La cooperazione è un plus. Anche tra pubblico e privato – Intervista a CARLO MANGO

Carlo Mango ©Factoryplus

a cura di Paola Navotti

 

A 10 anni dalla nascita per iniziativa di Fondazione Cariplo, Factory Plus (ex Cariplo Factory) è una società benefit che oggi, nella fase cruciale che il sistema italiano dell’innovazione sta vivendo, ha molto da dire. Nata con l’obiettivo di mettere in connessione imprese, startup, istituzioni, ricerca e territori, la società ha accompagnato negli ultimi anni la trasformazione digitale e sostenibile del Paese, promuovendo modelli di innovazione aperta e collaborazione tra pubblico e privato. Alcuni esempi: programmi di accompagnamento per startup; iniziative di open innovation[1]sviluppate con imprese e istituzioni; percorsi dedicati alla transizione sostenibile e all’economia circolare; progetti di innovazione comunitaria capaci di coinvolgere amministrazioni pubbliche, terzo settore e attori territoriali nella ricerca di soluzioni condivise a bisogni sociali emergenti. Nel nostro contesto in cui la tecnologia è sempre più chiamata a rispondere a sfide economiche, sociali e ambientali, il tema della cooperazione tra attori diversi assume un valore strategico. Ne parliamo con Carlo Mango, Consigliere delegato di Factory Plus, Vice Chief Philantrophy Officer e Direttore dell’Area Ricerca Scientifica di Fondazione Cariplo.

 

Nel 2026 Factory Plus, in precedenza conosciuta come Cariplo Factory, ha compiuto 10 anni. Quali intuizioni si sono rivelate più lungimiranti?
L’intuizione fondamentale è stata quella di creare un hub di innovazione che fosse in grado di posizionarsi come “orchestratore” dell’intero ecosistema. Factory Plus, nel corso di dieci anni, ha svolto egregiamente questo ruolo, favorendo l’incontro e la contaminazione fra realtà e professionisti appartenenti a mondi lontani: aziende profit e organizzazioni no profit, startup hi-tech e imprese ad alto impatto sociale sono state messe nella condizione di incontrarsi e di parlare una stessa, medesima lingua. Quella dell’open innovation.

 

Quanto è maturata la capacità delle imprese italiane di collaborare con i nuovi attori dell’innovazione?
Nel corso degli anni le imprese italiane hanno riconosciuto sempre più il valore fondamentale dell’open innovation quale leva strategica per la competitività. La possibilità di integrare al proprio interno le competenze esistenti altrove, di acquisire velocità di pensiero e di esecuzione grazie alla collaborazione con una startup non sono più l’eccezione, ma la regola per chiunque voglia innovare davvero. La sfida, oggi, è di ordine culturale: non basta più il commitment dei dirigenti, serve che tutti i dipendenti di un’impresa siano messi nelle condizioni di comprendere e valorizzare il cambiamento, di farlo proprio e di sentirsi parte attiva di questa trasformazione.

 

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Quali sono le condizioni che rendono efficace la collaborazione tra grandi organizzazioni, startup, università e istituzioni pubbliche? In che senso cioè la cultura della cooperazione si pone oggi come una competenza strategica?
Gli ecosistemi di innovazione di successo non si misurano solo in termini di idee prodotte o aziende create, ma anche nella forza dei legami e nella capacità di fare rete tra mondo universitario, industriale, istituzionale, imprenditoriale e comunità locale. La cultura della cooperazione, in questo contesto, rappresenta un ingrediente essenziale per rafforzare la fiducia reciproca e la collaborazione fra grandi player e comunità locali, nel raggiungimento di obiettivi comuni.

 

Uno dei temi centrali della vostra attività riguarda l’innovazione sostenibile. La sostenibilità è ancora percepita come un adempimento, più che come un’opportunità di sviluppo?
Questa fase di transizione non si è ancora conclusa del tutto, ma sono sempre di più le imprese che vedono nella sostenibilità una leva potente di comunicazione, di innovazione e di risposta alle sfide sistemiche. Le aziende globali integrano sempre più spesso gli SDG, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, nelle loro strategie. Il settore privato, grazie alla spinta degli investitori, ha riconosciuto nella sostenibilità non solo una responsabilità normativa, ma un’opportunità di business vera e propria. Essere sostenibili significa essere più resilienti, preparati e attrezzati per affrontare le crisi politiche, sociali e ambientali che attraversano le nostre società. La collaborazione fra attori privati e istituzioni pubbliche è, in questo senso, fondamentale per trasformare gli obiettivi dei singoli in risultati di impatto globale.

 

La vostra esperienza suggerisce che l’innovazione possa essere uno strumento di coesione sociale: in che modo? Come cioè si può evitare che la trasformazione tecnologica generi nuove disuguaglianze?
L’innovazione deve essere non un fine in sé, ma un mezzo capace di ampliare le opportunità, l’accesso ai servizi e la partecipazione dei cittadini al bene comune. La formazione allo sviluppo di competenze digitali, le opportunità di aggiornamento professionale in ogni momento della vita e l’inclusione delle categorie più fragili fin dalle fasi di progettazione delle nuove tecnologie sono premesse indispensabili per fare in modo che l’innovazione possa rispondere ai bisogni di una società eterogenea, complessa e diversificata come la nostra.

 

Se dovesse indicare una lezione appresa in questi dieci anni di attività, quale messaggio consegnerebbe a chi oggi lavora per costruire il futuro dell’innovazione italiana?
Oggi ci troviamo ad operare in uno scenario profondamente mutato rispetto a quello di dieci anni fa. L’open innovation è un paradigma dominante nell’innovazione d’impresa e le aziende sono sempre più incentivate a integrare criteri e principi di sostenibilità nel loro business. Il futuro dell’innovazione, oggi, non si misura più solo in termini del successo delle singole aziende: sono interi settori, intere filiere e comunità a essere chiamati a misurarsi con cambiamenti profondi e di lungo periodo, che nessuna realtà è in grado di affrontare da sola.

 

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Guardando ai prossimi dieci anni, quali saranno le sfide che Factory Plus intende affrontare e quale ruolo immagina che debba avere la tecnologia nella costruzione di comunità semplicemente più umane (cioè resilienti, inclusive e sostenibili)?
Il filo conduttore delle nostre attività resta il concetto di innovazione responsabile, il criterio con cui prendiamo ogni decisione, dalla misurazione dell’impatto generato all’inclusione delle persone all’interno di ogni processo di cambiamento basato sulle nuove tecnologie. In questo senso, anche tecnologie come l’intelligenza artificiale devono diventare strumenti costruiti in chiave responsabile, progettati per affiancare le persone anziché tentare di sostituirsi a esse. Per costruire comunità più umane serve costruire un’intelligenza artificiale con al centro l’essere umano, padrone dello strumento e consapevole dei suoi limiti e delle sue possibilità.

 

 

[1] Per open innovation si intende un modello strategico che incoraggia le aziende a utilizzare idee esterne e a condividere con altri le conoscenze interne.

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