Il lavoro che verrà (in un futuro che ancora non conosciamo)

Orientare al mondo del lavoro non significa soltanto aiutare a scegliere una professione, ma anche interrogarsi sul valore che il lavoro assume oggi.

 

Di Igor Guida


Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente. Le nuove tecnologie trasformano le professioni, le competenze si evolvono e i percorsi professionali diventano sempre meno prevedibili. Ma a cambiare è soprattutto il significato che attribuiamo al lavoro: il posto che occupa nelle nostre vite e il rapporto tra impegno, realizzazione personale e benessere. Come prepararsi a un futuro professionale che nemmeno gli adulti riescono a immaginare? E come scegliere, quando le certezze delle generazioni precedenti sembrano venute meno?
Se ne è parlato nella seconda edizione di CultureLink, nella tavola rotonda Il lavoro che verrà, moderata da Serena Bignamini (responsabile della Divisione StripesCorporate di Stripes coop). Il dialogo ha riunito Gianfranca Duca (Fondazione Paganelli), Andrea Marchesi (pedagogista e docente presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Milano-Bicocca, Centro Studi Riccardo Massa), Mario Moroni (imprenditore, conduttore del podcast Il Caffettino e autore della graphic novel Achille & KiPI), Paola Rossetti (Professional Area Sistema Formativo e Capitale Umano di Assolombarda) e Delio Pistolesi (dirigente del Liceo Giulio Casiraghi di Cinisello Balsamo). Punto di partenza, l’esperienza di Futuro Prossimo Sostenibile, progetto promosso da Fondazione Comunitaria Nord Milano con Fondazione Paganelli e Assolombarda.
Dal confronto tra esperienze e punti di vista differenti è emersa una questione di fondo: se non possiamo sapere quali professioni esisteranno domani, dobbiamo ripensare il modo in cui prepariamo le nuove generazioni a costruire il proprio futuro, tenendo conto non soltanto delle trasformazioni del mercato, ma anche del diverso significato che il lavoro assume nelle loro vite.
Una sfida che comincia già a 13 o 14 anni, quando si è chiamati a scegliere un percorso di studi senza conoscere davvero le proprie attitudini, spesso influenzati dalla famiglia, dagli amici o da pregiudizi ancora diffusi, come quelli che penalizzano gli istituti tecnici rispetto ai licei. Anche il rendimento scolastico rischia di diventare un criterio troppo rigido, perché i voti fotografano una situazione, ma non necessariamente le potenzialità di una persona, che possono esprimersi attraverso capacità progettuali, relazionali e di iniziativa difficilmente misurabili in una verifica.
Prima di scegliere, occorre dunque poter ampliare il proprio orizzonte di conoscenza, sperimentando interessi e capacità che nell’ambiente scolastico potrebbero non emergere. È questa la prospettiva di Futuro Prossimo Sostenibile, che propone esperienze al di fuori della didattica tradizionale, mettendo in relazione scuola, imprese e terzo settore. Come un tempo i viaggi di istruzione permettevano di scoprire luoghi altrimenti inaccessibili, oggi l’incontro con realtà professionali differenti può aprire prospettive nuove, soprattutto a chi non può contare su una famiglia capace di offrire contatti e opportunità. Il terzo settore, in particolare, può fare da ponte con il mondo produttivo, mostrando come l’innovazione riguardi anche la capacità di rispondere ai bisogni sociali e alle nuove fragilità.
Orientare, però, non significa soltanto aiutare a scegliere una professione, ma anche interrogarsi sul valore che il lavoro assume oggi. Per molto tempo ha rappresentato un elemento centrale dell’identità personale e della posizione sociale, quasi una vocazione; oggi, invece, questa centralità sembra essersi indebolita, soprattutto perché è cambiata la percezione del rapporto tra impegno e risultati. Chi si affaccia al mondo del lavoro osserva i genitori tornare a casa stressati, vede un ascensore sociale che sembra essersi fermato e si domanda se valga davvero la pena affrontare la stessa fatica, soprattutto quando l’occupazione non garantisce più un miglioramento delle proprie condizioni economiche.
Questo non significa che un’intera generazione attribuisca poca importanza al lavoro, ma che stia ridefinendo le proprie priorità, dando maggiore spazio alle relazioni, al tempo libero e alla qualità della vita. Di conseguenza, anche le imprese devono imparare a offrire qualcosa di più della retribuzione e della stabilità contrattuale: opportunità di crescita, riconoscimento e condizioni nelle quali le persone possano esprimere le proprie capacità.
A influenzare questo cambiamento contribuisce anche una società caratterizzata da valutazioni, classificazioni e graduatorie continue, cui si aggiunge il giudizio permanente delle interazioni digitali. Quando la vita assume i contorni di una competizione, diventa comprensibile chiedersi se valga la pena parteciparvi. Per questo è utile ricordare che a 20 anni si è ancora apprendisti della vita, con il diritto di sbagliare senza essere continuamente giudicati.
Questa sensibilità deve però confrontarsi con un mercato del lavoro sempre più competitivo e internazionale, nel quale opportunità e competenze si misurano ormai su scala globale. Studiare le discipline scolastiche rimane importante, ma non basta: imparare l’inglese, viaggiare, incontrare persone e conoscere realtà differenti diventa altrettanto essenziale per costruire il proprio percorso professionale.
Nel frattempo, le aziende cercano figure specializzate che faticano a trovare, mentre l’intelligenza artificiale modifica rapidamente le competenze richieste. Per esempio, l’esperienza di un lavoratore senior rimane preziosa, ma non garantisce da sola la capacità di affrontare le trasformazioni; allo stesso modo, la familiarità con le tecnologie non equivale necessariamente a una maggiore preparazione professionale.

© iStockPrathanChorruangsak

A questo si aggiunge una distanza generazionale che rende difficile comprendersi: gli adulti tendono a confrontare chi entra oggi nel mercato del lavoro con se stessi alla medesima età, dimenticando quanto siano cambiate le condizioni di crescita, dall’esposizione precoce agli stimoli digitali, all’esperienza della pandemia. Non sorprende, quindi, che imprenditori abituati a considerare il posto fisso un traguardo fondamentale fatichino a comprendere chi attribuisce maggiore importanza alla qualità della vita e alla possibilità di cambiare.
Proprio in questo contesto la scuola non può che ripensare il significato dell’orientamento, non più inteso come un momento circoscritto alla scelta dell’indirizzo di studi, ma come un percorso continuo di conoscenza di sé e delle proprie possibilità. Negli ultimi anni questo processo è diventato più strutturato (con percorsi annuali di trenta ore e docenti tutor incaricati di accompagnare gli studenti nell’individuazione di interessi e attitudini), ma rimane ancora da sdoganare il fatto di poter correggere la propria scelta durante il primo biennio senza vivere questo passaggio come una sconfitta.
Se il posto fisso e la carriera lineare non rappresentano più un orizzonte garantito, educare alla flessibilità significa anche aiutare studenti e famiglie ad affrontare l’incertezza senza esserne paralizzati. Un compito reso più complesso dalla distanza tra le esperienze delle diverse generazioni, particolarmente evidente nell’uso delle tecnologie: da una parte si limita il cellulare in classe, dall’altra si pretende che gli studenti sappiano utilizzare gli strumenti digitali nel lavoro. E poiché non tutti dispongono delle stesse opportunità per acquisire queste competenze, il rischio è che le trasformazioni tecnologiche accentuino ulteriormente le disuguaglianze.
Il filo che lega tutte queste riflessioni emerse a CultureLink è dunque chiaro: non possiamo prevedere con certezza quali professioni esisteranno domani, ma possiamo creare le condizioni per affrontare un mondo in continua trasformazione. Un mondo che ci chiama non tanto a scegliere oggi il lavoro di domani, ma a mettere ciascuno nelle condizioni di immaginare e costruire il proprio futuro. Anche quando quel futuro non ha ancora un nome.


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