Cosa resta dei ragazzi

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Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop

 

Rivendicare diritti con la violenza non è mai una buona idea.

Lo sconcerto per la Milano assaltata da tizi molto ignoranti che bruciano libri come  nel libro di Ray Bradbury,  Fahrenheit 451 e’ intenso. Il fallimento del modello neoliberista e’ oramai un dato che si misura nelle nostre vite. Ci hanno raccontato che la ricchezza accumulata in alto sarebbe scesa, per magia di mercato e altri meccanismi incomprensibili giungendo a tutti. Non è successo, pare.

Eppure chi governa ha continuato su quella strada, smantellando sanità, tutele e garanzie del modello sociale che aveva sostenuto la prosperità del dopoguerra. Tanto gli individui da soli potevano farcela, ce la fanno tutti. E vai con la narrativa tossica che “volere e’ potere”! E invece no.

Quando la violenza materiale esplode per strada, con il suo corteo di distruzione cieca e di rabbia priva di direzione, non facciamo che assistere all’ultimo stadio di un virus che ha infettato per primo il linguaggio. La violenza verbale, la caciara degli slogan urlati, la disinvoltura con cui si sdoganano la sopraffazione, la derisione dell’altro e l’annientamento del pensiero critico non sono dettagli trascurabili: sono la miccia. Chi brucia un libro o devasta uno spazio pubblico sta solo traducendo in gesti il vuoto di parole con cui è stato nutrito. È la grammatica del disprezzo, quella che riduce la complessità del mondo a una clava con cui colpire chiunque non la pensi allo stesso modo, trasformando l’ignoranza da colpa di cui vergognarsi a vanto da esibire.

Il prezzo lo pagano i giovani. Ogni generazione parte più povera e precaria della precedente. Quando si parla di calo demografico e si accusano i ragazzi di egoismo, si evita di guardare la realtà: la denatalità è una risposta razionale alla sfiducia economica. Per i giovani di oggi la mancanza di risorse è un’esperienza quotidiana: case inaccessibili, scuola e sanità svuotate, crisi climatica, precarietà strutturale e anche emotiva. Ci si e’ messo anche Lancini con la recessione sessuale.

Insomma uno scenario triste dove per ripigliarsi bisognerebbe investire nella sanità e non nel riarmo, inneggiare alla cultura, ricominciare a parlare tra persone in carne e ossa, frequentare teatri, cinema, scuole, fabbriche, luoghi reali e non virtuali. E ripartire anche dai libri, proprio da quei libri che qualcuno usa come benzina per bruciare ciò che resta del sogno dei nostri ragazzi.

Per restituire veri e propri progetti a una comunità così profondamente ferita non bastano le invocazioni di facciata al “decoro” o la promessa di un pugno duro che cura i sintomi ignorando la malattia. Bisogna riattivare la speranza attraverso interventi concreti, strutturali, capaci di riannodare i fili strappati del tessuto sociale. Significa restituire il diritto all’abitare ponendo un freno alla speculazione che ha reso le nostre città un club per soli ricchi; significa rifinanziare senza riserve l’istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’università, trasformando le aule in presidi territoriali aperti, vivi e accessibili; significa pretendere stipendi dignitosi e contratti veri per fermare l’emorragia di futuro dei nostri figli. Ma significa anche rivendicare la bellezza e la gratuità del tempo libero, della cultura non mercificata, di spazi dove i ragazzi possano trovarsi, sbagliare, confrontarsi e sognare senza dover per forza consumare qualcosa. Solo riposizionando  la cura dell’umano al centro dell’agire politico possiamo  trasformare la rassegnazione, la frustrazione  e la violenza in riscatto e dare di nuovo un senso alla parola” futuro”.


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