più radicale: chiunque porti dei bisogni porta anche delle risorse. Questo principio rovescia una rappresentazione ancora molto diffusa, secondo cui alcune persone sarebbero soltanto destinatarie e altre soltanto erogatrici di aiuto. Nella realtà, ogni persona può attraversare momenti di bisogno e, al tempo stesso, essere portatrice di capacità, tempo, saperi, relazioni, desideri. Il lavoro educativo e comunitario consiste anche nel rendere visibile questa doppia dimensione.

©#Oltreiperimetri

Gli #OP Café: luoghi non stigmatizzanti
Una delle intuizioni operative più significative di #Oltreiperimetri è stata la costruzione degli #OP Café: laboratori di comunità, spazi pubblici non stigmatizzanti, aperti a cittadini, associazioni e operatori.
La scelta del luogo è tutt’altro che secondaria. I servizi sociali tradizionali, per quanto fondamentali, possono essere percepiti da molte persone come soglie difficili da attraversare. Portano con sé un immaginario di presa in carico, valutazione, bisogno certificato. Gli #OP Café hanno provato a costruire un’altra porta d’ingresso: più leggera, più quotidiana, più vicina ai linguaggi della socialità. In questi spazi le persone non entrano unicamente mosse da un bisogno Possono partecipare a un’attività, chiedere un’informazione, incontrare altri, proporre un’idea, offrire tempo, raccontare una difficoltà. La dimensione informale non significa assenza di competenza professionale; significa, al contrario, costruzione intenzionale di un contesto in cui la relazione possa nascere prima della categorizzazione del bisogno.
Da questi luoghi sono nate micro-reti di aiuto gratuite, gestite dai cittadini: esperienze come lo spazio compiti, il guardaroba amico, gruppi di supporto, scuole di italiano, iniziative di prossimità. Azioni apparentemente semplici, ma capaci di produrre effetti rilevanti perché collocate dentro un sistema di relazioni e non dentro una logica prestazionale isolata.
Il valore di queste esperienze sta principalmente nella trasformazione che generano nei partecipanti. Chi riceve un aiuto può, nel tempo, diventare a sua volta risorsa. Chi entra per un bisogno può scoprire di avere competenze utili ad altri. Chi si percepiva ai margini può trovare un ruolo.

Le fasi di un’evoluzione
Guardando retrospettivamente al percorso di #Oltreiperimetri, è possibile riconoscere alcune fasi evolutive.
La prima fase è stata quella del posizionamento. Nei primi anni il progetto ha dovuto costruire le proprie condizioni di esistenza: contrastare direttamente le vulnerabilità, popolare gli #OP Café con servizi attrattivi legati al lavoro, alla casa, al risparmio, allestire il dispositivo centrale dei laboratori di comunità, creare le condizioni di lavoro con la cittadinanza attiva. Era la fase in cui occorreva rendere visibile e credibile una proposta nuova.
La seconda fase è stata quella del consolidamento. Gli #OP Café si sono diffusi sul territorio, arrivando a coprire in modo più ampio il Rhodense. I laboratori di comunità hanno acquisito progressiva autonomia. Nuovi gruppi informali sono stati agganciati attraverso strumenti dedicati, come il bando #Operazione di Comunità: un bando con cui abbiamo finanziato le idee di gruppi informali di cittadini che avessero una ricaduta sul territorio: la riqualificazione di uno spazio pubblico, l’impianto di orti sospesi per disabili, le attività di un coro di paese ecce cc.
In parallelo, il progetto è entrato più stabilmente nel sistema dei servizi territoriali e nella cornice della co-progettazione.
Questo passaggio è importante perché segna l’uscita da una dimensione puramente sperimentale. Un progetto innovativo, se resta sempre e solo sperimentazione, rischia di diventare episodico, dipendente dall’entusiasmo iniziale o da una specifica finestra di finanziamento. Consolidare significa invece costruire continuità, ruoli, procedure, riconoscimento istituzionale, senza perdere la capacità di adattarsi.
La terza fase può essere definita di infrastrutturazione. #Oltreiperimetri non è più soltanto un insieme di azioni distribuite, ma diventa progressivamente una piattaforma sociale interconnessa. Le persone si riconoscono come parte di una scommessa collettiva unica. Avviene uno scambio di esperienze tra contesti territoriali diversi e il progetto viene identificato come una grande infrastruttura di welfare.
La parola infrastruttura, in questo caso, va intesa in senso ampio, indica l’insieme di relazioni, luoghi, pratiche, linguaggi e dispositivi che rendono possibile l’azione collettiva. Una comunità ha bisogno di infrastrutture materiali, ma anche di infrastrutture sociali: spazi dove incontrarsi, figure capaci di connettere, narrazioni condivise, procedure per accogliere nuove energie, meccanismi per sostenere chi si attiva.
La quarta fase, più recente, è quella della cura di comunità. Qui il progetto ha iniziato a misurarsi con una sfida ulteriore: passare da una dimensione prevalentemente orizzontale, centrata sull’attivazione diffusa e sulla socialità, a una prospettiva più verticale e targettizzata, capace di dialogare con i servizi tradizionali e con bisogni più specifici.
La cura di comunità chiede di tenere insieme prossimità e competenza, informalità e presa in carico, partecipazione e continuità. È una sfida particolarmente delicata perché impone di non perdere l’anima comunitaria proprio nel momento in cui si entra in relazione con sistemi più strutturati.

©#Oltreiperimetri

I dispositivi di successo
Ogni esperienza complessa produce apprendimenti. Alcuni riguardano ciò che ha funzionato, altri ciò che non ha funzionato o ha funzionato meno del previsto. Nel caso di #Oltreiperimetri, tra i dispositivi di successo se ne possono individuare alcuni particolarmente rilevanti.
Il primo è l’identità di sistema. Avere un marchio riconoscibile, una cornice narrativa comune, un’appartenenza condivisa non è un elemento decorativo. È un fattore abilitante. I partner storici hanno sacrificato una parte della propria visibilità specifica per costruire un’identità collettiva più forte. Questo ha generato senso di appartenenza, riconoscibilità pubblica e continuità. In un contesto in cui spesso ogni organizzazione è spinta a presidiare il proprio perimetro, scegliere un’identità comune è già un atto politico e pedagogico.
Il secondo dispositivo è rappresentato dai connettori. Il Community Manager e l’équipe stabile sono stati figure centrali: non semplici coordinatori, ma facilitatori capaci di presidiare gli accessi, mediare conflitti, sostenere motivazioni, accompagnare processi. La comunità non si auto-organizza per decreto. Ha bisogno di figure che sappiano stare nelle soglie, tradurre linguaggi diversi, vedere connessioni possibili dove altri vedono frammenti.
Questa funzione connettiva è spesso poco visibile, ma decisiva. È fatta di riunioni, telefonate, ascolti informali, manutenzione delle relazioni, gestione delle delusioni, cura delle aspettative.
Il terzo dispositivo è la governance sostenibile: #Oltreiperimetri ha compiuto il passaggio da progetto finanziato da bando a co-progettazione strutturale, coperta dalla spesa corrente dei Comuni. Anche questo è un apprendimento fondamentale. L’innovazione sociale non può vivere soltanto di bandi temporanei. Se produce valore, deve trovare forme di istituzionalizzazione intelligenti, capaci di garantire stabilità senza irrigidire eccessivamente i processi.
Il quarto dispositivo è quello che potremmo chiamare “foglio bianco”. Nei primi anni il progetto ha avuto tempo e risorse per sperimentare pratiche nuove, sbagliare, imparare, agire senza l’ansia di risultati immediati. È un elemento raro e prezioso. Molti progetti sociali sono costretti a dimostrare troppo presto la propria efficacia, prima ancora di avere costruito le condizioni per generarla. #Oltreiperimetri ha potuto abitare una temporalità più lunga, più adatta ai processi comunitari.
Il quinto dispositivo è il potere della narrazione. Comunicare il processo è stato parte del risultato. Sentirsi dentro una storia raccontata bene alimenta fiducia, partecipazione, continuità. La narrazione non è propaganda se resta aderente ai processi reali; è piuttosto una forma di restituzione, riconoscimento, costruzione di senso. Le persone partecipano più facilmente quando capiscono di essere parte di qualcosa che ha una direzione.
Il sesto dispositivo è la cura delle relazioni. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma non lo è. Nei processi comunitari, ogni singola proposta dei cittadini è stata ascoltata. Questo non significa che ogni idea sia stata realizzata, ma che ogni contributo è stato considerato come potenzialmente generativo. La cura delle aspettative, la restituzione, il coinvolgimento nelle decisioni sono condizioni essenziali per evitare che la partecipazione si trasformi in frustrazione.

 Un’esperienza di apprendimento
#Oltreiperimetri è stato ed è anche un processo diffuso di capacitazione. Nel progetto le persone apprendono partecipando, assumendo ruoli, incontrando differenze, sperimentando responsabilità, attraversando conflitti, scoprendo che il proprio problema può diventare parte di una ricerca comune.
Anche le istituzioni apprendono. Imparano a stare in una relazione più orizzontale con i cittadini, a, a riconoscere che la competenza professionale non viene indebolita dalla partecipazione, ma può esserne arricchita.
Apprendono le organizzazioni del terzo settore, chiamate a uscire dalla sola logica dell’erogazione per assumere una funzione più complessa: leggere contesti, costruire alleanze, accompagnare processi, produrre infrastrutture sociali.
Apprende, infine, la comunità, il territorio. Un territorio apprende quando comincia a riconoscere alcune possibilità come praticabili. Quando non considera più eccezionale che un cittadino si attivi per altri cittadini. Quando un gruppo informale trova spazio per esistere. Quando un servizio pubblico riconosce valore a una micro-rete di prossimità.
In questo senso #Oltreiperimetri non è soltanto una storia di servizi innovativi. È una storia di apprendimento collettivo. Un tentativo, non privo di fatiche, di costruire un welfare capace di stare dentro le trasformazioni sociali senza rinunciare alla prossimità, alla fiducia, alla dimensione educativa della relazione.

©#Oltreiperimetri

Oltre il perimetro
Ogni esperienza che dura dieci anni rischia di diventare istituzione, e ogni istituzione rischia di perdere la propria forza originaria. La sfida, per #Oltreiperimetri, è continuare a muoversi: partire dai bisogni senza fermarsi ai bisogni; costruire luoghi accessibili; investire sui connettori; dare tempo ai processi; riconoscere risorse dove abitualmente si vedono solo mancanze; raccontare ciò che accade per generare fiducia e appartenenza.
Fare comunità, all’inizio, assomiglia spesso a spingere un tir in salita, come ci ha spesso ripetuto Gino Mazzoli: richiede fatica, ostinazione, cura minuta. Non produce subito risultati visibili. Può sembrare sproporzionato rispetto alle energie disponibili. Ma quando l’energia comincia a generarsi da sola, quando le persone si riconoscono dentro una rete, quando una proposta nasce dal basso e trova un contesto capace di accoglierla, allora il movimento cambia natura.
Non si tratta più soltanto di sostenere un progetto. Si tratta di accompagnare una comunità che, almeno in parte, ha imparato a riconoscersi come risorsa.
E forse è proprio questo il significato più profondo di andare oltre i perimetri: non eliminare i confini, ma renderli attraversabili. Tra servizi e cittadini, tra bisogni e risorse, tra istituzioni e territorio, tra fragilità individuali e responsabilità collettive.
In un tempo in cui la solitudine e la frammentazione rischiano di diventare le vere infrastrutture invisibili della vita sociale, esperienze come #Oltreiperimetri ci ricordano che un altro lavoro è possibile: paziente, imperfetto, concreto. Un lavoro che costruisce condizioni perché le persone possano incontrarsi, riconoscersi e, insieme, generare energia sociale.

 

[1] Dirigente di impresa sociale, negli ultimi 10 anni F. Gaudimundo ha progettato e coordinato progetti innovativi di Welfare di Comunità, Coesione Sociale e Comunicazione.

 

 


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