A due voci

Angelo Villa

La letteratura, si sa, non è teoria. La seconda spiega, la prima mostra: mostrare non è dimostrare, ma il suo contrario. Quando la letteratura pretende di dimostrare una teoria l’opera perde il suo smalto, si fa noiosa e pedante, ideologica. La buona letteratura, invece, accetta il limite o il sublime che la caratterizzano. Essa mostra, mette in scena. La letteratura ci dice “come” accadono taluni avvenimenti, non illuminandoci sul “perché”. La possibilità per il romanzo di eludere il “perché” è ciò che lo rende fatalmente più vicino alla verità, più libero da costrizioni interpretative. Il romanzo è una trappola che mobilita il lettore, nelle sue emozioni non meno che nei suoi pensieri. E questo fa sicuramente il racconto di Natasha Radojcic-Kane che è lucidamente impietoso, un vero pugno nello stomaco senza consolazione o speranza. Si è per lei citato a ragione il nome  di Faulkner. Il tema che domina la storia è quello della violenza. La terra che la raccoglie è quella della Jugoslavia. Storia molto recente e territorio ben poco distante. Mi risuonavano nella mente le parole iniziali di una bella canzone di Lucio Dalla, dedicata proprio alla carneficina che si perpetrava nell’ex regno di Tito. Si chiama Henna e decolla con un addolorato e perentorio : “Adesso basta sangue ma non vedi /Non stiamo nemmeno più in piedi…”. E’ così, indubbiamente. Ma perché non ci si ferma? Non ci si ferma mai. Le constatazioni più brutalmente realistiche non bastano. Radojcic-Kane mostra la violenza che imbeve, tranne forse Pap, tutti i personaggi del racconto. E’ una cappa asfissiante che può generare nel lettore un senso (etico?) di ripulsa, di rigetto. Un “basta sangue” che sgorga da una nausea fisica, da un barlume di pietà, non per l’altro, ma per sé stessi. Per quello che semplicemente non si riesce più a sopportare, al di là di ogni teoria o visione del mondo. La violenza di “Ritorno a casa” stride con un titolo che sembra evocare uno scenario venato dalla nostalgia o dall’inquietudine del ricongiungimento. Ma, a posteriori, riecheggia cupamente come incubo, come la feroce ironia di un film dell’orrore o di un racconto di King. Non c’è, quindi, nessun Ulisse, nessun pavesiano “Paesi tuoi”, nessun sentimentale e bonario Alberto Sordi a occupare la scena. Si è già tutti a casa, perché da quella “casa” in verità non ci si è mai allontanati. Da quella casa, non si riesce a fuggire. Ci si può spostare, andare un po’ più in là. Ma niente è cambiato. La violenza del romanzo è la violenza che non è stata mai abbandonata. Nessuno è senza colpa, nessuno è estraneo a questa interminabile rincorsa all’odio. Aida, incantevole figlia del colonnello mussulmano Bambur, che il protagonista del romanzo Halid uccide per errore, è la dolorosa smentita della profezia dostoievskjana: la bellezza purtroppo non salverà il mondo. Lei, la “piccola eroina” che “camminava con coraggio per le strade sotto assedio di Sarajevo e sorrideva a tutti”, era la giovane donna che spavaldamente “sfidava il destino e i cecchini con i suoi colori vivaci”. Lei era, rappresentava l’insopportabile: ciò che nel furore della distruzione non può essere vissuto che come la più perfida e indicibile delle provocazioni, quella della vita nei confronti della morte e del suo culto. I cecchini di Sarajevo dedicavano, ne parlava Rumiz nei suoi reportage, particolare accanimento e sadica attenzione, facendone facili bersagli, a chi sembrava felice o poteva far  trasparire una timida traccia di contentezza. Il reale nemico dell’orrore è ciò a cui lo stesso orrore brama inconsciamente e che non riesce a raggiungere, a nominare. Ma che ambisce oscuramente a ritrovare da qualche parte, tra lembi di scartoffie impolverate, dentro qualche cassetto sfondato, sotto un cumulo di macerie. Nel duro botta e risposta che anima il secco e conciso dialogo con cui  Halid cerca di carpire da Mira, madre di suo figlio, informazioni sulle condizioni del bambino, è singolare una risposta della donna. Il piccolo cresce, rassicura Mira. Come? “Cresce nel nulla. Ha meno di quello che avevo io alla sua età”. E’ da questo impossibile e invivibile nulla, estrema landa del vivere, morte conficcata dentro la vita, che può sorgere l’anelito a lasciare quella casa?

Halid muore ammazzato. Soffocato nel suo sangue. Rigorosamente fedele alla tradizione di famiglia trasgredita solo dal padre, morto d’infarto Il resto è odio, gli uni contro gli altri, con balcanica crudeltà. La  Radojcic-Kane, nativa di Belgrado, non ci spiega le ragioni degli eventi, mostra che forse non vale nemmeno la pena di conoscerle. Si perdono nella notte dei tempi per taluni aspetti, per altri si nutrono della ferocia quotidiana. Niente rimozione. Anche il lettore è catturato da questo incubo, calamitato da questa contraddizione, segregato in una invisibile prigione macbethiana, sconvolto da un’impotenza che innanzitutto ferisce la sua già labile capacità di comprensione. La violenza è lì e lì rimane. Come sempre e, nel mentre, il capire gira a vuoto. Così è. Il romanzo è più illuminante di un saggio. Molto bello. Un’esitazione: e se invece “Ritorno a casa” fosse una prova che il vecchio Fijodor (Fedor) aveva una volta di più ragione? Certo, però, è dura. S’intende l’esistenza, la convivenza. E pensare che Aristotele definiva l’uomo un animale politico (politicòn zoon)…. Mah?

Ambrogio Cozzi

Alcuni recensori hanno accostato il romanzo della Radojcic-Kane sulla Bosnia a quelli di Gabriel Garcia Marquez sull’America del sud. Credo che varrebbe la pena in particolare di tentare una lettura parallela tra “Ritorno a casa” e “Cronaca di una morte annunciata”.

In “Cronaca di una morte annunciata” viene narrata la storia di due fratelli che per difendere l’onore della famiglia devono uccidere un giovane del villaggio. Tutto il villeggio sa della loro intenzione, perché i due la sbandierano ai quattro venti, quasi pervasi dal desiderio che qualcuno li fermi oppure avvisi la vittima: questo non accade e la morte da annunciata si trasforma in cruda realtà. Tutti sanno, ma nessuno si assume la responsabilità di intervenire, di fermare l’omicidio. Si assiste ad una sorta di declino della responsabilità, la richiesta di aiuto implicita nell’annunzio non viene raccolta, si crea un deserto in cui tutti sfuggono, e la vendetta è destinata a compiersi seguendo un macabro rituale. Altri tempi quelli in cui veniva scritto il racconto di Marquez, quando ci si interrogava sulle proprie responsabilità, sul senso dell’incontro e dell’intreccio tra la propria storia e quella collettiva. Tutto sommato il finale del romanzo di Marquez introduceva la dimensione del pentimento, della colpa per quel che era accaduto. Nelle poche pagine finali veniva descritto il tentativo di ognuno di espiare per quel che era accaduto.

In “Ritorno a casa” questa dimensione sparisce: tutti sanno, ma tutti sono complici, l’opporsi al tragico epilogo è affidato a figure marginali, che non sono in condizioni di intervenire. Anche i bambini partecipano della trama tragica, intervenendo in modo attivo quando nella partita a carte sembra che la sorte giri in favore di Halid. I personaggi che circondano il reduce Halid son personaggi classici dei migliori romanzi: il deficiente nella gabbia (sospetto di stupro e bontà malinconica, l’anziano saggio con la sua gamba in cancrena, l’ex bellezza amata sfiorita, la mesta madre, il bambino gitano smarrito, il poliziotto citrullo, l’amico che tradisce. Ma i personaggi si muovono su uno sfondo differente, segnato dalla distruzione, che diviene metafora della distruzione di una intera generazione, una generazione non di eroi, sarebbe stato facile rappresentarci Halid come il bosniaco ferito, sconfitto ma dalla parte dei giusti. No, Halid, a Sarajevo non si è certo comportato da giusto, anzi, l’origine della sua fortuna economica affonda in un delitto. Ma tutti i protagonisti ruotano intorno ad un paesaggio segnato dalla distruzione, in una realtà opaca, lercia tra fango ed escrementi tra case diroccate e fisicità imputridite e segnate dalle rinunce e dall’attesa mentre il tempo ha consumato tutto e tutti sembrano disorientati attraversando questa realtà.

Già il tempo, sospeso tra un presente  orrendo in cui la guerra ha segnato l’esistenza di chi ha combattuto e quella di chi è rimasto, ed un passato in cui questo presente affonda le radici, quasi che l’oggi fosse un destino dello ieri. Questa è l’eredità della guerra, anzi, l’assenza di eredità. E come i gufi, unici rimasti ad abitare i boschi, vengono abbattuti dalle raffiche delle armi da guerra, incastonati nei tronchi degli alberi, così Halid si trova rinchiuso nel villaggio e nell’abbraccio mortale di chi è rimasto, andando verso una sorta di suicidio inevitabile quanto annunciato. Il dolore che abita la storia accomuna uomini e paesaggio, chi ha combattuto e chi è rimasto. Ma è un dolore sordo, in cui la pietà non trova posto, in cui la violenza ha invaso la quotidianità e costringe a rileggere lo ieri alla luce dell’oggi, della distruzione intervenuta che ha corrotto tutto e tutti.

Ci si chiede a volte come sia possibile raccontare la guerra, uscendo dalla cronaca per rendere conto di come trasforma le esistenze. Crediamo che il romanzo della Radojcic-Kane ci riesca, a partire dalla sconfitta dei vincitori, narrando la corruzione che la guerra ha prodotto in loro, nelle loro attese e nelle loro vite. Ma anche nelle vite di chi è rimasto, nella desolazione di un mondo desertificato dai sentimenti e dalle possibilità di convivenza. Benvenuti nel desero del reale si intitolava un testo di Slavoj Zizeck, qui siamo proprio nel deserto del reale che la guerra ha prodotto. Riuscire a narrarlo è un grande merito del testo, senza indulgenze per nessuno, poiché oggi il richiamo alla responsabilità che il testo di Marquez svolgeva all’interno della narrazione deve rivolgersi oltre la narrazione, cercare interlocutori ai quali raccontare, ai quali testimoniare l’orrore che ha accomunato e trasformato tutti. Non c’è possibilità interna di riscatto, per l’eroe che torna tutto è già deciso, il destino è già compiuto perché tutto è stato trasformato dall’orrore e dalla violenza. La responsabilità viene interpellata altrove, in chi legge, perché l’orrore possa essere compreso. E forse fermato?