The Strokes – Reality Awaits (24/07/2026)
The Strokes – Reality Awaits (24/07/2026)
Nel 2001 l’album di debutto Is This It convinse la critica che gli Strokes fossero i salvatori del rock. A venticinque anni da quello che resta un capolavoro del genere indie, è difficile dire se la band newyorkese sia davvero riuscita in quell’impresa utopica. Il loro ultimo lavoro, Reality Awaits, ha diviso il pubblico, sollevando dubbi sul fatto che si tratti dello stesso gruppo di allora. Del resto, il panorama socio-culturale è profondamente cambiato rispetto a cinque lustri fa, influenzando anche la loro ispirazione e la loro evoluzione artistica. A differenza di altri complessi che preferiscono adagiarsi sui propri successi riproponendo i soliti arrangiamenti, gli Strokes hanno cercato di interpretare il presente. Lo dimostrano i testi più maturi e impegnati, uniti a un ampliamento dell’orizzonte musicale tramite innesti sintetici che donano al suono un’impronta elettronica. Il tutto senza però perdere le chitarre guizzanti e la batteria serrata che da sempre definiscono il loro marchio di fabbrica. L’opener Psycho Shit parte con corde ipnotiche accompagnate da una quieta voce robotica per poi esplodere rabbiosamente con pennate sferzanti e percussioni dirompenti, mentre Julian Casablancas urla critiche verso il declino della condizione umana, tra capitalismo e guerre (con il genocidio di Gaza in prima fila). Dine n’ Dash scorre senza troppe deviazioni ed esitazioni tra echi che richiamano Radiohead, Gorillaz e Daft Punk. Lonely in the Future scintilla spensierata e Falling Out of Love dondola dolcemente in una tenera ballata: entrambe però sono caratterizzate da un eccessivo utilizzo dell’autotune che le rende stonate e spigolose. Vibrazioni positive e scosse elettriche pervadono Going to Babble e Going Shopping. La poliedrica Liar’s Remorse contiene differenti variazioni sia dal punto di vista vocale che da quello strumentale. Lo spiccato accento funky di The Fruits of Conquest viene condito dal ritmo dei bonghi e dalle incursioni delle chitarre. Gli arpeggi distopici introduttivi si risolvono quasi subito in atmosfere eteree nella conclusiva Tyrants of the Mellow Moon che si dissolve nel finale scomparendo a poco a poco. Per quanto possa discostarsi dai punti più alti della loro carriera discografica, Reality Awaits rappresenta per il quintetto statunitense una giusta e conseguente evoluzione dettata dal contesto attuale e dalla loro spiccata vena sperimentale. Le sfumature digitali a volte conferiscono uno slancio futuristico ai brani, mentre a volte li appesantiscono. In generale l’aggiunta del vocoder non è totalmente infelice, ma andava limitata maggiormente. Lo stile coinvolgente degli Strokes è rimasto leggero e spigliato, ma ogni tanto viene mischiato con ombre cupe che lasciano un retrogusto amaro. Il suono non è più perfettamente pulito e asciutto come un tempo ma questo non è necessariamente un difetto.
Goffredo Villa

