A due voci

Pelevin Viktor

La freccia gialla

Mondadori, Strade blu, 2005, pp.118, e13,00

Angelo Villa

La casa in cui ho vissuto sino all’adolescenza stava in mezzo a una fila di singole abitazioni che divideva una strada, triste e solitaria, dalla ferrovia. I treni passando scuotevano le mura e imponevano il silenzio a chi stava parlando. Si trattenevano le parole, come si fa con il respiro prima di immergersi nell’acqua, e si riprendeva poi il discorso. Ci si faceva l’abitudine, tanto che pareva strano, quando non si era lì, avvertire l’assenza di quelle incursioni.

La felicità era quando, in compagnia d’un coetaneo, si usciva sul retro della casa. Un piccolo orto terminava su un sentiero sterrato, al bordo del quale cresceva scomposto un ammasso di sterpaglia che si diradava ben presto per incontrare un piccolo rialzo sassoso dove correvano le rotaie. A ragione, i grandi non volevano che ci si recasse in quel posto, data la sua evidente pericolosità. Ma per noi quel luogo aveva il fascino di un giardino selvaggio, di una giungla salgariana, ritagliata al riparo dal mondo circostante. I binari inseguivano delle linee diritte che inauguravano davanti ai nostri occhi delle proiezioni vuote senza fine. I treni sbucavano dal nulla e nel nulla sparivano, spostando aria e polvere, lasciando i nostri olfatti investiti da un odore di ferro e olio meccanico. Capitava che, scorgendo un passeggero, la tenera imbecillità di quegli anni suggerisse a volte un saluto timidamente accennato con la mano. Forse si sarebbe voluto salire su quei vagoni, partecipare a quel viaggio. Di sicuro quel treno non era quello o quelli che, poi, nella realtà si sarebbero incontrati. Allora, il gioco cambiava. Ci si metteva con il naso appiccicato al finestrino a guardare fuori, cercando nel paesaggio che ci si disponeva davanti, un angolo in cui la nostra fantasia potesse rifugiarsi, inventare storie, scovare inconcludenti pertugi dove infilarsi, sia per allontanarsi che per ritornare. Non si è mai lì, dove si è. Anche quando si è nel posto in cui si è voluto essere.

Pelevin è un bravo e promettente scrittore russo. Il suo ultimo libro si intitola La freccia gialla. E’ la storia di Andrej e di uno strano treno, la freccia gialla, per l’appunto, che fila irrefrenabile verso un ponte crollato. Un suicidio annunciato, insomma. I capitoli del racconto sono numerati inversamente rispetto all’ordine tradizionale. Come in un conto alla rovescia procedono gradualmente, uno dopo l’altro, verso lo zero. Riuscirà Andrej a salvarsi? Oppure seguirà il destino dei suoi compagni di viaggio? Salterà dal treno, come nei film d’avventura, un attimo prima della sua distruzione?

Sì, si salverà, Andrej. Al momento opportuno farà quello che la sua intenzionalità gli indicava nei chiaroscuri della sua consapevolezza. Ma perché è così difficile? E soprattutto che cos’è la freccia gialla? Un treno, certo. E anche qualcosa d’altro, un mondo. Una metafora. Nella conradiana linea d’ombra, il giovane protagonista deve prendere in mano il comando di una nave. Qui, Andrej è personaggio che, per cominciare a vivere, deve produrre un taglio radicale con la realtà che conosce e lo circonda. L’alternativa è necessaria e dolorosa. O rimane sul treno, imprigionato e ipnotizzato da quell’universo, o lo lascia andare, senza di lui. Non si può fermare il treno, non si possono convincere gli altri a scendere. La scelta è individuale. Solitaria.

Il treno è la culla materna, il rumore della sue ruote rievoca quella che Lacan chiamava “la lingua”. E’ la Russia comunista (“Un tempo la gente discettava spesso dell’esistenza di una locomotiva che ci trascinava nel futuro. Capitava che dividessero il passato proprio da quello altrui. Ormai tutto ciò è alle spalle: la vita va avanti e loro, come vedi, sono scomparsi”). Pelevin è un Gogol metafisico. La freccia gialla è il nome di un’illusione accecante che è il volto stesso della normalità, dell’abitudine, del voler credere a quel che si crede o che ci si fa credere. E’ il sonno che aderisce, come un guanto, alla veglia.

Pelevin filosofeggia tra le righe, animato da uno spirito zen. Il viaggio esterno riflette, narrativamente, quello interno. Andrej cerca se stesso, quasi invocando un atto che lo richiami a un percepirsi che lo rifaccia carne nella sua carne, essere nel suo essere. Separato dal resto, ma, a sua volta, resto del tutto, singola parte. Lui non vorrebbe dimenticare, essere dimenticato, ma soprattutto non vorrebbe dimenticarsi, smarrirsi negli altri, come fanno gli altri. Dove vanno tutti? E perché? Gli altri fanno, brigano, disfano o, semplicemente, lasciano trascorrere il treno della loro vita. Si adeguano, incuranti del baratro che la locomotiva sta puntigliosamente inseguendo. Hanno un segreto che gli dà pace, che non gli fa vedere. Una religione; o l’alcool, forse. Nel capitolo finale, nel capitolo zero, Andrej ha un sogno rivelatore. L’inconscio torna a parlare, più sensibile e profondo delle voci e del brusio esterno. Un’illuminazione. Come spesso accade, le sue tracce, così chiare ed evidenti nel sonno, paiono perdere forza e brillantezza nella loro trasposizione alla luce del giorno. Il protagonista afferra, tuttavia, una frase che consegna al lettore, la chiave di volta della riflessione esistenziale che Pelevin ci consegna: “La questione sta nel fatto che iniziamo continuamente un viaggio che è terminato un attimo prima della nostra partenza”. Andrej si sente liberato, può scendere dal treno. Osservarlo mentre si allontana.

Anche lui si volta e se ne va . Senza far troppo caso alla meta. Avverte “il suono leggero dei suoi passi”, una sensazione nuova. Ripenso al “mio” treno. A quello su cui salivo, quando ero a terra, e da cui scendevo quando ero sopra; e qualcosa, allora, del racconto di Pelevin non mi convince del tutto. Io, di mio, rimango in sospeso. Non so. Andrej scende, lo invidio. Come una stupida vendetta, però, mi consolano i versi di una canzone di De Gregori che mi risuonano nella mente: “Oltre il confine, con molto dolore/ non trovai fiori diversi”.

Ambrogio Cozzi

Un treno che corre velocissimo senza fermarsi mai, anche quando su di esso accadono eventi irreparabili. La meta è un ponte distrutto e il treno vi si dirige, pur essendo evidente che una volta raggiunto non ci sarà più nulla.

Sulla Freccia gialla viaggiano molte persone, un microcosmo che vive e si alimenta quotidianamente delle storie dei singoli, che sembrano comunque non alterare il corso delle cose, che hanno un tragitto predeterminato.

Tutti appaiono ormai soggiogati dal rumore cadenzato delle ruote che passano sui giunti dei binari, tutti sembrano non riuscire a sottrarsi dall’ipnotico ripetersi di quel clak-clak che sottolinea ogni loro gesto, quasi dettandone i tempi. Tutti ad eccezione di uno, Andrej, che lentamente prende coscienza di ciò che è e di come non intende più sottostare alle leggi che regolano la vita di chi sta sulla Freccia gialla. E il modo per interrompere quella prigionia in movimento è fuggire, è tentare di scendere. Ma come lo si può fare se quel maledetto treno non si ferma mai?

Il luogo chiuso è un luogo in movimento in cui la fissità dei punti di riferimento è un sogno, una illusione.

Il giovane Andrej vive dentro quel treno, subendo gli altri, guardandoli come elementi a lui estranei, dai quali allontanarsi; anzi, scappare. Ma la Freccia gialla è una prigione e di questo apparentemente il solo a rendersene conto è Andrej, che è anche il solo che ha voglia di ribellarsi e, in questo modo, di lasciarsi alle spalle un mondo al quale non sente di appartenere.

La Freccia gialla è un treno di cui non si vede né la testa né la coda. I passeggeri conducono i loro mille piccoli traffici quotidiani, ignari del destino che li attende. E quando uno di loro muore, il corpo viene gettato dal finestrino secondo i rituali consolidati di un vero e proprio cerimoniale. L’unico che riesce a scuotersi dall’ipnosi del suono ininterrotto delle ruote è il protagonista, Andrej, che decide di mettersi alla ricerca di un modo per scendere. Ma molte domande lo ossessionano e lo frenano: cos’è davvero il treno? Chi sono i suoi passeggeri? E cosa c’è (ammesso che qualcosa ci sia) al di fuori del treno?

Il non voler vedere, il non voler cambiare, l’incapacità persino di sognare una realtà diversa da quella che si è avuta in sorte, sono al centro de La freccia gialla di Viktor Pelevin. C’è un treno e questo treno non va da nessuna parte.

Ricordi ancora cosa ti è successo?” domandò il Khan.

Ormai poco e niente” spiegò Andrej. Solo a grandi linee. Come se non fosse accaduto niente di speciale. Sapevo come mi chiamavo, anche in quale scompartimento abitavo, ma come se non si trattasse affatto di me. Mi sentivo molto strano: come se facesse differenza in che carrozza viaggiavo. Come se tutto ciò che accadeva avrebbe acquistato più senso se la tovaglia del ristorante fosse stata pulita… Capisci?

Puoi fare a meno di spiegarmelo” disse il Khan. Per un po’ sei diventato solo un passeggero…

Sono un passeggero anche adesso”, rifletté. “E lo sei anche tu.

Un passeggero normale” spiegò il Khan, “non si percepisce mai come passeggero. Perciò se lo sai non sei più un passeggero. A loro non verrebbe mai in mente che da questo treno si potrebbe anche scendere. Per loro non esiste niente all’infuori del treno… Hanno smesso perfino di sentire il rumore delle ruote

 A bordo della Freccia Gialla fioriscono leggende e interpretazioni sul mondo immobile che circonda i binari, oltre che sulla natura del treno stesso e sul suo fine ultimo. A bordo del convoglio la vita è sonnacchiosa e pedante, scandita da norme cervellotiche, assurde restrizioni ed eventi incomprensibili. Andrej, il protagonista della novella, conduce la vita smagata e disillusa di un cittadino sovietico degli anni Ottanta distratto e diffidente, in attesa di una rottura che si sente nell’aria ma che nessuno riesce a definire. La rottura infine verrà, nella forma più ovvia e insieme imprevedibile.

Un ottimo racconto, appunto, un sogno nitido e coerentemente assurdo, carico di domande esistenziali per le quali non esiste risposta. Anche qui Pelevin riesce a combinare il trascendente e il quotidiano in una tensione sospesa che rimanda perennemente a ulteriori interrogativi, a enigmi definitivi che, presenti sullo sfondo, obbligano i personaggi a dialoghi e attività basate su un’imbarazzante labilità. La rassegnazione all’instabilità del reale è il vero segno distintivo delle narrazioni di Pelevin, una rassegnazione che in certi passaggi scatena il riso, in altri l’inquietudine.

Ho letto questo libro, e poco tempo dopo Nord-est di Carlotto. Credevo che il treno come metafora di una via d’uscita fosse caduto nell’immaginario occidentale, e invece l’ho ritrovato in modo pregnante anche in questo romanzo. Allora le parole di Angelo Villa nella pagina accanto non rimandano solo al passato, ma ad un presente , ad un’attualità in cui la metafora del treno rappresenta le scelte, l’inquietudine cui queste rimandano. Nella mia di infanzia il treno sfrecciava lontano, in mezzo alla campagna, e alimentava le fantasie di uscita da un mondo percepito come chiuso, asfittico, piegato su di sé. Pensavamo chissà dove portassero quei binari, anche perché le scritte straniere sui vagoni merci ci permettevano di immaginare mondi lontani, negli anni avremmo scoperto che finivano in città, ma allora era tutto diverso. Eppure quell’immaginazione ci riportava alle scelte che sentivamo urgenti, alla necessità di sottrarci a quell’universo troppo piccolo, ma per farlo era necessario accorgersi che si era fermi mentre il treno se ne andava. Scendere o salire rimandano ad una instabilità che è anche la nostra e che ci costringe a fare i conti con le scelte che segnano l’esistenza.