Fare in tempo a fallire

© Stefano Laffi

Di STEFANO LAFFI
Sociologo, Cooperativa Sociale Codici

 

Un amico medico, scherzando, mi disse un giorno: «La vita, in fondo, è una malattia a esito certo». È così, ci piacerebbe che il tempo scorresse come se andasse all’infinito; il ciclo notte/giorno e quello stagionale, insieme alla forma circolare dell’orologio, ci illudono di una continua ripartenza, ma il tempo è una linea e non un cerchio. Abbiamo nascosta una data di scadenza, neanche troppo nascosta.
La demografia ha un concetto per questo, la chiama con spirito romanzesco “speranza di vita”: è il numero medio di anni che una persona di una determinata età, in una determinata popolazione, può aspettarsi di vivere ancora, calcolato sui tassi di mortalità correnti. È un valore di popolazione, non una previsione individuale. Ma il modo in cui viene formulato – un’unica cifra, un’età media nazionale – nasconde quanto sia distribuito in modo ineguale, perché in Italia un uomo laureato vive in media 5,2 anni più di un coetaneo senza titolo di studio o con la sola licenza elementare[1].
Quasi a farsi del male si potrebbe rendere visibile questa diseguaglianza capovolgendo il modo in cui si conta l’età. Si immagini un’umanità in cui gli anni si contano a ritroso dalla morte attesa, calcolata sulla speranza di vita media della propria classe sociale. Il numero diminuirebbe a ogni compleanno: a 23 anni, invece di dire “ho 23 anni”, si direbbe “mi restano 59 anni” – un conto alla rovescia che parte da un punto diverso a seconda del titolo di studio dei genitori o del quartiere di nascita. Il paradosso non è solo concettuale: rende esplicito un fatto che la convenzione di contare in avanti riesce a nascondere. La quantità del tempo che resta da vivere, non meno della qualità di quello già vissuto, dipende dalla classe sociale, dal genere, dal luogo di vita, ecc.
Questa diseguaglianza nel tempo di vita ha un equivalente più immediato nell’esperienza scolastica di ogni giorno. Vidi per la prima volta l’ansia del tempo che scadeva sul volto di mia figlia, all’età di 7 anni: mi chiese spaventata, «ma quanto dura un minuto?», perché quella mattina aveva le prove Invalsi. Le prove sono quasi sempre cronometrate – dalle simulazioni Invalsi ai test d’ingresso universitari, dalle certificazioni linguistiche ai concorsi pubblici – e la velocità di risposta diventa una variabile di selezione quanto la correttezza: chi sa ma è lento perde punti quanto chi sbaglia in fretta. Ma gli errori non contano per tutti allo stesso modo: chi possiede capitale economico e culturale può permettersi di sbagliare con conseguenze più contenute. Se un ragazzo fallisce un compito, una verifica, un anno scolastico, la possibilità di recuperare dipende da risorse concrete – ripetizioni private, un genitore che può seguire i compiti, una rete di conoscenze che apre una seconda strada quando la prima si chiude, l’assenza di un lavoro part-time o di compiti di cura che sottraggono ore allo studio. Lo stesso fallimento ha un costo diverso a seconda di chi lo subisce: per chi ha margine è una battuta d’arresto, per chi non ne ha può diventare un punto di non ritorno. Il margine di errore è esso stesso un marcatore di classe, tanto quanto l’accento, il lessico, i vestiti[2].
I processi di selezione per merito, attraverso una prova o più prove, cioè attraverso un concorso, hanno il pregio di un responso in tempi rapidi, ma comportano enormi costi sociali, come ci ricorda Richard Sennett[3]. Pensiamo ad un concorso musicale, quelli per singolo strumento, a volte fatti ogni tot anni perché si ritiene che non possa nascere un nuovo talento da un anno all’altro: immaginiamo cento concorrenti che si presentano, dopo tantissime ore di lezione ed esercizio, un fortissimo carico di ansia, e il risultato è una sola persona che vince, novantanove che perdono. La prima, premiata, dovrà dimostrare di esserselo meritato, e avrà da quel momento non meno ansia per i concerti che l’attendono, le altre persone ne usciranno certamente frustrate, amareggiate, in molte scatterà il dubbio se continuare. Ha senso un imbuto che produce questo esito psicologico, al netto della gioia istantanea di chi vince? Da un punto di vista sociale – cioè se considerassimo la musica suonata un bene collettivo, qualcosa che se fosse più praticato regalerebbe a tutti un piacere – ha senso allestire una situazione che certamente mortifica la disponibilità della popolazione a suonare, cioè la sua “fecondità musicale”? In quel libro, Sennett rievoca la sua serata da mentore, quando il suo liceo nei sobborghi di Chicago gli propose di testimoniare la sua carriera, per ispirare i ragazzi e le ragazze di oggi. Riconsiderando quella serata e lo scarso seguito che ebbe, è Sennett stesso ad ammettere di aver sbagliato racconto: avrebbe dovuto nominare l’incidente alla mano che da giovane gli aveva impedito la carriera di violoncellista, per cui si era preparato per anni. È il fallimento, la fragilità, il vero universale biografico, il punto di contatto che tutti abbiamo, mentre i successi della vita ci “distinguono”, appunto, da fuori si possono solo ammirare, invidiare, o restarne indifferenti. E certamente, non scaldano i cuori.

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A proposito di fallimenti, è da un po’ di anni che ne rivendichiamo il diritto, che non ci nascondiamo più se accade. Prendiamo tre esempi divenuti celebri, che sembrano proprio “sdoganare” il fallimento, rivendicandone un discorso pubblico: il Museum of Failure apre a Helsingborg, in Svezia, nel giugno 2017, per iniziativa dello psicologo organizzativo Samuel West. L’intuizione di partenza è semplice: le aziende più innovative sono quelle con il tasso di sperimentazione più alto, dunque quelle che falliscono di più. Il museo raccoglie prodotti falliti di marchi noti – il palmare Newton di Apple, i Google Glass, le penne Bic for Her – ciascuno corredato da una scheda che ne spiega l’insuccesso. Le Fuckup Nights nascono a Città del Messico nel 2012, da un gruppo di amici stanchi di sentire solo storie di successo, e oggi si tengono regolarmente in centinaia di città in tutto il mondo (anche a Milano): tre o quattro relatori, sette minuti ciascuno, dieci immagini a testa, per raccontare un fallimento professionale o personale, seguiti da un confronto con il pubblico. Nel 2016 Johannes Haushofer, professore a Princeton, pubblica online il proprio CV of Failures, un curriculum che elenca solo le borse di studio non ottenute, le posizioni accademiche mancate, gli articoli scientifici respinti; in pochi giorni diventa un caso mediatico internazionale.
A ben guardare c’è un piccolo trucco, va notato chi può permettersi il discorso pubblico in questi esempi. Un professore di Princeton, gli imprenditori che salgono sul palco delle Fuckup Nights, le aziende esposte nel museo di West, hanno tutti già attraversato il fallimento da una posizione di sicurezza, con un margine sufficiente a trasformarlo in narrazione. Raccontare il proprio fallimento con leggerezza, davanti a un pubblico, presuppone le stesse risorse – economiche, relazionali, di tempo disponibile – che distinguono, a scuola, chi può permettersi di sbagliare da chi non può. Il fallimento esposto in quel museo o raccontato in sette minuti cronometrati hanno un formato proprio e un’estetica leggera, ironica, accattivante, che non tutti possono permettersi. Ma sui social i ragazzi e le ragazze oggi stanno appropriandosi di quel discorso, il fallimento anche nel senso comune non è più un tabù ma un trend narrativo, un “coming out” diffuso e rivendicato.
Perché è così importante riconoscere il cambiamento? Questo è un tempo di incertezza, e l’adolescenza è per definizione l’età dell’incertezza: un’identità non ancora scritta, una biografia che si misura provando, senza sapere già come va a finire. Nell’incertezza ci si muove per tentativi, per prova ed errore, perché è così che funziona l’esplorazione – più libera della sperimentazione. Chi sperimenta parte da un’ipotesi e da un esito atteso, anche quando l’esito atteso è la confutazione dell’ipotesi; chi esplora, invece, non sa cosa sta cercando finché non lo trova, e può procedere solo accettando di restare per un tratto senza una direzione certa. Nel dicembre 1817 il poeta John Keats descrisse questa disposizione con l’espressione rimasta in uso di “capacità negativa”: la capacità di restare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza la fretta irritabile di afferrare un fatto o una spiegazione[4]. Keats la riferiva alla scrittura e a Shakespeare, ma descrive altrettanto bene la condizione che l’adolescenza richiederebbe per essere attraversata: il permesso di non avere ancora una risposta.
In questa cornice il fallimento è l’esito normale del percorso. È la prova che si sta davvero tentando di vivere quel tempo, quell’età. Trattarlo come un’anomalia da correggere il più in fretta possibile significa pretendere da chi esplora la stessa precisione richiesta a chi sperimenta: giudicare un metodo con i criteri di un altro.
Resta da chiedersi come sia fatta una società capace di accogliere per davvero questo fallimento, senza celebrarla in un museo, di accettare l’errore e la deviazione come parte del percorso. Una società aperta al fallimento come tratta la devianza, l’insuccesso scolastico, la rabbia e la frustrazione che spesso li accompagnano? Come segnali da silenziare in fretta, o come materiale su cui restare, con la stessa capacità negativa di cui si è detto? Servirebbe allestire una società di seconde possibilità, di terze, e così via – una società che riconosce alle esplorazioni giovanili il diritto di cadere e di rialzarsi più di una volta, senza che ogni caduta venga registrata come un dato definitivo sul carattere di chi cade.

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E come dovrebbe scorrere il tempo, perché tutto questo sia possibile senza generare ansia, perché nessuno possa dirsi, o sentirsi dire, che il tempo è scaduto, meno che mai a 20 anni? Julio Cortázar scriveva che chi riceve in dono un orologio riceve, insieme all’oggetto, un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria: insieme all’orologio arriva l’obbligo di caricarlo ogni giorno, di controllare l’ora esatta nelle vetrine e alla radio, di misurare la propria vita su una scansione che non si è scelta[5]. È esattamente questo obbligo – il tempo come scadenza da rispettare – a rendere impraticabile la capacità negativa di cui si è detto: si può restare nell’incertezza solo se il tempo non corre già verso una verifica, una scadenza, un giudizio finale. Una società delle seconde possibilità avrebbe bisogno di un tempo diverso da quello dell’orologio ricevuto in dono: un tempo che lascia spazio al tentativo, alla deviazione, al ritorno sui propri passi – l’unico tempo in cui il fallimento può restare quello che è, l’esito normale di chi sta ancora esplorando, prima che qualcuno gli dica che il tempo è scaduto. In fondo anche gli orologi sbagliano, la corona che si estrae per regolare l’ora fermando i secondi è la metafora di quello che dobbiamo concederci.

 

[1] Istat (2016). Diseguaglianze nella speranza di vita per livello di istruzione. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.
[2] Arena, M. (2025). Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista. Trento: Erickson.
[3] Sennett, R. (2003). Respect in a World of Inequality. New York: W. W. Norton & Company. (Trad. it. Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali. Bologna: Il Mulino, 2004).
[4] Keats, J. (1817). Letter to George and Thomas Keats, 21-27 December 1817. In H. E. Rollins (a cura di), The Letters of John Keats, 1814-1821 (1958). Cambridge, MA: Harvard University Press.
[5] Cortázar, J. (1962). Historias de cronopios y de famas. Buenos Aires: Editorial Sudamericana. (Trad. it. Storie di cronopios e di famas. Torino: Einaudi, 1971).

 


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