Se noi genitori scendessimo dal podio – Intervista a PAOLO KESSISOGLU e SILVIA ROCCHI

© P. Kessisioglu e S. Rocchi

a cura di Igor Guida

 

Come si riconosce il disagio adolescenziale? E come possono gli adulti imparare ad ascoltare, comprendere e aiutare ragazze e ragazzi che sempre più spesso esprimono la propria sofferenza attraverso l’isolamento, l’autolesionismo o i disturbi alimentari? Sono domande che riguardano da vicino genitori, educatori e l’intera società. E alle quali Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi (compagni di vita, oltre che di avventura lavorativa) hanno deciso di rispondere passando dalle parole ai fatti. Lui è attore, comico e conduttore. Lei è architetta, con una lunga esperienza nella progettazione e nell’organizzazione.

Nel 2023 hanno fondato C’è Da Fare ETS, un’associazione nata per affrontare il crescente disagio psicologico e psichiatrico degli adolescenti, trasformando la sensibilizzazione in progetti concreti di sostegno e cura. Un impegno che Paolo ha portato anche sul palco di Sanremo nel 2025, cantando con la figlia Lunita Paura di me, e in teatro con lo spettacolo Sfidati di me, dedicato al difficile dialogo tra genitori e figli. Silvia, oggi Vicepresidente e Direttrice Generale dell’associazione, ha contribuito a dare struttura e continuità a un progetto che coinvolge importanti strutture ospedaliere italiane.
Che cosa ci stanno raccontando le fragilità dei ragazzi e perché gli adulti fanno tanta fatica a comprenderle? Soprattutto, che cosa possiamo fare concretamente per non lasciarli soli? A partire da queste domande li abbiamo incontrati.

 

 

Jovanotti con sportful ebaldonibikeshop nel 2023 © C’è da fare

C’è Da Fare ha compiuto tre anni. Come è nata l’idea e quando avete sentito il peso della responsabilità?

Paolo Kessisoglu – L’idea era nata da un piccolo progetto dedicato agli adolescenti, legato a un evento sportivo a cui Silvia aveva partecipato come spettatrice. Eravamo tornati a casa con una grande energia e avevamo cominciato a parlarne. Poi, durante una vacanza in Grecia, con i piedi nell’acqua, abbiamo fatto una lista di pro e contro. Erano molti di più i contro, eppure abbiamo deciso di fondare l’associazione! Era agosto 2022, l’ultima vacanza libera che abbiamo fatto, perché poi, con un’associazione, le vacanze finiscono…

Silvia Rocchi – Il senso di responsabilità è arrivato con la prima mail e la prima donazione. Nel momento in cui qualcuno ti affida la propria fiducia, le proprie speranze, le proprie domande e anche un contributo economico, ti assumi una responsabilità da cui non puoi più liberarti.

 

Paolo, hai scritto e parlato di quanto un genitore che soffre insieme al figlio rischi di essere meno efficace. Come si trova quell’equilibrio? Tu lo hai imparato?

P. Kessisoglu – Ho imparato la teoria. La pratica è un’altra cosa. Quando vedi la sofferenza da vicino, soprattutto se si prolunga nel tempo, inevitabilmente cominci a interrogarti. Se un metodo non funziona, ti chiedi cosa puoi cambiare. Naturalmente i ragazzi non stanno male soltanto per quello che fanno o non fanno i genitori, ma anche noi siamo parte della loro vita e, in qualche misura, di quel malessere. Il problema è il senso di colpa, che io continuo a portarmi dietro. Quando cerchi di aiutare un figlio che soffre, sommare al suo dolore i tuoi sensi di colpa e le tue difficoltà rende tutto ancora più complicato. Sarebbe meglio lasciare il senso di colpa a casa, perché non serve. Bisognerebbe quasi riuscire a uscire dal proprio ruolo di genitore e guardare quel ragazzo come una persona a sé, non soltanto come tuo figlio. Credo che questo aiuterebbe a essere più efficaci. Naturalmente è quasi impossibile: sarebbe bello riuscire ad avere un po’ di distacco, ma siamo tutti profondamente coinvolti.

 

I gruppi di ascolto con le famiglie funzionano? Che cosa vi raccontano i genitori dopo aver partecipato?

S. Rocchi – I gruppi di confronto fanno parte di C’è Da Fare Safe Teen, il primo progetto attivato da C’è Da Fare: è un protocollo di presa in carico ambulatoriale multidisciplinare ad alta intensità rivolto ad adolescenti in condizioni di grave sofferenza psicologica e neuropsichiatrica, che manifestano il proprio disagio attraverso comportamenti autolesivi, forme di ritiro sociale e altre espressioni particolarmente dolorose del malessere. Il progetto si svolge all’interno di strutture del Servizio Sanitario Nazionale. Noi integriamo le risorse che il servizio pubblico può mettere a disposizione finanziando, attraverso le donazioni raccolte, ulteriori professionisti che lavorano in modo continuativo insieme all’équipe sanitaria. I ragazzi possono così accedere all’ambulatorio anche tre o quattro volte a settimana, secondo le necessità, e soprattutto vengono seguiti da un gruppo di professionisti che opera in maniera coordinata. Il protocollo prevede anche il coinvolgimento delle famiglie, attraverso incontri con lo psicologo sistemico e gruppi dedicati ai genitori. Questi ultimi, in realtà, sono nati da un bisogno emerso spontaneamente: mentre aspettavano i figli negli ambulatori, i genitori cominciavano a confrontarsi tra loro e a porre domande ai clinici. Da questa osservazione è nata l’idea di inserire nel percorso anche i gruppi genitori.
Naturalmente non siamo noi a osservare direttamente queste dinamiche: sono i medici e gli psicologi a raccontarcele. Quello che emerge è quanto sia importante offrire ai genitori strumenti per comprendere ciò che accade a casa, per sapere quando intervenire e quando, invece, fermarsi e osservare. Del resto, sono soprattutto i genitori a scriverci, fin dal primo giorno. Genitori che non sanno cosa fare, che cercano risposte e che, attraverso questi percorsi, possono finalmente sentirsi meno soli.

 

Cosa manca alla nostra cultura educativa per riconoscere una sofferenza che non si vede come una malattia? E chi dovrebbe insegnarci a riconoscerla: la scuola, i pediatri, i media?

S. Rocchi – Credo serva un lavoro collettivo perché la salute mentale è ancora circondata da stigma e vergogna. Le famiglie che affrontano questi problemi spesso faticano a parlarne e persino a condurre una vita normale: tendono a nascondere ciò che stanno vivendo. Per superare questa situazione occorre costruire una consapevolezza diffusa: a scuola, tra gli amici, nei media e nelle istituzioni. I messaggi che cerchiamo di trasmettere vanno soprattutto in due direzioni. La prima riguarda la capacità di riconoscere il problema e sapere a chi rivolgersi. Se ti rompi una gamba, sai che devi andare dall’ortopedico. Se tuo figlio sta male psicologicamente, spesso non sai nemmeno come valutare la gravità della situazione, quando sia il momento di chiedere aiuto e, soprattutto, a chi chiederlo. La seconda riguarda il valore stesso del parlarne: riceviamo moltissimi messaggi di ringraziamento da parte di famiglie che si sentono sostenute semplicemente perché qualcuno porta alla luce un tema così difficile. Anche quando non abbiamo potuto aiutarle direttamente, ci ringraziano per aver rotto il silenzio. Ci scrivono anche persone che hanno vissuto sofferenze estreme, per esempio genitori che hanno perso un figlio per suicidio. Sentono il bisogno di raccontare la propria esperienza nella speranza che qualcun altro possa riconoscere i segnali, non sottovalutarli e chiedere aiuto in tempo.

 

Che ruolo ha la scuola nell’intercettare il disagio? Dove riesce a intervenire e dove invece manca? Se poteste chiedere una sola cosa agli insegnanti, quale sarebbe?

S. Rocchi – A scriverci sono soprattutto le madri. Per ragioni di privacy non abbiamo sempre accesso diretto alle storie dei ragazzi, ma le richieste che riceviamo ci danno un’indicazione dei bisogni. Una delle più significative riguarda proprio la formazione nelle scuole. I ragazzi trascorrono gran parte della giornata a scuola: chi meglio di un insegnante potrebbe cogliere un campanello d’allarme? Ma per riconoscerlo bisogna sapere quali segnali osservare e come interpretarli. Oggi non è così. Abbiamo insegnanti spesso sottopagati, che già faticano a svolgere il proprio lavoro nelle condizioni in cui si trovano. Non possiamo pretendere che possiedano anche competenze specialistiche sulla salute mentale senza aver ricevuto una formazione adeguata! Su questo la scuola è ancora molto indietro e, proprio per questo, stiamo lavorando a un progetto specifico di formazione degli insegnanti.

P. Kessisoglu – C’è anche un altro problema: una volta individuato un segnale di disagio, bisogna sapere a chi rivolgersi. Non solo: una parte degli insegnanti appartiene a generazioni cresciute in una società in cui gli adulti esercitavano un’autorità molto più normativa. Alcuni faticano a comprendere che comportamenti e atteggiamenti che un tempo potevano essere considerati “normali” oggi producono effetti differenti. Dire “si è sempre fatto così” non basta. I nostri figli sono cresciuti in un contesto completamente diverso dal nostro: inevitabilmente reagiscono in modo diverso, a volte per noi incomprensibile. Di tutto questo, non sempre gli adulti ne tengono sufficientemente conto.

 

© C’è da fare

Paolo, nel tuo spettacolo “Sfidati di me” parli di adulti in crisi. Se l’autorità di ieri non funziona più e nemmeno la resa di oggi è una soluzione, come si costruisce un’autorevolezza adulta sana? Che cosa possono fare il teatro e la comicità?

P. Kessisoglu – Il teatro, in particolare la capacità di guardarsi da fuori e riconoscersi anche ridicoli, è uno straordinario strumento di riflessione: serve a emozionare, ma anche a dare fastidio. Alcuni degli spettacoli che mi hanno dato di più sono proprio quelli che mi hanno fatto arrabbiare. Uno spettacolo non deve limitarsi a commuovere, a emozionare: deve lasciare qualcosa su cui riflettere. Quanto all’autorevolezza, credo che rimanga fondamentale. Un genitore autorevole è un punto di riferimento: indica delle strade, anche se poi il figlio dovrà scegliere autonomamente quale percorrere. Per essere autorevoli oggi bisogna, secondo me, scendere dal podio. Ho la sensazione che quando mia figlia mi ha visto per quello che sono, con tutti i miei limiti e le mie fragilità, qualcosa sia cambiato. Per un ragazzo che sta costruendo la propria identità e deve imparare a contare su se stesso, forse è più facile farlo se il genitore non sta su un piedistallo, ma a un’altezza più vicina alla sua. Ciò non significa rinunciare al proprio ruolo: si può restare comunque autorevoli, anche se pieni di difetti e mancanze. Dei “venerabili peccatori”…!

S. Rocchi – Siamo molto concentrati su noi stessi e tendiamo a vedere i figli come una nostra estensione. Da un lato prestiamo maggiore attenzione alle loro emozioni e cerchiamo una vicinanza che le generazioni precedenti forse non avevano; dall’altro lato, però, dobbiamo evitare che questa vicinanza diventi una sovrapposizione. Se facciamo nostro anche il dolore dei figli, rischiamo di non lasciarli liberi neppure di soffrire, perché alla loro sofferenza si aggiunge quella di mamma e papà. Serve una vicinanza capace di mantenere un sano distacco. Dobbiamo restare adulti e lasciare ai ragazzi lo spazio per affrontare anche i propri momenti di difficoltà, che fanno parte della crescita. Se interveniamo continuamente – ricordando i compiti, rifacendo il letto, risolvendo ogni problema – non permettiamo loro di imparare ad affrontare le difficoltà. Un po’ di distacco è salutare sia per i figli, sia per i genitori.

 

A Milano rivolgersi a uno psicologo è diventato più normale. Ma nel resto d’Italia è così? Dove è più difficile chiedere aiuto e quali ostacoli incontrate nel vostro lavoro?

P. Kessisoglu – Più che una differenza geografica, mi colpisce la sensibilità che troviamo nelle persone: molto più diffusa di quanto ci potremmo aspettare. Ciò non significa che raccogliere fondi sia facile (tutt’altro), ma la difficoltà maggiore non sta nel trovare le risorse, bensì nel riuscire ad utilizzarle. Penso per esempio alla complessità e alla lentezza delle istituzioni sanitarie pubbliche: a volte riusciamo a raccogliere 70 mila euro e poi non possiamo impiegarli perché mancano le condizioni operative. È una frustrazione enorme.
D’altra parte sappiamo che tali difficoltà fanno parte della scelta che abbiamo fatto: è un impegno faticoso, ma ci dà moltissimo e riempie le nostre giornate in modo sano.

S. Rocchi – Fin dall’inizio abbiamo avuto una grande visibilità, anche grazie alla notorietà di Paolo: questo ci ha aiutato, ma ha aumentato le nostre responsabilità. Quando chiedi alle persone di sostenerti economicamente, devi poter spiegare con precisione che cosa fai con quei soldi e quali risultati produci. Abbiamo costruito un progetto molto preciso dal punto di vista clinico, accompagnato da accordi che vincolano gli enti destinatari all’impiego delle risorse per le attività previste e alla loro rendicontazione. Il problema è che arrivare a firmare un accordo con un’azienda sanitaria richiede moltissime riunioni e mesi di lavoro. Nel primo anno abbiamo raccolto molto più di quanto immaginassimo, ma non potevamo erogare tali risorse senza avere la possibilità di verificare come sarebbero state impiegate: da allora è stata una tensione continua tra l’urgenza di intervenire e la responsabilità di farlo bene.

State avviando a Milano un HUB, uno spazio fisico di primo ascolto. Quanto conta avere un luogo in cui entrare? Che cosa dovrebbe trovarvi un ragazzo o un genitore?

S. Rocchi – Con il costo degli affitti a Milano era impensabile destinare una parte consistente delle donazioni a uno spazio come quello che all’inizio immaginavamo. Così abbiamo partecipato a un bando pubblico per ottenere in locazione uno spazio a un prezzo accessibile; e lo abbiamo vinto. Si tratta di uno spazio più piccolo di quello che avremmo voluto, ma rimane il nostro sogno: creare un luogo che svolga un po’ la funzione che un tempo avevano gli oratori, uno spazio sano dove incontrarsi, stare insieme e sentirsi bene. Non siamo ancora a quel punto, tuttavia l’hub avrà un’area di accoglienza e due piccoli spazi di ascolto. Non faremo terapia né trattamenti clinici (per questo ci sono professionisti e strutture specializzate), ma offriremo un primo ascolto e un orientamento. Saranno presenti psicologi, anche volontari, capaci di accogliere le persone, comprendere la natura della richiesta e indirizzarle verso il percorso più adatto. Abbiamo poi ricavato un piccolo spazio per le attività che ci piace organizzare: incontri, presentazioni di libri, gruppi di genitori, occasioni di confronto. Non necessariamente con un calendario rigido, ma con l’idea di creare un punto di riferimento accessibile, dove si possa parlare anche in modo leggero di temi che spesso fanno paura. Speriamo di poter aprire entro la fine del 2026.

 

© C’è da fare

L’annuario di Pedagogika.it si intitola «E ora che ne sarà del mio viaggio?». Se i vostri figli vi ponessero proprio questa domanda, che cosa rispondereste?

P. Kessisoglu – In effetti ciò che rende bello un viaggio è proprio la possibilità di guardarsi intorno e scoprire quello che può succedere. A dire il vero, però, mia figlia non mi farebbe mai una domanda del genere. Se gliela ponessi io, probabilmente mi guarderebbe chiedendosi di quale viaggio stia parlando…! Ho la sensazione che i ragazzi si stiano già guardando intorno, scoprono le cose man mano e non sembrano preoccuparsi troppo di ciò che verrà. Se però dovessi dare loro un consiglio, sarebbe questo: «Guarda fuori dal finestrino, non il telefono».

S. Rocchi – Non ho una risposta precisa, perché viviamo in una società che sta diventando sempre più complessa. Non so quale mondo troveranno i nostri figli e nemmeno quante cose dovrò ancora imparare io per comprenderlo. Mi auguro però che anche l’HUB possa diventare un luogo in cui confrontarsi su queste domande. Vorrei che ci fossero occasioni in cui genitori e figli possano incontrarsi, ascoltarsi, parlare insieme del futuro. Un posto in cui un ragazzo possa entrare, guardarsi intorno e magari trovare qualcosa che gli interessa, un confronto, una possibilità. In fondo è quello che stiamo cercando di fare anche noi: guardarci intorno, continuare a imparare e andare avanti insieme.


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