La terra sotto i piedi – Intervista a GIULIA INNOCENZI

Giulia Innocenzi, giornalista e documentarista italiana, è nota per il suo giornalismo d’inchiesta incisivo e per l’impegno costante nella tutela dei diritti degli animali e nella difesa dell’ambiente. Ha condotto importanti programmi televisivi come Annozero, Announo, Animali come noi e ha collaborato con Le Iene e Report, distinguendosi per reportage che svelano dinamiche nascoste dell’industria alimentare e delle pratiche degli allevamenti intensivi. Tra i suoi progetti più recenti, il documentario Food for Profit ha riscosso grande attenzione: un’inchiesta approfondita sugli allevamenti intensivi e sul potere delle lobby agroalimentari, vincitrice di premi internazionali come il “Best Environmental Documentary” all’Innsbruck Nature Film Festival e l’“Audience Award” al Films for Future Festival Zurich 2024. Grazie alla capacità di unire rigore giornalistico e sensibilità etica, Giulia è oggi una delle voci più autorevoli nel dibattito su ambiente, alimentazione e sostenibilità.
Parlare di ambiente e cambiamento climatico significa anche parlare di educazione: a scuola, nelle relazioni con gli altri e soprattutto nelle scelte quotidiane. Secondo lei, come si può educare davvero a un cambio di rotta?
Cambiare rotta non è così semplice, perché i modelli che vengono proposti, soprattutto ai più giovani, sono quelli che derivano dal capitalismo e dalla struttura stessa della nostra società: modelli in cui tutto ruota attorno al profitto. Anche le soluzioni alla crisi climatica, spesso, vengono presentate come valide solo se riescono comunque a generare guadagno.
Credo invece sia necessario spiegare che esistono valori molto più importanti, dalla sopravvivenza dell’umanità, fino alla tutela del pianeta e alla possibilità di vivere in armonia con esso. Il primo passo è mostrare la realtà per quella che è, anche attraverso immagini e fatti concreti, e da lì stimolare riflessioni profonde. Solo guardando ciò che accade davvero possiamo iniziare a mettere in discussione i modelli che ci vengono imposti.
Food for Profit mette in luce, con chiarezza disarmante e incontrovertibile, il legame che esiste tra economia italiana ed europea e lobby della carne. Parlarne è stato a tutti gli effetti un atto di “disobbedienza civile”. A fronte di questi legami: a chi dobbiamo rivolgerci per un cambiamento concreto?
Per ottenere un cambiamento reale dobbiamo muoverci su due livelli: dal basso e dall’alto.
Dal basso, perché il cambiamento parte dalle persone. Sono infatti le persone che, modificando i propri modelli di consumo e i propri riferimenti culturali, possono incidere sul modello economico. Un consumatore che smette di acquistare certi prodotti contribuisce a modellare il mercato e, di conseguenza, costringe i produttori a ripensare ciò che offrono e impegnarsi a produrre un’altra tipologia di merce.
Ma questo non basta. Il cambiamento deve avvenire anche dall’alto, attraverso un quadro normativo che accompagni e sostenga la transizione, invece di continuare a incentivare i settori più inquinanti. È fondamentale spezzare il legame stretto tra lobby, industria e politica, per rendere le istituzioni davvero rispondenti alle esigenze dei cittadini e del bene comune.
Le nuove generazioni sembrano più consapevoli del legame tra ciò che consumiamo e ciò che distruggiamo. Crede che i giovani possano essere un primo esempio di speranza?
Sì, credo che non ci sia paragone tra la consapevolezza dei giovani di oggi e le generazioni precedenti, anche solo rispetto a quando ero più giovane io. C’è stato un cambiamento radicale, una maggiore sensibilità dovuta soprattutto a una più profonda conoscenza dei temi.
Questioni che prima erano quasi sconosciute ora fanno parte del linguaggio comune: basti pensare al veganesimo, che oggi rappresenta una scelta condivisa da tante persone, soprattutto giovani, per motivi etici, ambientali e legati al rispetto degli animali. Questo ci dimostra che una parte importante del cambiamento passa proprio dalle nuove generazioni e ciò è senza dubbio una fonte di speranza.
Il cambiamento passa spesso dal senso di colpa, ma il suo documentario sembra proporre un’altra via: quella della consapevolezza. Si può far nascere un desiderio di cambiamento che non venga dalla paura? E ancora, da dove nasce in lei il coraggio di guardare dove altri distolgono lo sguardo?
Credo molto nel potere delle immagini, perché riescono a entrare direttamente nella sfera delle emozioni. Il cambiamento non deve necessariamente nascere dalla paura, ma è vero che uno shock spesso è necessario: se siamo abituati a pensare in un certo modo, per cambiare prospettiva abbiamo bisogno di essere scossi. Ed è qui che le immagini hanno una forza enorme.
Io continuo a guardare proprio dove altri distolgono lo sguardo, perché so che è lì che bisogna guardare. È lì che serve fare giornalismo, ed è lì che servono le inchieste: per portare alla luce ciò che pochissimi conoscono, o che spesso nessuno vuole vedere. Solo così si può provare ad avviare un cambiamento reale, che metta in discussione non solo un sistema produttivo, ma un’intera cultura.
Personalmente credo molto nel potere del giornalismo, e in particolare del giornalismo d’inchiesta, come potente strumento di cambiamento. Sono convinta che sia uno dei mezzi più efficaci che abbiamo oggi.
Come non sentirsi soli ed impotenti di fronte ad un funzionamento più grande di noi?
È facile cadere nella sensazione che tutto sia inutile, che ciò che facciamo non serva a nulla, e credere che, nonostante gli sforzi, il sistema continuerà a funzionare come sempre. Ma questa è un’illusione: perché ognuno di noi è portatore di cambiamento e fa parte di una comunità.
In tutto il mondo esistono comunità che si impegnano ogni giorno per migliorare le cose, e la storia ci insegna che i grandi cambiamenti nascono spesso proprio da piccoli gruppi, a volte persino da singoli individui. Non dobbiamo fermarci solo perché forse non vedremo direttamente i risultati delle nostre azioni. Se sappiamo che ciò che facciamo è giusto, dobbiamo continuare e perseverare.
(A CURA DI REBECCA CONTI)
IMMAGINI: © iStock.com/Sebastian Kemper/Vitalii Bashkatov


