A distanza di anni cosa NON è cambiato in educazione

Di Anna Maria Nicolosi
Dirigente scolastico, tutor organizzatore Tirocinio SFT Università degli Studi di Bergamo

 

 

Alcuni dati a confronto
I dati del Ministero dell’Università e della Ricerca del marzo del 2025[1] sono significativi per comprendere quanto ancora oggi esistano delle carriere universitarie maggiormente scelte e frequentate dalle femmine ed altre, invece, dai maschi, i quali frequentano sicuramente molto di più le facoltà scientifiche, ingegneristiche, informatiche e tecnologiche e molto meno quelle umanistiche, artistiche ed educative. Su queste ultime si concentra la nostra ricerca, consistita nella somministrazione di un focus group che ha visto il coinvolgimento di soli studenti maschi frequentanti la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, per comprendere l’andamento e l’evoluzione rispetto alla scelta di tale percorso di studi tra la prima ricerca del 2011 e questa del 2024.
Negli ultimi anni ci sono stati più iscritti nelle facoltà di educazione, mantenendosi però invariata la differenza nella scelta tra femmine e maschi sia a livello nazionale che di Bicocca, dove c’è comunque una maggiore presenza di ragazzi.

 

Il coinvolgimento degli studenti nel focus group
A distanza di quasi quindici anni si è deciso di ripetere una ricerca di tipo qualitativo agli studenti maschi della Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca. Come la precedente indagine, essa è consistita nella somministrazione di un focus group. La linea seguita durante lo studio rispecchia lo stesso obiettivo della ricerca svolta nel 2011, ovvero cosa vuol dire essere studenti maschi in queste facoltà, sottolineandone gli aspetti maggiormente ritenuti significativi come la motivazione che sottende la scelta nonché il ruolo personale, professionale e sociale dell’educatore maschio[2].
L’idea è stata quella di riprendere il precedente format del focus group, riadattandolo alle nuove circostanze e sfide educative, senza la pretesa di fornire risultati generalizzati, bensì di far emergere osservazioni, idee, punti di vista di alcuni studenti che vivono in prima persona l’esperienza di essere studente e futuro educatore maschio in un contesto quasi sempre e solo appannaggio delle donne.
Le aree delineate dalla ricerca sono state fondamentalmente tre.
Area 1 – La scelta personale di questo percorso
Area 2 – Le aspettative professionali del ruolo
Area 3 – La percezione sociale del ruolo dell’educatore al maschile

Alcune delle principali differenze tra i due focus group si possono ricondurre a due fondamentali aspetti: in primis il progetto di ricerca non si è sviluppato in concomitanza con il convegno “Uomini in educazione”, come allora, ma è nato dalla volontà di rivedere e indagare, a distanza di anni, l’evoluzione dell’educare al maschile.
In secondo luogo, proprio per questa differenza iniziale, la sua progettazione ha seguito un iter alternativo, non più basato sulle sollecitazioni scritte, di tipo autobiografico o il ricorso a input grafici, ma seguendo la predisposizione di un focus group “tipo” con delle domande stimolo e della durata di circa un’ora e mezza.

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I risultati del focus group: le storie di vita degli studenti
All’approccio formale ma cordiale stabilito all’inizio del focus group con gli studenti, finalizzato alla reciproca conoscenza e a “rompere il ghiaccio”, segue la parte centrale e cuore della discussione con le domande relative alla prima area del focus.

  1. Qual è la storia, le motivazioni che l’hanno portata a scegliere questo percorso di studi?
    Le storie che ci raccontano gli studenti ci parlano di ragazzi giovani che vedono nella scelta del loro percorso di studi, sia essa voluta sia essa di ripiego, un modo per conoscere più in profondità se stessi ed aiutare e capire gli altri. Sembra quasi che, per qualcuno, la scelta sia avvenuta un po’ per sorte e un po’ per casualità.
    Non riuscendo a superare i test di ammissione per altre università, ci si ritrova a seguire l’unico percorso alternativo cha abbia permesso di entrare in una Facoltà universitaria, per poi, però, rendersi conto, con il tempo e l’approfondimento delle discipline di studio, che quella strada era forse la propria, e il percorso quello giusto che avrebbe portato a realizzare i loro sogni ed inclinazioni. L’elemento del ripiego su Scienze dell’Educazione, nonostante siano passati parecchi anni, si ripresenta identico anche nelle risposte degli studenti intervistati oggi.
    Una decisione quasi incondizionata, non dettata da particolari esigenze familiari, ma da un’indole personale e una consapevolezza di quello che gli piaceva maggiormente conquistata nel tempo, è stato il motivo della scelta per un altro studente. Anche in questo caso, gli studi intrapresi gli avrebbero permesso di comprendere le persone e i loro comportamenti.
  2. Cosa vuol dire per lei essere studente maschio all’interno del corso?
    Anche per questa domanda si evince che il passare degli anni non ha restituito un immaginario comune differente, quasi a voler sottolineare che non si è ancora ‘pronti’ o ‘preparati’ a superare determinati cliché. Infatti, l’essere maschio in questo mondo dell’educazione sembra quasi essere un ‘privilegio’ e, ancora una volta, gli studenti vengono trattati come ‘élite’, come ‘merce rara’, come portatori di una diversità che favorisce il loro inserimento nel settore lavorativo.
    Uno di loro afferma che non solo non avverte alcun pregiudizio, ma anzi sembra che, dal punto di vista professionale, vengano maggiormente ricercati ed assunti. Anche in università vengono percepiti favorevolmente dai docenti.

Dopo questa prima parte di domande focalizzata sugli aspetti personali della scelta, la seconda area mira a mettere in evidenza quelli che sono, invece, gli aspetti più legati alla professione di educatore con due domande specifiche.

  1. La prima pone gli studenti davanti alla riflessione su: come ritiene si posizioni la figura professionale maschile nel mondo lavorativo dell’educazione?
    Emerge quasi la voglia, la necessità di trovare una sorta di equilibrio, di par condicio non numerica tra i diversi ruoli che possono rivestire gli uomini e le donne. Entrambi fondamentali e portatori di ricchezze, nature ed esperienze diverse, che si incastonano in una società molto variegata e bisognosa di competenze ed istinti diversificati. Inoltre, le differenze di genere sono viste come prospettiva necessaria nel momento in cui, come persona prima e come educatore dopo, ci si ritrova nel lavoro a vivere determinate esperienze o situazioni particolarmente delicate.
    Secondo gli studenti intervistati, è importante la questione del merito e sottolineano quanto gli aspetti valoriali siano fondamentali in qualsiasi professione si intraprenda. Alcuni di loro fanno riferimento alle loro personali esperienze nell’ambito del lavoro come educatori.
    Capita però che, come per le risposte del focus svolto negli anni passati, l’impellente necessità di avere un educatore maschio possa oscurare le effettive competenze che lo studente possiede a discapito, alcune volte, della qualità del servizio offerto.
  2. La seconda domanda di quest’area rimarca il discorso dell’essere avvantaggiato o svantaggiato in quanto uomo a rivestire certe funzioni lavorative nell’ambito educativo: pensa che lei in quanto uomo possa essere avvantaggiato oppure svantaggiato?
    Questa domanda conferma quanto emerso prima nonché nella passata ricerca, ovvero che spesso essere uomini in un mondo lavorativo quasi e solo esclusivamente fatto da donne può recare enormi benefici ed essere visti come fondamentali nella gestione e cura di alcuni aspetti soprattutto legati all’ambito della disabilità. Come per il focus group del 2011, ancora una volta gli studenti si percepiscono al pari delle colleghe donne e intessono con loro degli ottimi rapporti professionali e relazioni personali umane molto profonde.
    Anche un altro studente sottolinea il fatto che l’essere uomo lo ha sicuramente avvantaggiato nel lavoro che ha svolto come educatore, ma in quel caso il suo vantaggio era più legato a una questione culturale.
    Come si evince dalle risposte degli studenti, è preponderante l’idea che essere persone competenti, capaci di svolgere al meglio il proprio lavoro può fare la differenza, sempre nel rispetto delle naturali diversità e inclinazioni. L’importante e non fare mai delle discriminazioni.

L’ultima area, che verte sulla percezione sociale del ruolo dell’educatore al maschile, ha anch’essa due domande specifiche.

  1. Nella prima si chiede agli studenti intervistati: cosa pensano i suoi familiari, amici e conoscenti di questa scelta?
    In generale si percepisce l’esistenza di stereotipi nella società o di una banalizzazione del lavoro di educatore, non legata al genere quanto piuttosto alla tipologia di lavoro. Mentre all’interno della famiglia e degli amici si avverte una certa propensione ad accettare questo corso di studi e del lavoro che esso comporta nel futuro. Diversamente dalla ricerca svolta qualche anno fa dove il mondo esterno vede questa scelta di fare educazione all’università come inusuale ed ardita perché legata al mondo femminile, nelle risposte di questi studenti sembra emergere meno consapevolezza di quello che comporta il percorso di studi da parte di chi li circonda forse per una questione culturale e di ‘arretratezza’.
    L’aspetto economico legato al guadagno in una professione che sembra poco utile e mal definita, non risulta essere secondario in questo focus group come già era emerso nel passato focus.
  2. Per concludere la nostra discussione, prima di congedarci e fare una sintesi di quanto emerso, si pone l’ultima domanda: come viene percepita dalla società la presenza maschile nel mondo dell’educazione?
    Non ci si discosta tanto da quello che era emerso nel primo focus group, esiste l’idea che l’uomo essendo forte per natura deve dimostrare di svolgere dei lavori che si addicono alla sua prestanza fisica e fare l’educatore è visto dai più come un lavoro da donna, un lavoro da persona sensibile, caratteristica incarnata dalle donne.
    Per questi studenti la possibilità di non ridurre il tutto a pregiudizi o facili modi di pensare, potrebbe essere data dalla loro capacità di comprendere chi sono le persone con le quali ci si relaziona, contornandosi di conoscenti e amici che abbiano la tua stessa sensibilità, apertura mentale e modo di ragionare, quasi come se all’ interno di questa cerchia ci si possa riconoscere proprio per quello che si pensa e per il modo di sentire e di vivere.
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Conclusioni
Alla luce di quello che si è detto e di quello che è emerso dalla discussione è interessante rivedere e rivalutare alcune posizioni e magari provare a tirare un po’ le fila del discorso.
Gli studenti che hanno partecipato alla ricerca hanno avuto una grande sensibilità ed interesse verso il tema. Hanno cercato di far valere il loro pensiero, ritenendo che il contributo di ognuno di loro è importante per uscire da determinati pregiudizi o luoghi comuni.
Gli elementi che si sono delineati si possono raggruppare in tre distinte categorie: aspetti personali e le scelte di vita, professione di educatore e relazioni familiari, amicali e sociali.
Rispetto all’ambito personale, si può affermare che gli studenti si siano messi a nudo, sottolineando con molta semplicità ed umiltà quelle che sono state le loro scelte, le loro vocazioni e le aspettative di studio e di vita delle loro famiglie. Hanno fatto emergere i limiti, le insicurezze e i fallimenti, ma anche i loro sogni più profondi e le conquiste.
La parte relativa alla professione di educatore, vuole sottolineare una certa idea di giustizia, di correttezza e di pari opportunità, ma soprattutto di competenze.  L’idea che il lavoro possa essere condizionato dal genere non dovrebbe trovare posto nella moderna società in quanto limitante e condizionante.
La relazione tra uomini e donne nel lavoro viene vissuta in modo positivo e costruttivo, con scambi reciproci, arricchenti per entrambi i generi. E, nonostante si pensi che in maniera quasi del tutto naturale e senza alcuna forzatura, in alcune situazioni si avverta la necessità e la sensibilità di mettere un educatore maschio o una educatrice femmina, questo non significa voler sottolineare e rimarcare le differenze di genere, ma offrire un servizio il più adatto possibile e rispondente alle esigenze dell’utenza.
Infine, relativamente agli aspetti relazionali sia con le persone più vicine che con la società in generale, si avverte quasi una selezione delle persone con cui ci si rapporta. Famiglie ed amici sono vissuti positivamente, sembrano molto più propensi ad accettare le scelte che loro hanno compiuto senza alcuna interferenza, giudizio o condizionamento. Mentre risultano molto limitate le altre relazioni con l’ambiente sociale, con le persone del paese dove vivono forse perché non in sintonia con le loro aspettative culturali. Per tale ragione, non ci sono particolari situazioni di scambio di idee e dunque non emerge in modo condizionante il loro punto di vista.
Prima di congedarsi gli studenti mettono in luce alcune riflessioni, sul fatto che i loro compagni non hanno voluto partecipare al focus group. La motivazione principale è quella che essi lo ritengono poco utile, non interessante e anacronistico.

Questo lavoro di ricerca, purtroppo per l’esiguità degli studenti partecipanti, non ha sicuramente la pretesa di essere esaustivo di quella che è una tematica molto delicata e in continua evoluzione, ma sicuramente offre uno spaccato significativo di quelle che sono le idee di alcuni studenti che frequentano Scienze dell’Educazione dell’Università di Milano Bicocca. Si spera che quell’intreccio di domande partite dalla prima ricerca sull’educare al maschile in maniera armoniosa e non frammentata, lontano dagli stereotipi di genere, che non si limiti a sottolineare le differenze, ma a far convogliare le diverse professionalità in una cornice di senso e di umanità profondamente cosciente e sensibile dell’importanza dei ruoli educativi a tutti i livelli, sia stata spontaneamente raccontata dagli studenti.

[1] Focus “Le carriere femminili in ambito accademico”. Ministero dell’Università e della Ricerca, marzo 2025.
[2] Dalla precedente ricerca è stato pubblicato il libro di Barbara Mapelli e Stefania Ulivieri Stiozzi dal titolo Uomini in educazione, edito da Stripes (collana Pedagogika) nel 2012. Il libro è stato preso come punto di riferimento per seguire questa ulteriore ricerca all’interno della stessa facoltà con l’intenzione di poter confrontare, a distanza di anni, la percezione dell’educare al maschile.


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