Il potere della transilienza (nei “fuori programma” della vita)
La nascita di un figlio, un’emergenza familiare che irrompe, un genitore che si ammala, un cambio di ruolo, un divorzio, una crisi professionale, una responsabilità nuova: sono davvero tanti i passaggi della vita che tendiamo a leggere come interruzioni, deviazioni, rallentamenti. In fondo come parentesi da subire. E pensiamo di non avere le competenze adeguate per uscire da sott’acqua. Ma se avessimo tutto ciò che ci serve per affrontare gli imprevisti della vita? Se addirittura scoprissimo che gli imprevisti sono occasioni per un di più? Se proprio ciò che spezza le nostre aspettative contenesse una possibilità di crescita, di trasformazione, persino di maggiore generatività?
È questa la prospettiva di Riccarda Zezza nel libro Il potere della transilienza, che verrà presentato al festival Culture Link venerdì 9 ottobre, dalle 14.30 alle 15.30 (presso la sala Digital Bloom di Mind). A introdurre l’evento, Martina Tombari (Founder e CEO di Walà Srl, società benefit di consulenza che affianca aziende, enti pubblici e terzo settore nella progettazione e realizzazione di piani di benessere organizzativo).
Riccarda Zezza è ricercatrice, autrice e co-fondatrice di Lifeed (la piattaforma che ha coinvolto oltre cento organizzazioni nella trasformazione delle transizioni di vita dei dipendenti in risorse professionali). Non stupisce quindi che il libro parta dalla constatazione che la vita personale e quella professionale non sono mondi separati: ciò che accade in una dimensione modifica inevitabilmente l’altra. Anche se la nostra società tende a misurare le persone solo in base alle competenze certificate, al curriculum e alle prestazioni immediate, c’è qualcosa dentro di noi che si ribella: la vita non è sinonimo di produttività, casomai di generatività.
Interrogarsi su cosa renda la vita generativa (feconda di bene duraturo) non riguarda solo chi si occupa di educazione, formazione, lavoro e innovazione sociale. Scoprire perché il mondo abbia bisogno anche di me, così come sono, è infatti la miglior cura contro quel senso di inadeguatezza persistente che spesso sfocia in depressione. Non si tratta di una scoperta da poco, tenendo conto dei modelli per lo più narcisistici che la mentalità contemporanea valorizza.

Tutto ciò è perfettamente riassunto nella parola transilienza. Viene dal latino tran-silire: saltare oltre, passare da una parte all’altra. Non indica semplicemente la capacità di resistere agli urti, come nella resilienza, ma qualcosa di più dinamico: attraversare una transizione e trasferire in un nuovo contesto le competenze, le risorse e le intuizioni maturate altrove. Ma come si impara a saltare oltre, a superare l’idea che la felicità della vita dipenda dalla sua linearità, in fondo dalla corrispondenza tra ciò che accade e le mie aspettative? Non si tratta di celebrare ingenuamente la fatica o di trasformare ogni difficoltà in retorica motivazionale. Al contrario, si tratta semplicemente di guardare le esperienze che sembrano “fuori programma”, senza escludere a priori che possa venirne fuori un “di più”: ascolto; gestione dell’incertezza; mediazione; responsabilità; capacità di adattamento, pazienza, mitezza; disponibilità; intelligenza nel ripensare modelli di leadership (lavorativa e privata). Per pagine intere si potrebbe andare avanti ad esemplificare.
L’incontro con Riccarda Zezza a CultureLink sarà in definitiva occasione per interrogarsi su una delle domande più decisive nella vita: come possiamo vivere e non sopravvivere? In un tempo nel quale privato, lavoro, fragilità e desideri di realizzazione si intrecciano sempre più, la sua riflessione esemplificherà come non cancellare le fratture, ma imparare ad attraversarle. Perché talvolta è proprio dove pensavamo di perdere qualcosa, che si nasconde niente meno di un seme.


