A due voci

Bernardo Atxaga

L’ottava casa

Passigli, Bagno a Ripoli (FI) 2011, pp. 225, € 16,50

Bernardo Atxaga

L’ottava casa

Passigli, Bagno a Ripoli (FI) 2011, pp. 225, € 16,50

Scrive Mia Couto nel suo, forse non del tutto imprevedibile, Veleni di Dio, medicine del diavolo (ed. Voland): “Un europeo che cammina nell’Africa profonda salta agli occhi. Si muove a passi misurati, quasi troppo lenti, lo sguardo cauto ad esplorare il cammino. Non si fida, la sua ombra non gli ubbidisce. Passa per il mercato, evita i venditori, i mendicanti, gli ubriachi. «Vita di merda» pensa, «Chi viene da me non mi cerca come persona. Uno ha qualcosa da vendere, un altro qualcosa da rubare. Nessuno mi avvicina in modo disinteressato. Dio, quanto me la fanno pagare la razza!»”.

E’ l’Africa, l’Africa nera, per quanto al fondo, meno cupa e misteriosa di quella immortalata dal grande Conrad nel suo celebre Cuore di tenebra. La Couto narra del Mozambico, l’inquieto Conrad del Congo che ispirò anche alcune memorabili scene Apocalypse now di Coppola. Vi ricordate l’incipit: “The Nellie, a cruising yawl, swung to her anchor without a flutter of the sails, and was the rest…”. Tranquilli, non lo conosco a memoria! Lo riprendo dal testo con edizione originale a fronte pubblicato negli Oscar Mondadori e che si avvale di una puntuta introduzione del burbero e polemico Naipaul, un autore mai banale, non sempre (e per fortuna!) politicamente corretto. Già, il Congo, per l’appunto, al centro del continente africano, il suo lato meno turistico e più caotico. Una terra ricchissima, un Paese in miseria.

Pinol, un antropologo e romanziere catalano, ha scritto un libro di enorme successo, quanto meno all’estero, dal titolo Congo. Inferno verde (ed. Fazi). Una storia d’avventura, estremamente appassionante. Il Congo, annota Pinol, è un oceano verde: “E, sotto gli alberi, il nulla”. Leggetelo, vi catturerà sin dalla prima pagina.

Tuttavia non è di Pinol che voglio parlare, ma di un altro suo conterraneo, non oserei mai dire un suo connazionale, cioè uno spagnolo. Lo scrittore cui mi riferisco è infatti basco, si chiama Bernardo Axtaga ed è l’autore di L’ottava casa, edito da Passigli. Anch’esso ambientato, of course, in Congo. L’ottava casa narra le vicende di un distaccamento dell’esercito privato di Leopoldo II nel Congo belga, a Yagambi, all’inizio del secolo. Romanzo ottimamente scritto, di piacevolissima lettura. La storia ha come suoi protagonisti: il capitano della legione, un uomo dall’animo poetico maritato con una donna avida, rimasta (sic!) in Europa, che vuole possedere ben sette case, richiesta che lo costringe a trafficare in mogano e avorio per soddisfare tale esigenza; il suo rozzo luogotenente Van Thiegel che vuole edipicamente rubargli la moglie, la seducente (da foto) Christine, la duecentesima preda del suo carniere; Chrisostome, sospettato di omosessualità, gran tiratore che spara ai mandrilli… E’ il racconto d’un tempo che sembra bloccato come in una palla di vetro, fermo, parassitario, ma, in un certo senso, a suo modo, non immobile. Tutto sembra assurdo e, nel contempo, iperreale. In particolare, è il tema della distanza ad apparire trasfigurato nella storia. I bianchi lontani dall’Europa, ma anche da sé stessi. Gli africani che guardano, subiscono. Paiono mondi che si riaprono all’interno di mondi che, a loro volta, si dischiudono a cascata su altri… Come se si alzasse un velo dietro al quale se ne dispone un altro e così via. Una sensazione appare chiara, quella di una separazione tra uomini e culture diverse, anche se risulta poi difficile cogliere il senso preciso di questa differenza. Il Kurtz conradiano era più immaginifico, evocativo. Qui, invece, una linea sottile si sdoppia, si rarefa, si dissolve e puntualmente ricompare. Lasciando ciascuno prigioniero della sua storia. Non è allora curioso che Pinol, un catalano, e Atxaga, un basco, scrivano di quel Paese africano? Due spagnoli, controvoglia? Tocca forse a loro riproporre su una scena più vasta la complessa questione di un’identità alienata, di uno sguardo orfano di uno specchio?

Ma cos’è allora il Congo? Una regione dell’Africa o, anche, e soprattutto un luogo della mente, uno stato improbabile dell’essere? Lo spazio di un’eterna sospensione dell’accader soggettivo, dove la vita passa, anche brutalmente, senza che mai avvenga? Ritorno sulle parole di Mia Couto che ben si addicono al sentimento di estraneità che può assalire un europeo, un bianco in quelle terre. Come se l’umano, con la sua unificante pretesa di omogeneità, si smarrisse questa volta in mille rivoli, in un agglomerato di frammenti, di pezzi contrapposti, incapace di ritrovarsi in un sentire comune. Perché Congo significa poi, alla fin fine, dietro le maschere o le recite di convenienze, violenza, sopraffazione, incomunicabilità… Bianchi su neri, ma anche neri su bianchi e poi bianchi su bianchi, neri su neri… Il razzismo è solo una forma “socializzata” di quella insensata distruttività che ogni essere umano porta dentro di sé. L’inferno (verde?), cioè il Congo, Pinol dixit, sono gli altri, diceva Sartre. Occorre correggere la formula: l’inferno è dentro di noi. E il Congo è solo la cartina di tornasole di una realtà che l’esotismo dilata, confonde. O che forse gli regala una equivoca libertà di manovra, d’azione. Un’apparente messa tra parentesi delle regole che presiedono alla cosiddetta civile convivenza, ma che probabilmente tanto civile non lo è mai. Il Congo, quel Congo è un po’ ovunque. La geografia inventa poco, spesso inganna. Ricorda saggiamente Marlow in Cuore di tenebra, riferendosi a… Londra: “E anche questo è stato un angolo tenebroso della terra”. E, forse, lo è ancora. A presto, dunque, alla foce del Tamigi, in una città qualsiasi o, senza scomodarsi molto, alla prossima assemblea di condominio… La tenebra ci assilla, ci distrugge e, nel contempo, domanda la luce. Anche nel Congo, vero e proprio. Imparassimo a riconoscere con onestà la verità della prima, il bisogno carnale della seconda…

Angelo Villa

Avevo già ammirato la capacità di Atxaga di descrivere delle deflagrazioni all’interno dei gruppi. Nel suo precedente romanzo Il libro di mio fratello riusciva a descrivere la violenza trattenuta e il clima claustrofobico all’interno di una cellula dell’ETA. Lì la rottura avveniva in modo netto, contrapposta ai capitoli precedenti in cui si viveva immersi nella natura, in una progressiva quanto in parte inconsapevole escalation si veniva calati all’interno della vita quotidiana in un gruppo separatista basco che viveva sul confine francese. La tensione si innalzava, fino a portare alla dissoluzione del gruppo e all’arresto dei membri come una sorta di liberazione.

In questo nuovo romanzo la scelta è diversa come ambientazione. Potremmo dire che dove Cuore di tenebra termina con Kurz che nomina l’orrore, il testo di Axtaga inizia rappresentandoci quello stesso orrore, veniamo trascinati in una zona d’ombra dove il tempo si è fermato, in cui domina l’immobilità anche delle cose, e proprio qui trova casa l’orrore, come stravolgimento della quotidianità, arresto delle lancette dell’orologio, apertura su un’altra scena dominata dalla violenza e dalla stupidità. Non ci si attendano scene pulp alla Tarantino, o vicine a certi finali hard boiled di gialli che vanno per la maggiore, qui la violenza si insinua piano, nelle fessure minime delle giornate immobili, in intolleranze e maldicenze che molto dicono sulla difficoltà e a volte addirittura l’impossibilità di condividere qualcosa che esca da uno stupido formalismo rituale.

La storia è quella di un avamposto militare nel Congo durante la colonizzazione belga, un avamposto sperduto, sembra l’ultimo prima che la foresta pluviale invada e inghiotta tutto. Il lavoro di estrazione della gomma e del taglio degli alberi viene rappresentato come una fatica immensa, un corpo a corpo con la natura che sullo sfondo appare vincente e sfuggente, animata quasi da una volontà di non farsi conquistare, di opporsi al lavoro degli uomini. Qui la situazione si biforca narrativamente, dall’arrivo il luogo dominante diventa l’interno dell’avamposto, le relazioni tra i
militari che vi vivono, trascinando giornate sempre uguali che sfociano in rivalità e aggressività giocate su più piani dalla maldicenza a trame più o meno infide.

Ma c’è un tema che accomuna sia le figure che ci appaiono positive (come Chrisostome), sia quelle negative (come il capitano Lalande Biran, corrotto che cerca solo di accumulare denaro per regalare alla moglie la settima casa da comprare in Costa Azzurra): il tema è quello della paura del contagio, metaforizzato come contagio sessuale che spinge l’uno a stuprare vergini e l’altro a rifiutare ogni contatto sessuale mediante una religiosità colpevolizzante e ossessiva. Ma il contagio è quello che altri come Richardson e Van Thiegel hanno invece contratto perdendosi, trovando in questa perdizione un alibi, un modo comunque per evitare il contatto con l’altro. L’altro sono gli indigeni che appaiono sullo sfondo come protagonisti secondari, schiavi al lavoro protagonisti di sporadiche e perdenti ribellioni o fughe, o come oggetti sessuali. Lontani eppure così vicini, lì dietro la svolta di un sentiero della foresta, eppure per certi versi imprendibili e incomprensibili.

Questo è l’orrore che si scatenerà in una catastrofe finale senza redenzione dove più piani di vendetta si incrociano. Quello del padrone bianco che possiede tutte le donne e non può permettere che altri cerchino di impossessarsene, che giocherà la vendetta tramite un sotterfugio, senza esporsi, approfittando di tensioni già esistenti che lui decide di sfruttare. Quello dei neri che attraverso i serpenti raggiungeranno una mezza vendetta, mandando Lalande Biran nell’ottava casa. Serpenti che si possono liberare ora che la Madonna che giaceva sulla riva è stata portata via, posta su un’altura a vigilare sul continente. L’assenza delle donne, che appaiono solo saltuariamente come oggetti è ciò che scatena la progressiva follia? Dall’immagine della Madonna che schiaccia la testa dei serpenti si arriva ai serpenti che si scatenano nella sua assenza?

Ma vi è un altro tema dominante, ed è quello di un’Europa lontana e persa nei traffici e nella cupidigia, nello spreco dell’accumulo di case disabitate, nella stupidità di una poesia senza dove le parole non si stringono al mondo, sono anzi usate per eluderlo. Lontananza che è ben rappresentata da Lassalle, il giornalista inviato a scrivere il reportage e che si trova a scrivere lettere di condoglianze al posto di chi “non vede”.

Vorrei chiudere con una citazione tratta da Il sogno del Celta, la biografia di Roger Casement (figura allo stesso tempo ambigua e limpida dell’anticolonialismo, tralascio qui altre informazioni per ragioni di spazio), anche lui funzionario coloniale in Congo, è rinchiuso in cella alla viglia dell’esecuzione «Steso sulla branda di spalle, con gli occhi chiusi, gli tornò alla memoria Joseph Conrad. Si sarebbe sentito meglio se il marinaio avesse firmato la sua petizione? Forse sì, forse no. Che cosa gli aveva voluto dire, quella notte, nella sua villetta nel Kent, quando affermò “Prima di recarmi nel Congo io non ero altro che un povero animale”? La frase l’aveva impressionato, anche senza comprenderla del tutto. Che cosa significava? Forse che, quello che fece, quello che smise di fare, vide e udì in quei sei mesi nel Medio e Alto Congo gli aveva ridestato inquietudini più profonde e trascendenti sulla condizione umana, sul peccato originale, sul male, sulla Storia. Roger poteva capirlo molto bene. Anche a lui il Congo l’aveva reso più umano, se essere umano significava conoscere gli estremi cui potevano arrivare la cupidigia, l’avarizia, i pregiudizi, la crudeltà. La corruzione morale era proprio questo, sì: qualcosa che fra gli animali non esisteva, una esclusività degli umani… Per lottare contro l’avvilimento che lo stava invadendo tentò d’immaginare il piacere che sarebbe stato farsi un lungo bagno in una vasca, con molta acqua e molto sapone, stringendo contro il suo un altro corpo nudo”.

P.S. Conrad non firmò la petizione per salvare Casement dal patibolo. Come scrive Vargas Llosa per Casement “Gli eroi non sono statue, non sono esseri perfetti”, forse è più vero di quello che riusciamo ad immaginare.

Ambrogio Cozzi