A due voci

Angelo Villa

“Come sono diventato stupido” è  il titolo che Martin Page ha affibiato al suo fortunato romanzo. L’ha scritto molto giovane, più o meno ventenne, conti alla mano.

E’ una  sarcastica e sconsolata denuncia che risplende soprattutto nella prima parte del testo, decisamente la più divertente, quasi fosse la dichiarazione, tragica e amaramente comica nel contempo, dello scotto da pagare per accedere al mondo adulto. Per stare al mondo, come direbbe Natoli. Per diventare normale, come gli altri. Come chi poi? Come tutti. Mah?

Le illusioni perdute di cui scriveva Balzac  diventano, nel loro rovescio, in positivo, la stupidità: la sua assunzione, la sua accettazione. La vera sostanza del romanzo di formazione, verrebbe da pensare leggendo Page, è forse meno l’acquisizione di una certa scaltrezza,  di cinismo o pelo sullo stomaco che dir si voglia e più l’assimilazione di una buona quantità di debilità, quella che serve a vivere o perlomeno a sopravvivere.

A tirare avanti, insomma, magari a far carriera, senza procurarsi un’ulcera. Occorre mettere in conto, certo, causa la giovane e invidiabile età dello scrittore, la parte che vi gioca una giusta e comprensibile ferita  narcisistica. E lo snobismo che vi collude.  Ma la sostanza, pur tuttavia, rimane. L’appello che lancia, anche. Forse ci siamo talmente abituati, alla stupidità intendo, che non ci facciamo più caso. E’ così, insomma.

Terminato il bel libro di Page, mi sono cimentato nella biografia di un sanguinario satrapo attuale. Uno dei tanti, nella storia, come Hitler, Stalin, Ceausescu…

Mica dei geni. Clinicamente dei folli. Si fa presto a dir di loro, meno delle ragioni del loro carisma, del loro seguito di massa. E non solo. Heidegger o Schmitt, tanto per fare dei nomi, non erano certo persone qualunque, poco dotate intellettualmente.

Il titolo del romanzo di Page andrebbe quindi trasformato al plurale, eternizzandolo: come siamo diventati, o più semplicemente come siamo, stupidi. E dunque, in definitiva, come  siamo sempre, inguaribilmente stupidi. Intelligenti o sedicenti tali e non.

Sì, perchè  stupidi lo siamo, perchè continuiamo ad esserlo. Accendete la televisione e fate lo zapping, cioè lo shopping al supermercato dell’imbecillità, e ne avete subito una prova.

Essere stupidi è più vantaggioso, dice Page.

Freud nel suo articolo “Il poeta e la fantasia” paragona il gioco del bambino al lavoro del poeta.

E’ un atto creativo, dunque, che mostra l’intelligenza all’opera. Ma che succede poi?, ci si domanda.

Bambini inventivi, intraprendenti, vivaci diventano talvolta adulti noiosi, spenti. Ancora una volta, stupidi. Anche se intelligenti, nonostante l’intelligenza (soggettiva).

Pesco dal libro di Page una frase che, appena letta, mi si è stampata in testa, come una folgorazione. Non è nemmeno di Page, ma di Michael Herr, sceneggiatore del grande Kubrick: “La stupidità delle persone non deriva dalla loro mancanza d’intelligenza, ma dalla loro assenza di coraggio”.

E’ vero. L’intelligenza, quella che non è pura astrazione, masturbazione cognitiva, ma che interagisce fruttuosamente con la vita  si nutre dell’osare.

Più esattamente dell’osare leggere, etimologicamente dell’osare leggere tra le righe.

Ciò che è scritto e ciò che non è scritto, il detto e il non detto.

Leggere è dunque, in tal senso, interpretare. E’ un’operazione che riporta a una solitudine necessaria, a un non far massa.

Se la stupidità ha una sorella è l’ingenuità: non voler sapere cosa vuole l’Altro, chi è l’Altro.

La stupidità è il  coraggio che viene a mancare, in cambio di una contropartita di soddisfazione, di un risarcimento di godimento.

E’ proprio il godimento quel che rende stupidi, il libro lo indica bene.

Ma è sempre e solo il godimento il contenuto pregnante della stupidità. L’eroe di Page (nomina sunt numina: pagina? libro, dunque?) non è l’idiota mistico dostoievskiano, né forse nemmeno  i Bouvard e Pecouchet flaubertiani, cui l’autore si ispira.

E nemmeno il polveroso burocrate gogoliano, magari rivisitato fantozzianamente.

E’ figura, ahimè, più moderna, poichè del moderno illustra l’invasione mercificante che assilla, come una tentazione o una maledizione, l’esistenza del soggetto.

Si tratta di un’offerta, talmente penetrante da diventare una domanda, quasi che gli oggetti iniziassero a parlare: comprami, portami a casa, non pensare.

Come in  un racconto di Aimée Bender.

La stupidità assume il valore di una scelta individuale, di una battaglia perduta con disonore. Ma con guadagno.

Un motivo, più d’un motivo lo si trova, come giustificazione del cedimento. Lo si trova per gli altri, ma soprattutto, in primo luogo per la propria coscienza. Lo si scova senza fatica, con poca e inerziale fantasia.

Sentirsi solo è sopportabile, ma, come diceva il piccolo Hans, “solo solo” è troppo. E’ angoscia che fa vacillare. Anche perchè il “solo solo” è un solo tra gli altri, in mezzo agli altri, non in cima a una montagna, protetti da uno splendido isolamento. E’ qui che l’intelligenza reincontra, inevitabilmente, il suo partner e mentore.

Soprattutto ci vuole coraggio, canta Fossati nella bellissima “Pane e coraggio”, dedicata agli immigrati. Ha ragione, per loro. Che lo sanno. Ha ragione, per noi, che lo dimentichiamo, dimenticando la nostra storia e la fragilità che siamo e che ci circonda. Stupidamente. Per l’appunto.

Ambrogio Cozzi

Martin Page capovolge il paradigma del romanzo di formazione. Se nel canone classico il protagonista parte con un’idea confusa del mondo, oppure sbagliata, e man mano approda ad un’idea del mondo più ampia e comprensibile, nel romanzo di Page il protagonista procede verso un istupidimento programmato, radicale, perseguito con tenacia, liberandosi delle sue capacità critiche. Il percorso di omologazione avviene seguendo prima le vie dell’alcolismo e del suicidio, quasi che l’appartenenza ad uno di questi gruppi possa supplire alla mancanza di identità, con pagine godibilissime (“La maggior parte delle persone diventano alcoliste senza metodo, bevono whisky, vodka in enorme quantità, si ammalano e ricominciano a bere. Se vuoi il mio parere Antoine, sono dei cretini. Dei cretini e dei dilettanti. Si può benissimo diventare alcolisti in modo più intelligente, con una sapiente utilizzazione delle dosi e della gradazione alcolica”). Antoine a 25 anni sa che l’intelligenza rende infelici e passando dal tentativo di diventare alcolista a quello del suicidio approda alla decisione di diventare stupido “Voglio essere uno spettro banale. Ne ho abbastanza della mia libertà di pensiero, di tutte le mie conoscenze, della mia dannata coscienza.” “L’intelligenza è una tara. Come i vivi sanno che moriranno, mentre i morti non sanno nulla, penso che essere intelligente è peggio che essere stupido, perché
uno stupido non si rende conto di esserlo, mentre una persona intelligente, per quanto umile e modesta ne è necessariamente consapevole”. Solo questa terza via supportata farmacologicamente dall’Heurozac e dal guadagno tanto colossale quanto facile e casuale fornisce ad Antoine la soluzione per arrivare alla meta. “Per coloro che sono perfettamente integrati nella società esiste una sola stagione, un’estate perpetua, che abbronza la loro mente a un sole che non tramonta sul loro sonno: hanno sogni in cui non fa mai notte. Antoine aveva vissuto venticinque anni di autunno piovoso; d’ora in poi, fosse inverno, primavera, autunno, per la sua coscienza non ci sarebbe stato altro che il regno indistinto dell’estate.”

Meno riuscito appare il capitolo di chiusura, quasi un forzato happy end, in cui si intravede l’incontro che può redimere, che introduce un lampo di luce nel buio, anch’esso affidato al caso, ma che produce una svolta. Qui la forzatura contrasta con la precedente linea corrosiva, quasi a segnalare un bisogno forzato di salvezza, una necessità cui non ci si può sottrarre, pena la convivenza con la propria intelligenza, e quindi con la solitudine.

Il testo tratteggia bene in forma di incubo la stupidità del mondo che ci circonda, anche se la costruzione e rappresentazione della stupidità altrui è costruita a partire da un’intelligenza propria che permette di rappresentarla, trasformandosi in una sorta di superiorità verso il mondo e in un senso di disprezzo che accomuna tutti tranne il protagonista. Forse l’impossibilità di funzionamento sta proprio nella costruzione inversa, che ribaltando i canoni del romanzo di formazione  si scontra in una sorta di impossibilità di funzionamento che la prosa brillante non riesce del tutto ad occultare.

Romanzo divertente, se non altro per riflettere sulla stupidità di cui siamo parte, ma segnato in parte da uno sforzo eccessivo di essere brillante che a volte lo appesantisce. Forse la riflessione sulla stupidità dovrebbe partire dal nostro esserne parte e non dall’esserne estranei. Ma sarebbe possibile un romanzo di formazione a partire da un simile assunto, sarebbe possibile rappresentare la stupidità del mondo facendone parte, o sarebbe invece riconsegnata ad una sorta di balbuzie perenne.