Come parlare di Isis ai bambini

Come l’adulto può costruire una relazione emotivamente competente con il bambino e non uccidere la speranza verso il domani e un mondo migliore[1].


Children see children do” (i bambini vedono, i bambini fanno) afferma un modo di dire anglosassone. E questa frase vale ancora più oggi nel mondo moderno e globale. Un mondo in cui i nostri figli sono esposti sin dall’età più precoce ad un’infinità  di stimoli da vedere, da consumare, da rielaborare nell’accelerazione di un’esistenza in cui tutto accade nel qui ed ora, tutto succede contemporaneamente. A volte ci si sente così  travolti, sopraffatti e in balia da ciò che entra nel nostro percorso, da fare fatica a ri-costruire i significati e i legami relativi a ciò che viviamo e di cui siamo protagonisti.

La globalizzazione e la digitalizzazione della nostra esistenza porta il mondo nelle nostre case, ci permette di essere aggiornati in tempo reale su ogni evento del pianeta terra. Sappiamo ciò che accade agli antipodi nello stesso momento in cui le persone lo stanno vivendo. Per poter parlare realmente con quelle persone dovremmo viaggiare per più di un giorno con un aereoplano, affrontare un fuso orario di molte ore, sottoporci alla fatica di una trasferta impegnativa. Però, basta stare seduti sul divano di casa o di fronte allo schermo del proprio tablet per vivere gli eventi che accadono dall’altra parte del mondo, in contemporanea con i diretti protagonisti.

Anche i nostri figli vivendo immersi nello stesso flusso informativo, sono bombardati dalla medesima iperstimolazione di dati, immagini, eventi.  Soprattutto quando sono piccoli per loro è difficile fare una sintesi di tutto. Spesso le immagini, i suoni, le parole che escono dagli schermi usati dai loro genitori rappresentano una sorta di sottofondo audiovisivo, un rumore d’ambiente nel quale loro portano avanti il palinsesto della loro esistenza. Siamo sempre più consapevoli che ciascuno di noi si trova a vivere un’esistenza dalla natura “multitasking”, caratteristica che, per proprietà transitiva, è diventato  un aspetto che contraddistingue la vita dei nostri piccoli. Si mangia tenendo il televisore acceso di sottofondo, rispondendo a messaggi e telefonate che arrivano sui cellulari, si verifica una notizia sul proprio tablet e intanto si parla, si mangia, si vive. Ma le cose cambiano drasticamente quando le notizie che arrivano nel cuore della casa hanno a che fare con lo stragismo terroristico, con i grandi cataclismi, con quelle tragedie che accadono all’improvviso e coinvolgono nello stesso momento la vita e il destino di moltissime persone.

Vivere allarmati

Da alcuni anni, il terrorismo di matrice islamica è entrato nella vita di noi tutti, come un dato di cui tenere conto nella quotidianità di chi con esso non avrebbe mai pensato di averci a che fare. Le notizie che in tempo reale si sono succedute negli anni relative ad attentati, minacce, ultimatum, esecuzioni  di ostaggi riprese con videocamera e poi distribuite sui media internazionali sono all’ordine del giorno e hanno provocato in ciascuno di noi la percezione di un pericolo reale legato a variabili non facilmente controllabili. Su questo genere di minacce e paura, il cittadino comune si deve affidare all’azione delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, all’intervento coordinato e collaborativo delle polizie internazionali affinchè con le loro strategie concertate venga garantita la sicurezza nella quotidianità della nostra vita.

La forza di certe immagini, l’impatto emotivo di alcune notizie relative a fatti particolarmente cruenti rimangono però eventi  che per molte persone sono di impossibile accettazione e più in generale per tutti noi  connotati da  una tale capacità di sconvolgere il nostro equilibrio emotivo e psicologico, da lasciarci dentro un senso di orrore e sgomento senza fine.

 Cosa succede ai nostri figli quando i fatti, come quelli dell’attentato a Parigi del novembre 2015  o dell’attentato all’aereoporto di Bruxelles del marzo 2016 irrompono con subitanea irruenza nelle nostre case? Quale impatto hanno le immagini dei telegiornali che raccontano la morte seminata per opera di uomini che, in virtù di un’ideologia religiosa, di un integralismo fanatico senza scrupoli, minacciano il senso si sicurezza di ciascuno di noi, colpendo la società in cui essi stessi vivono e operano nel cuore della sua vita sociale?

Quando nella pace della famiglia irrompe la sensazione di pericolo

Immaginate la scena di una famiglia qualsiasi che sta assistendo ad un programma televisivo del fine settimana. Sono tutti seduti sul divano. Le mura della loro casa  li isolano dal mondo esterno, tengono fuori dalla porta il freddo, gli estranei, l’imprevedibile. Lì, seduti accucciati l’uno all’altro, a guardare insieme un cartone animato, oppure un film divertente o uno spettacolo musicale, si respira un buon “sapore di famiglia e di casa”. Tutto sembra in equilibrio. Tutto va bene. Poi, le trasmissioni si interrompono all’improvviso. Compare una sigla concitata, una scritta che dice Breaking News, un giornalista che con voce semi-alterata annuncia che in una grande città del mondo è successo qualcosa di terribile. Qualcosa che ha prodotto un ingente numero di morti e feriti. Le notizie arrivano in modo frammentato e drammatico. Le prime immagini riempiono gli schermi senza un testo specifico che le sappia spiegare. É tutto così istantaneo, sta avvenendo tutto in tempo “così reale” che si può solo entrare nel flusso di quella narrazione giornalistica. La si guarda da uno schermo, ma in parte è un po’ come starci dentro. Perché l’identificazione con le vittime, con le persone spaventate riprese dalle videocamere, con chi sta rilasciando dichiarazioni tra le lacrime e con il volto terrorizzato avviene in modo spontaneo. I bambini seduti sul divano vedono le facce spaventate delle persone riprese dalle videocamere. Ma vedono anche i volti allarmati dei propri famigliari che ascoltano in silenzio, commentano ad alta voce e si trovano in balia di sensazioni ed emozioni che rimandano ad un senso di allarme e paura.

Il mondo che sembrava chiuso fuori dalla porta di casa, improvvisamente vi ha fatto un ingresso irruento. È penetrato nelle maglie della trama realizzata con la sensazione di protezione e sicurezza che aveva dominato le relazioni famigliari fino ad un minuto prima. Ora tutto è cambiato. Nell’aria si respira paura. Gli adulti sono spaventati e nella prospettiva emotiva di un bambino, un adulto spaventato diventa anche un adulto spaventante. Questo è forse il primo messaggio che gli adulti devono comprendere , se vogliono aiutare i bambini a non rimanere travolti da emozioni intense e negative in occasione di eventi così acuti e imprevisti, connotati da un alto tasso di drammaticità, violenza, morte: gli adulti hanno il compito di comunicare ai più piccoli che loro sanno tenere il comando della situazione, che di fronte ad un’emergenza loro sanno “emotivamente” regolarsi e contenere l’ansia e la paura. Insomma,  gli adulti devono saper essere  i capitani di una nave in tempesta e grazie alla loro fermezza e autorevolezza  possono comunicare al bambino che lui si può fidare di loro di conseguenza può affidarsi alla loro capacità di far fronte ad ogni imprevisto e difficoltà. Si è bambini proprio perché non si è capaci di regolare il proprio stato emotivo e si ha bisogno di qualcuno che contenga e canalizzi il nostro stato di attivazione e impulsività in una direzione che ci permetta di non sentirci disperati e in balia degli eventi.

Traumatizzazione collettiva indiretta

In termini psicologici, non si può negare che esiste una traumatizzazione collettiva “indiretta” legata alla sensazione di paura, allarme e vulnerabilità che viene introiettata dalle persone dopo un evento che non le ha coinvolte in prima persona ma che lascia dentro di loro un vissuto di impotenza e vittimizzazione. Ed è questa traumatizzazione quella che più impatta su molti minori. Perché gli eventi avversi di cui ricevono notizia e che spaventano i loro adulti di riferimento, ricadono in modo diretto sulla loro percezione del mondo e rischiano di generare in loro una serie di false credenze che possono limitare la loro fiducia negli altri e il loro desiderio e potenzialità di esplorazione del mondo e della vita.

Ecco alcuni esempi di false credenze che possono interessare i bambini e che possono però essere modificate in modo significativo dall’intervento educativo degli adulti e dai messaggi di prevenzione e promozione del benessere che gli adulti possono sostenere.

  1. Il mondo è un luogo pericoloso in cui vivere. Questa credenza è particolarmente “intensa” subito dopo un evento tragico. I bambini non riescono a utilizzare il criterio della localizzazione geografica, comprendere le distanze. Perciò qualcosa che succede a centinaia o migliaia di chilometri dalla loro residenza, ma che viene portato nella loro casa dalle immagini dello schermo della TV, diventa per loro una minaccia reale per il loro contesto di vita. Gli adulti possono aiutare i bambini a “ricontestualizzare” gli eventi, mostrando e dimostrando che una guerra che avviene in un altro continente non potrà spostarsi durante la notte nella loro nazione o nel loro paese.

Questo, naturalmente non risolve la tragedia della guerra, ma li aiuterà a comprendere che c’è luogo e luogo e che alcuni posti nel mondo sono meno sicuri di altri. Far notare ai bambini quanto la propria comunità rappresenti un luogo sicuro per la loro crescita, evita a loro di compiere false generalizzazioni, e al tempo stesso li aiuta a stare in un principio di realtà che non soccombe alla strategia della paura, che gli stessi terroristi vorrebbero diffondere a macchia d’olio nel mondo.

  1. Tutte le persone che appartengono all’etnia, alla religione o alla nazione dei terroristi sono pericolose e vogliono farci del male. I terroristi rappresentano una frangia molto marginale di un popolo che in essi, nelle loro dichiarazioni, nelle loro strategie di intervento non si riconosce. “Not in my name” hanno dichiarato in molte manifestazioni pubbliche tanti musulmani perfettamente integrati nella rete sociale della nazione in cui si sono inseriti. E in realtà, l’adulto è una guida fondamentale per aiutare il bambino a riconoscere in ogni persona che vive al suo fianco un fratello e un amico, non un nemico o una persona pericolosa dalla quale doversi difendere. E’ questo l’obiettivo a cui mirano molti progetti di promozione dell’integrazione e dell’interculturalità ed è questo principio che spesso ai bambini, molto più liberi da pregiudizi e stereotipi culturali, riesce più facile applicare rispetto agli adulti che vivono al loro fianco. Purtroppo la stessa globalizzazione che porta nelle case di tutti le immagini delle tragedie e delle stragi, porta anche spesso immagini, parole e manifestazioni di potente odio xenofobo e razziale, spesso “predicato e agito” da persone molto in vista all’interno della comunità politica e culturale di riferimento. Gli adulti hanno la responsabilità di proporre ai minori la migliore visione del mondo possibile, non basata su un’ingenua accettazione di tutto, bensì fondata su una concezione dell’uomo orientata alla dignità, alla promozione della vita e della persona, senza differenze di razza, religione, orientamento sessuale, nazione di provenienza. Ogni cosa sbagliata che viene fatta è da condannare e perseguire, ma chi sbaglia è sempre il soggetto che si rende responsabile del proprio reato, mai il credo, la nazione, la fede per cui dice di fare le cose. Questo principio è alla base della democrazia, del rispetto tra persone, della convivenza civile tra popoli e nazioni e questo principio deve essere alla base di ogni intervento educativo di cui ci facciamo portatori.
  2. Il domani e il futuro fanno paura. Una generalizzazione che gli adulti spesso fanno è: che mondo è mai quello in cui facciamo crescere i nostri figli? Non ci si può fidare più di nulla e nessuno e nel futuro tutto andrà solo peggio. Guerre, morti, stragi: tutto potrà arrivare, tutto potrà farci male e portare distruzione. La visione catastrofica del futuro è una dimensione che spesso gli adulti restituiscono a chi sta crescendo, come un dato di fatto, come un elemento imprescindibile che connoterà il loro percorso di crescita. Complice anche la crisi economica che su scala globale ha interessato il mondo negli ultimi anni, si è diffusa la visione di un futuro senza speranza, senza opportunità, senza spazi di realizzazione di sé e di fiducia nella vita e nelle sue potenzialità. Il domani per un bambino deve rappresentare uno “spazio temporale” orientato alla fiducia e alla speranza. Qualsiasi negatività stia interessando il mondo.

L’adulto fa la differenza

Nell’adulto deve esistere la competenza emotiva di saper gestire con capacità di controllo e di buona auto-regolazione  tutti questi fattori di complessità. È l’adulto che deve avere a disposizione una capacità di capire come porsi di fronte ad un bambino quando questi fatti “entrano indirettamente e attraverso i media” nelle case di tutti ed è sempre l’adulto che deve avere un progetto educativo ispirato ai principi elencati nel paragrafo precedente. È importante che il cervello emotivo del bambino “attivato e impaurito” dalle notizie che lo hanno spaventato si trovi a confronto con un adulto consapevole che sa  dare un messaggio di tranquillizzazione e controllo, che comunica un senso di sicurezza e protezione nel “qui ed ora” così da permettere al bambino di “tirare il fiato” e di rivolgersi a quell’adulto per fare domande, comunicare il proprio sgomento, riacquisire una visione del mondo orientata alla speranza e alla cooperazione e non alla paura e al conflitto.

È l’adulto che fa la differenza  perché solo nella capacità di autoregolazione emotiva dell’adulto il bambino sente non solo che le emozioni che lo spaventano possono essere elaborate e risolte, ma che la stessa visione del mondo, a volte minacciata da eventi esterni terribili e disperanti, può essere ri-orientata verso una idea positiva di sé, degli altri e del futuro.

Medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, è ricercatore presso il dipartimento di scienze bio-mediche del l’Università degli Studi di Milano.

Note:

[1] Questo articolo contiene alcuni materiali – rielaborati  – tratti dalla  prima parte (scritta da  Alberto Pellai) del  volume “Parlare di ISIS ai bambini” di Alberto Pellai, Edgar Morin, Riccardo Mazzeo e Marco Montanari, curato da Dario Ianes (Erickson, 2016)

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