Adolescenza

L’ “età incerta” è difficile sia per i genitori che per i figli. I primi, di fronte alla schiusa e all’espansione della personalità dell’adolescente, possono disorientarsi e così tendono a reprimere o a concedere eccessiva libertà. I secondi spesso pigri e dipendenti, paiono dei “ricoverati a domicilio”, mantenuti in vita da “realtà” virtuali.


L’“età incerta” è difficile sia per i genitori che per i figli. I primi, di fronte alla schiusa e all’espansione della personalità dell’adolescente, possono disorientarsi e così tendono a reprimere o, viceversa, a concedere eccessiva libertà. I secondi, quando faticano a separarsi dal mondo infantile, spesso pigri e dipendenti, paiono dei “ricoverati a domicilio”, mantenuti in vita da “realtà” virtuali[1]; se invece la loro meta è il divenire adulti quanto prima allora, svalutando i valori e gli insegnamenti parentali, agiscono per impadronirsi del potere. In questa fase, al contenimento agito dai genitori, il ragazzo guarda come ad una minaccia al proprio bisogno di sperimentarsi in autonomia. Per scansare la temuta regressione, l’adolescente dovrebbe sentirsi accompagnato da entrambi i genitori, ciascuno in grado di testimoniare le proprie specificità, ovvero le loro diverse funzioni. Questa differenziazione nella nostra società è sempre più sfumata. Tralasciata l’etica forte del modello patrilineare, si ricorre oggi ad un modello matrilineare intriso di affettività ed accudimento a scapito della fondante dimensione normativa.
L’adolescenza è un travaglio: la mentalità infantile si eclissa e progressivamente si afferma la mentalità adulta; ma, oltre al timbro individuale e familiare, l’adolescente porta il segno del contesto sociale-culturale-storico nel quale avviene la sua trasformazione. La società di mercato infatti evolve rapidamente, gli stimoli sono molti e l’incertezza che ne emerge influenza anche i ruoli educativi. L’adolescente diviene una creatura della società consumistica che induce ad una pseudomaturità caratterizzata da un’assunzione imitativa di tratti di identità senza averne fatto esperienza emozionale: il giovane prova a fare l’adulto senza volerlo diventare e così, rimandando il tempo degli impegni futuri, procede verso scelte reversibili all’interno della protezione familiare. Questo periodo di significativi cambiamenti, contempla anche uno sguardo all’indietro e la messa in discussione talvolta delle situazioni passate rimaste in sospeso perché sfuggite alla necessaria elaborazione.

É bene ricordare che purtroppo sullo sfondo si stagliano spesso adulti che, poco inclini ad un accudimento contemplante l’accoglimento della crisi, dei limiti e dei punti di debolezza dei figli, di fronte alle manifestazioni forti, impensate diventano o persecutori abbandonici dei figli o delle vittime che soccombono e avviluppano l’adolescente in un vortice depressivo.

Durante la fase di transizione dalla fanciullezza all’età adulta, si presenta un doppio lutto: per la famiglia il dover affrontare la perdita del figlio-bambino e per il giovane il dover rinunciare al proprio corpo bambino. Il genitore, incapace di tollerare il lutto del tempo che passa, intralcia l’elaborazione del processo di sviluppo del figlio che così si può fissare su aspetti di immaturità e di disadattamento sociale.

Il corpo, con i suoi limiti e con le sue certezze, è cambiato, ormai si è grandi, è la fine dell’onnipotenza, della possibilità di essere sia maschio che femmina. Si tratta di accettare la propria identità/sessualità di genere abitando il proprio corpo in modo nuovo e inedito. Il sottrarsi all’inesorabile cambiamento può comportare destrutturazioni pericolose. Certi soggetti, che si mostrano incapaci di accogliere la trasformazione puberale (comparsa di peluria, menarca e prime eiaculazioni), depositano frustrazioni e insicurezze sul corpo che sentono non appartenere loro né mentalmente né simbolicamente. Se il corpo diventa estraneo e minaccioso, (cioè non viene mentalizzato) talvolta percepito come responsabile di un’insopportabile inadeguatezza, assistiamo ad una serie di rischi: dal vedere l’adolescente intrappolato in un’alternativa virtuale che consente un’illusoria negazione della sofferenza, a comportamenti sfidanti come l’iniziazione sessuale troppo precoce e in condizioni di precarietà, pericolo sanitario o morale, al comportamento autodistruttivo estremizzato nelle fantasie suicidarie[2].

Il contesto socio-amicale assume poi un aspetto di rilievo a questa età: i coetanei rappresentano “lo specchio sociale” che può rimandare un’immagine deformata di se stessi. Allora ci si rifugia in una “realtà virtuale” che spesso diviene una trappola, un non-luogo dove proliferano legami esili, a volte disgreganti. La società odierna, improntata sul fare, non facilita lo sviluppo del pensiero, inibisce la riflessione, ostruisce l’interiorità. L’egemonia della concretezza si riversa soprattutto sul corpo esibito in pubblico, esposto da messaggi mediatici, spudoratamente utilizzato come mezzo di seduzione.

Veicolo d’elezione diviene la Rete che genera rapporti “sfilacciati” e compromessi perché gli utenti possono essere al contempo amici-nemici. La rete accoglie i vissuti, li disvela e li diffonde tradendo, però, ogni forma di privacy. Questa dimensione produce un ambiente saturo di stimoli cognitivi e di processi di livellamento che, fagocitando un pensiero indipendente, porta alla superficialità. L’uomo per vivere ha bisogno di esperire coscientemente il proprio spazio mentale attraverso la solitudine, il silenzio e la privacy. L’ambivalenza implicita in queste nuove modalità di comunicazione, invece, si sostanzia di faciloneria e irresponsabilità, dove, di riflesso, chi presenta una marcata vulnerabilità, rischia il crollo dell’identità in formazione. Si prende a prestito un evento traumatico (interruzione di un rapporto amoroso, fallimento in un esame, una bocciatura, denigrazione in rete, cyber-bullismo), per “giustificare” a livello manifesto il suicidio. Il senso comune, allora, semplifica una dinamica complessa che si è costituita nel tempo e che spesso fonda le radici in un’infanzia rimasta sospesa che ostacola la possibilità “di sperimentare e partecipare al mondo[3]; la fragilità di base e il contesto familiare “non sufficientemente buono” impediscono all’individuo di tollerare le frustrazioni provenienti dall’esterno.

La funzione dell’adulto si connota quindi come la capacità di riconoscere le trasgressioni e le provocazioni dell’adolescente e di interpretarle come dei tentativi agiti, allo scopo di introdurre delle novità e di esprimere il proprio potenziale in relazione ai cambiamenti bio-psico-sociali cui è sottoposto il giovane durante questa importante fase del ciclo di vita.

Durante questa fase di crescita, infatti, scaturiscono nuove emozioni in modo prepotente e improvviso, che risultano non ancora facilmente mentalizzabili. A tal proposito, studi di neuroimaging sostengono che, durante la pubertà e l’adolescenza, il mancato raggiungimento maturativo delle aree cerebrali prefrontali e delle relative funzioni, è ritenuto una delle possibili cause dell’aumento di particolari tendenze quali la propensione ad adottare comportamenti a rischio (risk-taking) e la spasmodica ricerca di sensazioni forti (sensation-seeking); più precisamente, questi comportamenti sarebbero imputabili a fattori in trasformazione, come ad esempio i rimodellamenti delle concentrazioni di neurotrasmettitori (in particolare della dopamina) e variazioni dei livelli di ormoni (come l’ossitocina)[4].

La ricerca sperimentale ci riporta dunque all’importanza dell’azione diretta dell’adulto, alla responsabilità di ognuno di noi, in prima persona, perché la società si costruisce un passo alla volta, a partire dai singoli individui. Ragionando così, ecco che allora possiamo vedere l’adolescente come portatore di istanze positive quali la curiosità, le abilità intellettive, gli ideali, la volontà, la ricerca della “verità”, del profondo, il valore del conflitto costruttivo e diamo voce a ciò a cui, spesso come adulti, direttamente coinvolti con l’adolescente, non sappiamo rispondere. Facciamo sentire l’adolescente capito e legittimato nel suo farsi domande tanto quanto nell’esigere risposte; aiutiamoci a spostarci dal narcisismo onnipotente al piacere della ricerca e del dialogo, ricordandoci sempre che è molto più stimolante, come adulti, confrontarci con un adolescente che con un bambino (confronto che serve non solo al ragazzo ma anche, tanto, al genitore). Non dimentichiamo dunque che l’adolescente porta, oltre all’impeto e alla distruttività con cui alle volte ci mette alla prova, anche la speranza e soprattutto ci richiama alle nostre responsabilità di adulti, dalle quali non abbiamo scuse per sottrarci.

Questi comportamenti sembrerebbero diminuire nell’età adulta grazie alla maturazione della capacità di autoregolazione e di controllo degli impulsi ascrivibili alle aree della corteccia frontale. Queste regioni di autoregolazione raggiungerebbero la maturità funzionale in modo graduale verso la fine dell’adolescenza (19-20 anni) attraverso processi di “potatura sinaptica” della sostanza grigia e di “mielinizzazione” della sostanza bianca[5]. Si tratta quindi, di acquisire un nuovo “processo di alfabetizzazione” che richiede tempo e sperimentazioni. L’adulto dovrebbe perciò accompagnare l’adolescente, rispettandone i tempi di sviluppo, e porsi in modo recettivo e contenitivo, “operando una sana dissociazione strumentale”, ovvero procedendo in contemporanea, in ordine all’auto-osservazione e all’osservazione di se stesso in rapporto con l’adolescente[6].

Mutuando da Winnicott il concetto di contesto “sufficientemente buono” e l’idea di oggetto e fenomeno transizionale, potremmo pensare all’adolescenza come un periodo in cui il figlio nuovamente si confronta con una forma di angoscia, di natura diversa rispetto a quella del bambino piccolo. Al ragazzo serve cioè un “oggetto calmante” per passare dalla condizione di bambino subordinato ai genitori a quello di adulto libero e indipendente che fa i suoi primi passi nel mondo. E tale oggetto devono essere i genitori e gli educatori. Non più orsacchiotti o filastrocche prima di andare a dormire, ma un adulto con cui confrontarsi, un adulto che accolga e che sappia però anche confliggere, contenendo la distruttività del ragazzo, al momento opportuno, capendo il senso profondo dell’accettazione di questa ambivalenza. Genitori ed educatori quindi come oggetti transizionali che daranno al ragazzo il contenimento necessario, assieme allo “spazio potenziale” nel quale esercitare le sue nuove capacità di “quasi-adulto”. Questo spazio infatti garantisce che il ragazzo sperimenti in casa o a scuola, e cioè in ambiente protetto, ciò che invece va a cercare in ambiti poco sicuri e nei quali le conseguenze non sono sempre reversibili o “riparabili”, come invece dovrebbe essere all’interno dell’ambiente familiare/educativo. Un oggetto transizionale perciò in grado di accompagnare il ragazzo verso una reale autonomia e età adulta e non verso forme prolungate di adolescenza o addirittura infanzia.

Per finire, ricordiamoci che i molti adolescenti di cui ci lamentiamo, descrivendoli superficiali e vuoti, altri non sono che quei “non più bambini” che stanno chiedendo ascolto, risposte e contenimento… E sta a noi adulti farci trovare pronti quando queste domande ci vengono poste.

Psicologa Psicoterapeuta, Servizi per la Famiglia, Consultorio Familiare ULSS 3

Bassano del Grappa

Psicologa, Associazione Polarmònia, Rossano Veneto *Tirocinante psicologa (post-lauream in psicologia di Comunità)

Bibliografia

Bleger J. (1989). Psicoigiene e psicologia istituzionale. Libreria Editrice Laureatana: Loreto.

Charmet P. (2014), Seminario Formazione “1’adolescenza… tante adolescenze”, Bassano del Grappa. Grieve P. (2008). Identità e corpo sessuato in adolescenza.(in: grupporacker.org/ospiti.html) Laufer M., Laufer M.E (1984). Adolescenza e breakdown evolutivo. Boringhieri: Torino.

Meltzer, D. (1981), Teoria psicoanalitica dell’adolescenza. Quaderni di psicoterapia infantile, N. 1, Borla, Roma.

Meltzer D., Harris M.,  (1986). Il ruolo educativo della famiglia. Un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento. Centro Scientifico Editore: Torino.

Steinberg L. (2008). A social neuroscience perspective on adolescent risk-taking. Development Review, 1, 78-106.

Winnicott D. (1971). Gioco e realtà, Tavistock Publications.

Note:

[1] Charmet 2014

[2] Ivi

[3] Meltzer D., 1981

[4] Steinberg L., 2008

[5] Ivi

[6] Bleger J.,1989