A due voci

Lars Gustafsson

Le bianche braccia della signora Sorgedahl

Iperborea, Milano 2012, pp. 240, € 15,50

Lars Gustafsson

Le bianche braccia della signora Sorgedahl

Iperborea, Milano 2012, pp. 240, € 15,50

Le età della vita orientano e definiscono taluni generi letterari. Il più noto, ad esempio, è quello del romanzo di formazione. Un genere nel quale si annoverano celebri capolavori dove si narra l’iniziazione del protagonista alla vita adulta. Una nuova fase della vita si apre, nel mentre, sullo sfondo, l’inquietudine che assedia la figura centrale del racconto celebra il lutto per la perdita inconsolabile dell’infanzia. Una stanza della casa dell’essere è lasciata per entrare in un’altra.

Ma cosa succede, invece, nella vecchiaia, quando è la casa stessa ad esser prossima a venir abbandonata? Il massiccio aumento, almeno in occidente, della popolazione anziana pone una serie di questioni di varia natura a questo livello, di cui, forse, si può ritrovare un’eco anche in campo letterario. Si può ipotizzare, di conseguenza, la nascita di un genere che vi faccia da specchio?

Uno, mi pare, lo si può già circoscrivere. E’ quello del “memoir”. Lo scrittore ricostruisce attraverso ricordi talune vicende di quel che ha vissuto. In gioco non c’è più un attraversamento, come nel romanzo di formazione, ma, mi si passi il termine che non vuole sembrare insensibile, un’uscita. Il “memoir” rappresenta, infatti, una sorta di testamento consegnato ai posteri. Operazione umanamente comprensibile che comporta, tuttavia, un prezzo, alquanto esoso, quello cioè di immolare sull’altare del narcisismo individuale il demone sacro e bizzarro della finzione.

Più interessante, mi pare invece la posizione di chi, non rinuncia al suo vecchio amore, croce e delizia della sua esistenza: la finzione. E non tradisce così la sua vocazione letteraria e offre un’altra versione dell’“uscita”. Più seduttiva e condivisibile. E’ ragione per cui, legittimandomi megalomanicamente a puntuto critico letterario, battezzerei (sic!) il primo genere di scrittura “agée” , quello del “memoir” insomma, come espressione di una letteratura del lascito o del, doppio sic, del lasciato a cui ne contrapporrei un’altra, quella che chiamerei del dono involontario. La finzione e dunque l’inganno permette allo scrittore anziano di meglio distillare il senso implicito di una vita, la sua, of course. Consegnando così al lettore, appena appena nascosta dietro il velo che l’inconscio distende, un dono raro, un dono, malgré soi, evitando le ambigue insidie del porsi come vittima o come statua. Nel regalo che offre e che, ovviamente, gli sfugge, l’autore allude agli oggetti che hanno segnato la propria vita, quasi una confessione, proprio quando la vita sta per prendere congedo. E’ l’oggetto che la mano tratteneva presso di sé e che, nel cedere al sonno o alla stanchezza (o all’approssimarsi della morte?), lascia cadere per terra nella speranza che un’anima curiosa lo raccolga.

Lars Gustafsson è un bravo e pensoso scrittore svedese, nato nel ’36, di cui Iperborea ha tradotto diversi romanzi di meritato successo. L’ultima sua pubblicazione nella nostra lingua è Le bianche braccia della signora Sorgedahl, un testo che iscriverei all’intero di quella letteratura “agée” del dono. Un ex-professore di filosofia a Oxford s’interroga sul suo angosciante vissuto, quello cioè di non avere avvertito il senso della sua esistenza, del suo esserci nel proprio corpo, nel mondo. Era effettivamente nato?, è questa la dolorosa domanda con cui si apre il romanzo. E cosa gli ha regalato poi il senso di un esserci? Il protagonista del romanzo si guarda alle spalle, fruga tra pensieri e ricordi alla ricerca di quell’atto che gli ha restituito a posteriori il senso di una nascita, lui ossessionato com’era dalla ricerca di un posto, collocazione che lo legasse alla vita, sino a dare a quest’ultima il suo potere sulla morte e sull’inconsistenza, quantomeno durante la vita stessa. Come o dove reperire, allora, quest’evento particolare? L’infelicità e la solitudine erano le fedeli compagne del protagonista nella sua giovinezza. Poi, finalmente, un incontro, a tutti gli effetti, salvifico, quello con una donna di vent’anni più grande, la signora Sorgedahl: “era bella? Ricordo i suoi capelli rossi e le sue mani bianche mani
morbide mentre accarezzava delicatamente il dorso del gatto acciambellato sulle mie ginocchia. Certo che era bella, molto bella. La cosa più bella che avessi mai visto
”. Moglie di un ingegnere “insignificante”, lei è una donna italiana (o, forse, ticinese, mah?). Il protagonista se ne innamora e lei, lei… Quel che era destinato ad accadere, accade, in una sera d’aprile, con buona pace di T. S. Eliot. Possedere totalmente una donna, godere di lei, con lei: “Vedere, prima vedere ma poi percepire, tutte le sue risposte sempre più intense a tutto quello che riuscivo a inventarmi e a fare con il suo corpo”. Aggiunge Gustafsson: “Mi sembrava come se realmente avessi ricevuto, alla fine, una risposta alla domanda se esistevo”. Passati gli anni, il protagonista fatica a ricordare il viso, ma l’unica cosa che ricorda è che era memorabile. La risposta era giunta, questo è l’importante. E, insieme ad essa, l’insegnamento di una vita…

Questo è quel che sembra suggerire lo scrittore svedese, scomodando il lavoro della memoria, nell’epoca in cui, invecchiando, l’età ci trasforma in pericolosi sentimentali, specie gli uomini, capaci di far male agli altri e a sé stessi pur di assecondare la voluttuosa ingordigia di un cuore che irrompe nell’esistenza con più forza e arroganza di quanta non ne avesse nell’adolescenza.

La malinconica coscienza del tempo irrimediabilmente perduto elargisce al cuore una spropositata autorevolezza, elevandolo a esclusivo depositario di una saggezza che pareva condannata a incarnare la sua più acerrima nemica. Come se lui, e solo lui, non la ragione, il sapere o la morale comune, potesse indicarci quel che ha reso vivibile un’esistenza. Tocca al cuore custodire il tesoro di ciò che è contato in una vita, fosse anche un incontro amoroso dal carattere inequivocabilmente incestuoso, ma, proprio per questo unico e meraviglioso. Lì, il tempo, quest’esattore impietoso appollaiato sulle nostre fragili spalle come un cupo avvoltoio su un ramo annerito, sembra, una volta tanto, sospendersi, dissolversi. E’ l’eternità che si congiunge all’istante e lo riprende nel suo grembo, illuminandolo di un bagliore folgorante. Un attimo prima che l’orologio riprenda il suo cammino. C’est tout.

Angelo Villa

Nella ricostruzione sistematica dell’identità che è la Recherche proustiana l’inizio non viene situato nell’infanzia, non c’è un percorso sistematico rispetto alla storia, ma nelle incertezze che insidiano il quotidiano. Le prime pagine parlano dell’indeterminatezza del dormiveglia, delle illusioni della coscienza, dove la percezione di un odore porta al sovrapporsi dei tempi, allo slittare degli stessi nella presenza di sé all’ambiente. Il qui e adesso si svela come un precipitare di tempi passati, in una ricerca che possa dare coerenza e continuità all’esserci al mondo, all’esserci stati. Ma i tempi si sovrappongono il passato scorre nel presente, vi proietta la sua ombra, rende impossibile liberarsene e mina la certezza della presenza.

L’inizio del romanzo di Gustafsson si avvicina allo stesso tema, ma con una radicalità differente “Supponiamo, perché assurdo, che io non sia mai esistito. Supponiamo che fosse caduta troppa neve quella sera… E così scompaiono da questa storia. In realtà prima ancora di aver fatto in tempo a entrarci. E io con loro: Io non esisto. Non sono mai esistito. Tutto qui.” Supponiamo allo stesso modo che il tempo sia una somma imperfetta di ricordi e cicatrici: un luogo remoto dove il possibile non si avvera mai, e l’assurdo trova sempre una via per manifestarsi, dove il passato sfuma nel presente, quasi vi si sovrappone, un tempo affollato di morti e sopravvissuti che camminano fianco a fianco sbucando sull’orlo della memoria, senza una ragione specifica, creando un altro tempo, un tempo onirico.

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché. E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente? Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole. Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono”. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, la trama coincide con il percorso accidentato dell’esistenza in cui i fili intessono un arazzo che solo a posteriori assume senso, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria e negli inganni della memoria. Una memoria filtrata per certi versi, e per altri sfuggenti come il senso dell’esistenza, dove la fantasia (o i propri fantasmi?) cerca di sistemare gli eventi in una ricerca di coerenza, ma il ricordo duplica l’evento, gli restituisce un senso altro collocandolo nel tempo. Il tempo di cui Proust andava alla ricerca viene qui sezionato, quasi in una nuova contrapposizione tra analitici e continentali, se ne cercano gli snodi, attraverso artifici retorici che fanno riferimento al campo scientifico si cerca di trattenerlo di dargli una dimensione (si veda il capitolo Il funerale del cosmologo) dove il lavoro di scrittura sembra riprendere il tentativo di Strindberg, che lo stesso Gustafsson in un’intervista così definisce:“In Inferno, Strindberg non descrive tanto una crisi personale, quanto la crisi di una visione del mondo che si condensa nel delirio. Ma prova, prova a cartografare un’altra descrizione del mondo… Nell’Inferno di Stringberg, quindi, come lei ha scritto, la cosa più sconcertante che si possa riconoscere è che dietro il velo del delirio, tutto sembra rispondere al richiamo del vero”. Allora le digressioni filosofiche non sono solo digressioni, cercano piuttosto di rendere conto del rapporto tra la visione del mondo di oggi e l’esistenza del singolo, di come questa sia influenzata dai risultati della scienza, dalla visione del mondo plasmata e diffusa dalla scienza.

Ma s’incontra anche altro in questo lavoro di scavo “tutt’a un tratto, nel mezzo dell’inquietudine, della sofferenza e dell’estasi di quella famosa estate, avevo trovato una crepa che sembrava portare dentro me stesso… Che cosa è più naturale da immaginare, più a portata di mano, del credere che io esisto presso l’altro allo stesso modo in cui esisto in me stesso? Ma non dev’essere così”.

Questi interrogativi sull’altro e su se stesso trovano un punto di precipitazione, un punto di non ritorno che segna l’ingresso nella maturità. “Io ero sostanzialmente solo. Molto solo. Molto fragile. E spaventosamente forte. Adesso me ne rendo conto. Essere fragili può essere in effetti un presupposto per essere forti”. Una solitudine adulta, dovuta al fatto che nessuno ci può sostituire, che le scelte possiamo farle solo noi.

Qualche recensore ha accostato questo romanzo a L’educazione sentimentale di Flaubert, ma come ha ben evidenziato Moretti ne L’inanto dell’indecisione, il momento culminante nel bordello in Flaubert è un momento in cui non accade nulla, tutto viene rinviato. In Gustafsson “Senza aver fatto in effetti alcuno sforzo avevo raggiunto le porte del Paradiso. Sì. Ed erano realmente spalancate. C’era solo da entrare. E la permanenza poteva durare all’infinito. E’ così strano che esitassi?” Ma l’esitazione non impedisce di andare oltre per accorgersi che “Non era niente di straordinario, davvero, ma quell’attimo non lo scorderò mai”.

Un percorso labirintico nei ricordi, dove gli eventi ci restituiscono sfumature perdute, dove la grandinata si sovrappone all’incontro, a quell’incontro dove “Mi sembrava come se realmente avessi ricevuto, alla fine, una risposta alla domanda se esistevo”.

Ambrogio Cozzi

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