La densità di un istante. Così parla una canzone

Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop

 

Viviamo in un’epoca che ha reso la musica disponibile sempre. Un merito, va detto. Mai come oggi un adolescente di provincia ha accesso all’intera storia del suono umano, senza mediatori, senza attese, senza autobus da prendere. Eppure proprio questa disponibilità totale ci consegna una domanda pedagogica che non possiamo eludere: che cosa accade all’esperienza quando il tempo dell’attesa scompare? Che cosa accade alla crescita, alla consapevolezza di sé, quando tutto arriva subito?
Le trentacinque voci raccolte in Se formasse una sola canzone (Mimesis, 2025), il volume che ho curato con Angelo Villa e Francesco Cappa, rispondono a questa domanda senza che nessuno l’avesse posta. Abbiamo chiesto a giovani professioniste e professionisti dell’educazione di raccontare la canzone della loro formazione. È emerso altro. È emerso il tempo. Il tempo in tutte le sue variabili: l’attesa, la durata, il ritorno, il distacco, il qui e ora.
Devo a questo punto una confessione. Curare questo libro è stato, per me, un esercizio di cura verso me stessa. È arrivato in un tempo che rischiava di restare vuoto: il tempo della degenza, del riposo forzato, della ripresa fisica, del lento tornare ad essere se stessi. Chi ha attraversato una convalescenza conosce il bivio che quel tempo impone. Il tempo va speso, occupato, riempito. Oppure, come accade in educazione, va disteso, abitato, arricchito di attese. Ho scelto la seconda strada. Leggere queste voci, accompagnarle verso la forma di un libro insieme ad Angelo e Francesco, ha trasformato un tempo sospeso in un tempo fecondo. Non l’ho riempito. L’ho ascoltato. E il libro che ne è nato porta dentro anche questo: la prova che il tempo fermo non è tempo perso, se qualcosa o qualcuno lo tiene in vita con noi.
Andrea Bucchi racconta la sua adolescenza musicale nei primi anni Duemila, quando ascoltare Frank Zappa richiedeva un metodo. L’autobus per Monza, il negozio Ricordi, un album alla settimana, l’enciclopedia da consultare. Il suo incontro con “Sofa No. 2” nasce da un rito lento, fatto di sabati mattina e di ostinazione. E la conclusione che ne trae è di quelle che meritano di essere trattenute: l’amore per una musica difficile si costruisce un pezzo alla volta, a differenza del colpo di fulmine. Zappa stesso, con i suoi cambi di tempo repentini, con le sue dissonanze che costringono l’orecchio a tornare indietro, educava a una fruizione che non concede scorciatoie. Il mercato della musica liquida ha modificato il rapporto tra ascoltatore e opera. Bucchi lo sa. E si chiede, con onestà rara, se senza quell’investimento di tempo si sarebbe mai innamorato.
Flavio Vighi apre il suo capitolo con una frase che vale un trattato: ci sono canzoni che non ti passano. La sua è “S.U.N.S.H.I.N.E.” di Rancore e DJ Myke, otto minuti di rime in un’epoca in cui si salta al brano successivo dopo trenta secondi. Otto minuti mai interrotti, a quindici anni, con un amico e un paio di cuffiette divise. La durata come atto di resistenza. La durata come condizione della profondità. Vighi, che oggi lavora nella relazione d’aiuto, ne ricava una postura professionale precisa: ascoltare senza fretta, lasciare che le domande dell’altro abbiano il tempo di germogliare. Non essere il sole, ma accompagnare l’altro a riconoscere la propria luce.
Il tempo dell’attesa attraversa il capitolo di Irene Grossi, psicologa prossima alla specializzazione in psicoterapia, che da “Senza un perché” di Nada riceve quello che lei chiama uno schiaffo salutare. La sua riflessione tocca il cuore della questione contemporanea: ci basta un clic per ottenere qualunque risposta, eppure questo sapere immediato non ci nutre. Non ci trasforma. Il non ancora, l’assenza, il vuoto dell’attesa sono diventati intollerabili, e proprio per questo pedagogicamente preziosi. Grossi chiosa con l’immagine di una famiglia che chiude le finestre prima della tempesta e resta a guardare il cielo che cambia. Nessun altro pensiero. L’attesa silenziosa dell’inaspettato. Erich Fromm distingueva l’avere dall’essere. Qui la distinzione si fa carne: avere le risposte non è essere nella domanda.
Rebecca Conti, psicologa anche lei, porta il tempo in Uganda, dove “La collina dei ciliegi” di Battisti diventava rito del mattino durante un mese di volontariato. Il suo è il tempo del giorno dopo giorno, scandito da una stagione delle piogge che tardava. Ma il passaggio decisivo del suo racconto è un’attesa di pochi minuti: Ester, tredici anni, getta il quaderno e lascia la stanza. Conti non le corre dietro. Si appoggia allo stipite della porta e aspetta che gli occhi della ragazza incontrino i suoi. Winnicott ci ha insegnato che il gesto di cura più difficile è trattenersi, sostare, reggere il tempo dell’altro senza riempirlo. Essere lì per assistere a un dolore, scrive Conti, non per sanarlo subito. Il tempo educativo è anche questo: la rinuncia alla fretta di risolvere.
Serena Bignamini, con “In viaggio” di Fiorella Mannoia, dà a questa rinuncia il suo nome pedagogico: il distacco. Educare è condividere un tratto di strada sapendo che non cammineremo insieme per sempre. È la semina di cui non vedremo i frutti, che saranno altri, nel tempo, a raccogliere. La qualità di una relazione educativa si misura nel momento in cui si lascia andare, non quando tutto fila liscio. C’è qui una progettualità pedagogica che accetta il proprio limite temporale come condizione, non come fallimento. L’essenza dell’educazione è rendersi superflui.

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Francesca Geloso, con “Gold” degli Spandau Ballet, dà a questa temporalità non lineare la sua articolazione più completa. Comincia da un dettaglio che è già una lezione: una canzone conosciuta da sempre, lasciata scorrere per anni come parte del paesaggio sonoro, e poi un giorno, senza cercarla, riascoltata davvero nelle parole. Le canzoni ci aspettano. E in quell’attesa Geloso riconosce la struttura stessa della relazione educativa. L’immagine delle sedie consumate che aprono il brano diventa per lei il gesto educativo elementare: tenere un posto per l’altro anche quando non c’è, anche quando non è pronto, con la pazienza di chi resta. Il tempo dell’educazione, scrive, non si regge sulla perfezione ma sulla continuità. E poi ci sono i suoi tre movimenti temporali, che vale la pena nominare uno per uno. Gli anni verdi che il tempo consuma, la vita come rappresentazione temporanea in cui la qualità delle relazioni si costruisce nelle giornate ordinarie. Il tempo lento che viene dopo l’urgenza, quello in cui si ricompongono i pezzi e si comprende a posteriori, perché i frutti del lavoro educativo si raccolgono a distanza e a volte non si vedono affatto. E infine il ritorno: educare è preparare il ritorno, lasciare una traccia così solida che un giorno venga voglia di tornare. Dove Bignamini insegna il distacco, Geloso ne custodisce il rovescio. Si lascia andare l’altro proprio perché la porta resti un luogo a cui tornare, con le sedie ancora lì.
E poi c’è il presente. Federica Mazzoccoli costruisce attorno a “Idioteque” dei Radiohead una scena educativa in Basilicata, un’aula assolata, un’adulta e un adolescente uno di fronte all’altra. La canzone di Thom Yorke, nata dentro un immaginario di catastrofe, le consegna il verso che dice tutto: sono vivo e sento tutto allo stesso tempo. Il qui e ora dell’incontro educativo. Mazzoccoli convoca Riccardo Massa e la sua idea di uno spazio e di un tempo che provengono dalla vita e vi ritornano, dopo essersene distaccati per reduplicarla in un ambito di esperienza distinta. È la definizione più precisa che conosco della temporalità educativa: un tempo dentro il tempo, una soglia tra il noto e l’ignoto dove il divenire di un soggetto trova posto.
Tolja Djokovi?, drammaturga e insegnante, lavora invece sul tempo che torna. Riascoltando “Colpo di pistola” dei Subsonica trova nel testo un avvertimento che assume come metodo: il tempo trascorso non basta, da sé, a chiudere i conti. Bisogna ritornare sui propri passi, contarli, mettere in difficoltà il presente e il passato cercando di dire la verità. E c’è un secondo movimento temporale nel suo capitolo, tra i più belli del volume: la frequentazione quotidiana con ragazzi e ragazze ha agito su di lei come un enzima velocizzante del passaggio all’età adulta. Non si è trovata a pensarsi adulta. Si è guardata e lo era. Sopravvissuta alla giovinezza, dall’altra parte. I giovani accelerano il nostro tempo mentre noi custodiamo il loro.
Marco Bononi chiude il cerchio con “Vita spericolata” e con il tempo delle generazioni. San Siro, luglio 2014, un quindicenne trascinato dalla madre a un concerto di Vasco Rossi, artista che sentiva di un’altra epoca. Cinquantamila persone dentro un rito collettivo che dura da decenni. Bononi coglie una cosa che riguarda tutti noi: certe canzoni vivono nel tempo, attraversano le generazioni, diventano parte della cultura che quelle stesse generazioni plasmano anno dopo anno. E il concerto, irripetibile per definizione, insegna che esistono esperienze legate a un momento esatto, a un luogo esatto, a compagni di viaggio che hanno scelto di esserci. Contro la riproducibilità infinita, l’evento.
Battiato attraversa il volume due volte, con “L’animale” e con “E ti vengo a cercare”, e in entrambi i casi porta il tempo lungo della comprensione. Maria Elena Ornaghi racconta di aver ascoltato “E ti vengo a cercare” all’inizio dell’adolescenza percependola come una canzone d’amore. Ci sono voluti decenni perché il brano rivelasse la sua natura di premonizione: un inno all’Altro, alla necessità di uscire dal proprio spazio per cercarlo, che oggi, nell’epoca degli ambienti chiusi e delle relazioni digitali, suona come un’esortazione pedagogica. Le canzoni hanno questo di specifico rispetto ad altri oggetti culturali: aspettano. Restano depositate in noi e maturano insieme a noi, restituendoci a distanza di anni significati che al primo ascolto non eravamo pronti a ricevere.

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Ecco allora la tesi che questo mosaico di voci compone. La logica dominante vuole il tempo come risorsa da ottimizzare, da comprimere, da rendere produttiva. L’educazione dice altro. L’educazione abita il tempo dell’attesa, della durata, del ritorno, del distacco, del presente condiviso. Le canzoni, con la loro struttura fatta di battute, di pause, di ritornelli che tornano, sono forme di tempo organizzato che si depositano nella vita e la accompagnano. Per questo funzionano come dispositivi di formazione. Per questo trentacinque professioniste e professionisti dell’educazione, chiamati a raccontare una canzone, hanno finito per raccontare il tempo della propria crescita.
La corresponsabilità pedagogica passa anche da qui: dal restituire a chi cresce il diritto a un tempo non compresso. Un tempo in cui una canzone di otto minuti si ascolta fino alla fine. Un tempo in cui si aspetta sullo stipite di una porta. Un tempo in cui si semina sapendo che i frutti saranno di altri. Riccardo Massa chiedeva agli educatori di porsi continuamente la domanda sul come fare. Le canzoni di questo libro suggeriscono una risposta parziale e preziosa: intanto, restare. Restare in ascolto fino all’ultima nota.


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