A due voci

Angelo Villa

Che dire? Il romanzo di Aziz Chouaki non è sicuramente quel che si definirebbe un capolavoro letterario. Lo stile che la quarta di copertina descrive come di “vivida e fresca immediatezza” può, a volte stancare, dando l’impressione di un giovanilismo forzato. Sembra indulgere in una semplificazione esagerata che più che rendere emotivamente ed epidermicamente l’impatto e l’intensità degli eventi sociali cui si riferisce, ne allontana l’approccio e la comprensione.

E’, da un punto di vista formale, l’esatto contrario del bello ma quasi freddo “Senza ritorno” di Kressmann Taylor (ed. Rizzoli, 2003). La scrittura piana e controllata, conseguenziale come un ragionamento cartesiano, dell’autrice tedesco-americana sembrava quasi dissimulare la catastroficità dei mutamenti politici in atto (l’avvento del nazismo).

Qui succede l’opposto. Chouaki ha, per così dire, i nervi scoperti e il suo racconto vibrante è percorso da una tensione che lo dilania, da una rabbia immediata che affolla ansiosamente la mente del lettore. Ci si irrita. Ci si indigna. Ma poi? Si vorrebbe qualcosa di più, e cioè intuire, cercare di capire…

Allora, perché leggere “La stella d’Algeri”?

Per lo stesso motivo per cui immergersi nel libro di Kressmann Taylor: per provare a cogliere, per il tramite non delle teorie ma della letteratura, i motivi che accompagnano i grandi rovesciamenti sociali.

Non la politica, le strategie, ma quel che succede dentro e tra le persone. Come cambiano le idee? Come mutano le passioni?

Come un paese, si trasforma rapidamente, assumendo un’ideologia e un modo di pensare che prima gli erano estranei? Cosa succede nella testa e nel cuore dei suoi abitanti?

Libri e romanzi sulla Germania nazista non mancano. Ciò non significa che i fenomeni che interrogano risultino più chiari.

Aziz Chouaki, dal canto suo, è coraggioso, perché ci prova, indagando una realtà che conosce, quella del suo Paese: l’Algeria.

Come spiegare la sordida fascinazione che l’integralismo islamico induce sulle masse arabe, specie sui giovani? Come rendere ragione della radicale mutazione che subisce Moussa, il protagonista del romanzo?

Voleva diventare una star del rock, disidentificandosi dalle tradizioni musicale della sua terra. Il suo mito era Prince, più che Cheb Khaled.

Già, voleva… Finisce per aderire a quel che detestava, sposando una causa e una pratica che pareva aborrire. Perché non fugge? Perché non resiste o cerca di sopravvivere? Perché, insomma, non si sottrae?

Perché anche lui, che sembrava così diverso dal contesto in cui viveva, è catturato nel gorgo della follia collettiva? Che ne è della sua ambizione?

L’ondata del fanatismo travolge tutto e tutti, apparentemente senza memoria alcuna.

Karl Hoffmann, il religioso tedesco sulle cui vicende Kressmann   Taylor ha imbastito il suo lungo racconto, lotta in nome di Dio e della Chiesa contro l’idolatria hitleriana che ambisce a reintregare il primo nel suo delirio d’onnipotenza e a piegare la seconda alle esigenze del suo potere.

E’ il partito ateo e violento dei senzadio che abbisogna di incorporare il richiamo mistico e trascendente alla divinità per costruire la sua mitologia. Cioè, la sua religione, non priva di dio o di dei, ma con degli esseri umani collocati in quella posizione. In Russia e in Cina non è poi andata molto differentemente.

Qui, probabilmente, è più facile rivoltarsi. Foss’anche nel nome stesso di Dio.

Il caso dell’Algeria è rovesciato.

E’ il partito di Dio che chiama all’appello contro i Satana della laicità, della democrazia. Contro le insegne dell’Occidente ricco e consumista e la sua ostentata amoralità.

Opporsi, anche solo mentalmente, è complesso, quasi impossibile.

Chouaki ci introduce alla divisione che alberga nella mente di Moussa, scisso tra una realtà degradata, la cui ossessione claustrofobica assilla come un incubo la sua esistenza, e un altro mondo, copia di quello occidentale, fatto di illusioni e suggestioni inappagate, cui sembra votato.

Moussa si muove tra questi due universi, geograficamente vicini e culturalmente distanti, non senza buone intenzioni, slanci idealistici.

E’ la parte migliore del romanzo. Poi, la fine…

Lo scrittore assume un punto di vista esterno, quasi non riuscisse nemmeno lui a rendere ragione del cambiamento del protagonista o, forse, si trovasse incapace di padroneggiare una svolta così estrema e radicale.

L’”Epilogo” è scritto addirittura con altri caratteri, come a marcare in modo visibile la rottura con i capitoli che l’hanno preceduto, e lascia il lettore smarrito, non del tutto convinto della trama che vede svilupparsi sotto i suoi occhi.

Ma, forse, siamo noi a sbagliarci, a non capire. Indubbiamente Chouaki ne sa più della sua terra e di quel che vi accade di quanto ne possiamo, a distanza, afferrare noi.

Allora il punto di domanda che era insorto dentro di noi si allarga a dismisura. Non capiamo, non cogliamo, e la sociologia non basta.

Le notizie che ci bombardano dai giornali accrescono la nostra inquietudine, il nostro senso di straniamento. Che altro aggiungere?

Ambrogio Cozzi

Debbo confessare di aver provato un certo sconcerto nella lettura del libro quando, arrivato un po’ avanti nella lettura, l’autore ci dice che Moussa ha trentasei anni. Il senso di sorpresa e disagio era dovuto all’età che nella mia fantasia avevo attribuito al protagonista, ben lontana, intorno ai venti massimo ventitre anni. Ma questo mi ha indotto a riflettere e a leggere il resto del libro sotto un’altra ottica. Lo sfasamento tra l’età che avevo percepito e l’età attribuita dall’autore a Moussa introduce uno sfasamento temporale di circa dieci-quindici anni, intervallo di tempo che non si sa bene come sia stato riempito, tranne vaghi accenni sul rifiuto di Moussa verso un lavoro che ricalchi le orme del padre o del fratello maggiore. Non voglio entrare in disamine sociologiche sulla società algerina, che non conosco, e che farebbero deviare il discorso verso altri lidi, ma fermarmi su questo senso di disagio mi ha fatto venire in mente un saggio di Franco Moretti dedicato all’incanto dell’indecisione. Se là questo incanto creava un tempo sospeso, qui crea una sfasatura temporale, gli eventi arrivano troppo tardi. Il successo arriva troppo tardi per poter realizzare il sogno d’amore con Fatiha, a lungo rimandato, e azzerato dalla decisione dei genitori di lei di sceglierle un altro marito, e qui è l’inizio della china discendente di Moussa. La possibilità del visto per emigrare in Francia arriva tardi, a lungo rinviata viene vanificata da un gesto inconsulto di violenza, che cerca quasi di azzerare la storia, l’ambiente circostante, colpendo il nemico, che incarna tutto quel che nel tempo sospeso è andato perduto: “Grosso casino. Moussa tiene stretto l’islamista per la barba, parigi, bene bene, Fatiha, gli spacca la testa, bene, la musica, contro il marciapiede, bene bene, Rachid, l’isteria, Moussa si vendica, l’Algeria, sbatte fino a che i poliziotti e i militari non lo bloccano. Brutto colpo, la nuca contro il marciapiede, l’islamista è morto”.

Da qui ha inizio la seconda parte che si sviluppa in modo rapidissimo, in poche pagine, all’interno del carcere, avviene il mutamento, immediato, repentino e inaspettato. Stretto in un mondo in bilico tra le seduzioni di Mtv e quelle del profeta, Moussa non riesce ad impadronirsi della propria vita. L’atto finale segna una frattura individuale, esito tragico di quella frattura tra le due seduzioni che percorre tutto il libro, la leggerezza e la gioia di vivere scivolano verso il baratro. La tragedia e la mancanza di ragione sono ovunque in agguato, e il gesto che chiude la prima parte aprendo al finale  lo potremmo contrapporre al “sospiro di sollievo” che tira Moussa quando, uscito dalle strade della kasbah dove c’è un eccesso opprimente di barbe lunghe, la gente del Fis, sale su un taxi dove il guidatore ascolta Stevie Wonder.

Stretto tra il mondo copia di quello occidentale che però sconfina in quella situazione con la corruzione del potere, e quello della realtà degradata del quartiere di Mer et soleil il sogno di Moussa si trasforma in un incubo. Chouaki intervistato
da Zone litteraire assume un parallelismo tra i giovani da lui descritti e quelli che abitano le periferie di Parigi, segnalando il senso di sradicamento a cui l’islamismo radicale sembra offrire un’uscita, una luce (Nour il nome che assume Moussa significa appunto luce). Non sappiamo ci lascia perplessi ed inquieti questa prospettiva. Forse è difficile capire, ci mancano gli strumenti, o quelli che abbiamo non sono sufficienti.

D’altra parte facciamo fatica a capire la nostra storia più recente, così vicina e a noi contemporanea. Pensiamo al libro “La generazione degli anni perduti” di Aldo Grandi sulla storia di Potere Operaio, incunabolo di quel movimento chiamato Autonomia. Scorrendo le pagine nell’illusione di capirci qualcosa si rimane sconcertati, le interviste ai protagonisti rivelano un’inconsistenza o una verbosità inutile e a volte sciocca. Se si cercano di capire i perchè di alcune scelte da parte di alcuni soggetti, si rimane come intontiti dalla banalità e dalla stupidità, come se le parole non riuscissero a cogliere la dimensione della tragedia, quasi i protagonisti sfuggissero alle responsabilità o non sapessero render conto delle utopie che hanno attraversato.

Provare per credere a leggere l’intervista a Morucci, uno dei rapitori di Moro. Ne esce un autoritratto caricaturale, a un bivio ideologico tra D’Annunzio, Nietzsche e Marx, mix tanto rivoltante che non si rende conto dei danni prodotti. Qui il senso di straniamento, per vicende a noi così vicine si raddoppia, anche andando indietro con la memoria non si riesce a cogliere nulla di intelligibile, che ci aiuti a comprendere. Certo che non basta la sociologia, ma non è che altro ci aiuti. Bellocchio nel suo film dedicato al rapimento Moro (tra l’altro non bello) propone una sorta di via onirica per poter raccontare quegli avvenimenti.

Eppure… Rimaniamo convinti che occorra superare questo spaesamento, per non lasciarci intrappolare in un altro incanto, quello della sospensione e della sorpresa, rimaniamo convinti che si debba affrontare oggi il nuovo disagio della civiltà. E in questo anche il romanzo di Choukia può servire, almeno per cogliere e situare il disagio che ci abita.

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