A due voci

Bob Smith

IL RAGAZZOCHE AMAVA SHAKESPEARE

Ugo Guanda Editore

Angelo Villa

Che cos’è un poeta? La profonda, intensa Anna Achmàtova in una breve lirica, La morte del poeta, così esordiva: “Ieri una voce unica si tacque”. Insistiamo su queste parole: “una voce unica”. Dunque, un poeta è uno che si assume la responsabilità di una creazione individuale, uno che prova a dire, a metterci del proprio in quello che scrive, che enuncia. Ma attenzione, il poeta non è un autistico. Né un puro e semplice narciso. E’ baciato dal dono della grazia, il che dà (forse) un carattere di missione alla sua opera. La creazione implica infatti un miracolo. Essa è effettivamente tale, nella misura in cui permette agli altri di potervisi riconoscere come in qualcosa di proprio. La voce del poeta è altresì quella degli altri. E’ inequivocabilmente sua. Ma nel contempo aderisce sensibilmente a quel che altri, meno ispirati, non riescono a dire e probabilmente nemmeno a pensare.

L’universale non si unisce con il particolare, ma sembra perdersi in quest’ultimo, nella sua forza insostituibile ed esasperata originalità.

Kierkegaard ha la meglio su Hegel. La magia dell’operazione poetica è tutta qui. Da un certo punto di vista, non ha tutti i torti il sublime Samuel Beckett: “Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”. La parola, una volta depositata sul foglio, è lì. Non lettera morta, ma lettera in attesa. In attesa di chi la raccoglie, di chi in un certo modo la fa sua, la vivifica attraverso le risonanze che evoca dentro di sé. Il problema non è tanto cerebrale, legato al senso del senso, a quello che la poesia vorrebbe o potrebbe voler dire, all’intenzionalità del poeta. Ma, piuttosto, si associa a quel piccolo scompenso che produce nel lettore: quelle parole che si trova dinnanzi sono quelle che lui cercava e che per primo avrebbe voluto esprimere. Il poeta gliele offre.

E’ un regalo raro e prezioso, perché le parole aiutano a vivere. Alain De Botton, qualche anno fa, ha scritto un bel libro, garbato ed intelligente, su come salvarsi la vita grazie a Proust. Bob Smith, sicuramente più disperato del filosofo francese, fornisce una sua testimonianza di come riuscire a reggersi in piedi, grazie ancora una volta a un poeta: il più grande di tutti, secondo il polemico Harold Bloom, vale a dire  William Shakespeare.

A cosa “serve” allora un poeta? Mi sono riletto più d’una volta quel che l’autore de Il ragazzo che amava Shakespeare scrive a pag. 122 del suo libro, intenso e delicato nel contempo. E’ semplicemente perfetto, esemplare: “In casa nostra vigeva la regola del silenzio. Come molta gente, evitavamo di parlare delle cose di cui più si sarebbe dovuto parlare. Shakespeare diventò così il mio linguaggio segreto, una lingua antica, remota, in caratteri cuneiformi che, in un certo senso, mi rendeva più visibile a me stesso. Un processo al quale assisto in continuazione. Quando un’espressione trasmette al pubblico una verità assoluta che lo accende, vedo la gente emozionarsi e confermare con voce vibrante tale verità: “E’ proprio quel che penso io! Quando l’ha scritto l’autore?” E subito di seguito: “Naturalmente l’eccitazione che provavo nei confronti di Shakespeare non aveva niente a che vedere con la sua posizione al vertice della letteratura inglese, né col fatto che fosse nato anche lui in una cittadina di nome Stratford. Non sapevo niente di lui, né me ne importava. Leggere Shakespeare era come fissare i calendari religiosi o ascoltare messa in latino. La poesia divenne così un bellissimo luogo in cui nascondermi dalla mia vita e dai miei genitori, un luogo in cui sapevo che loro non mi avrebbero mai seguito”.

Shakespeare diventa per Smith la sua seconda pelle, a fronte della scarsa tenuta della prima; il suo secondo nome, chiamato a tappare le vistose buche che eredita dal suo. L’anonimato cui quest’ultimo lo consegna non è dovuto, come sembra talvolta ingenuamente pensare Bob, alla sua banale ricorrenza. Del resto Shakespeare non è certo un poeta sconosciuto, “scoperto” da Smith. Bob potrebbe ben essere uno tra i tanti, tra i moltissimi ammiratori del grande scrittore. Il punto non è questo. Shakespeare potrebbe valere come un altro poeta, anche meno immenso, più limitato. E’ quel che accade con Shakespeare che lo rende unico, per Bob Smith. L’autore de L’Amleto accende una spia dentro lo sventurato Bob. E’ in quel momento che Shakespeare diventa il suo appoggio esistenziale per non perdersi, per dare un senso e una direzione alla sua vita. Shakespeare è la bussola che lo orienta e il filo che lo tiene unito salvandolo da destini peggiori. Lo “strambo” Bob Smith, la “femminuccia” Bob Smith diventa così Bob “Shakespeare” Smith.

Ha un bel dire, anzi un bello scrivere, Bob
nelle ultime pagine del suo “memoir” sulla questione, quasi futile ed immodesta, del farsi un nome. C’è qualche fraintendimento di troppo. Il titolo del suo libro è già il suo nome, quello che ha costruito attraverso il suo desiderio: Il ragazzo che amava Shakespeare. Shakespeare è il suo sintomo, il suo amore per il poeta è un’auto diagnosi che va direttamente al cuore del suo essere.

Il libro è molto bello e la scrittura di Smith “semplice” e lineare. La storia è commovente, pervasa da una leggerezza invidiabile. Quasi etica. Muove simpatia e un profondo senso di rispetto nei riguardi dell’autore.

Chi ha letto il fortunato romanzo di Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, già recensito in questa rubrica, farà bene a non perdersi il testo di Smith. Un filo rosso unisce involontariamente i due racconti. Sarà utile anche per chi opera con il disagio e la sofferenza psichica. Nessuno ne è poi così distante. Siamo esseri fragili, ignoriamo ben più di quel che pretendiamo di sapere. La vicenda di Smith è altamente istruttiva. Come dice Shakespeare: “Noi siamo della materia/Di cui sono fatti i sogni/E la nostra piccola vita/E’ circondata da un sonno” (La tempesta, IV,1).

Ambrogio Cozzi

“Credo che più confusi si è dentro, più si ha bisogno di credere in qualcosa fuori. Avevo un disperato bisogno di appoggiarmi a qualcosa che fosse più grande di me, ed era chiaro che William Shakespeare capiva com’era soffrire senza neppure sapere perché”.

L’incontro tra Bob Smith e William Shakespeare avviene casualmente, in una piccola biblioteca, dove il ragazzino si rifugia per sfuggire ad un improvviso acquazzone. Un libretto blu contenente il testo de Il mercante di Venezia desta la sua attenzione. A partire dall’incipit “In verità non so perché sono così triste”, battute di apertura dell’opera, Bob coglie che quelle opere potrebbero rappresentare “… un bellissimo luogo in cui nascondermi dalla mia vita e dai miei genitori, un luogo in cui sapevo che loro non mi avrebbero mai seguito”.

Ma l’impressione è che quel che ha funzionato è stata la possibilità di trovare le parole, le parole per dire il proprio sconforto, stretto tra un padre che non regge l’emotività del figlio, o almeno così la pensa Bob riferendosi all’episodio, cruciale in questo rapporto, avvenuto sull’autoscontro, e una madre troppo fragile per occuparsi della sorella “non giusta” che lui deve accudire. Alle cantilene  monotone della madre, che scandiscono le giornate di Bob, “… ci pensi tu”, e al silenzio del padre che non è che l’altra faccia della medaglia di quelle cantilene, si contrappongono le parole di Shakespeare, cioè la possibilità di rivelare il mondo, di coprirlo letteralmente con un altro velo che rammendi gli strappi di quello in cui Bob si trova a vivere. Ma non è solo un’evasione – messa così una fuga vale l’altra – bensì la possibilità di trovare un senso attraverso le parole di un altro, poiché le proprie mancano. Non è un rifugio consolatorio, ma un’apertura sul mondo, una via d’ingresso al mondo, non una via d’uscita dal mondo “Ecco prendi questo scrigno, ne vale la pena… Sprango le porte, mi faccio d’oro con un altro po’ di ducati, e sono subito da te”. Sono le prime citazioni da Shakespeare del testo, quelle che appaiono alla fine del primo capitolo e corrono sul filo della memoria per la perdita di una delle vecchiette che assistono alle letture tenute da Bob. E la memoria è l’altro filo conduttore del testo. Si inizia con una perdita, per arrivare all’incontro con la sorella dell’ultimo capitolo. Incontro che si svolge in un silenzio rotto solo dai mugolii o dalle improvvise esclamazioni della sorella, incontro che non ricongiunge, ma permette a Bob di incontrare la sorella. “Oggi sua sorella è di cattivo umore. Ha la luna di traverso. Non avevo mai pensato che, come qualsiasi persona normale, anche Carolyn potesse essere a volte di pessimo umore. Quel commento casuale faceva sì che mia sorella fosse meno deificata per il suo handicap, più reale e umana, meno frutto di fantasia”.

Ma il filo della memoria si lega al tempo, quasi che l’incontro con le parole permettesse di incontrare un tempo scandito dagli eventi, che si contrappone al mero scorrere del tempo scandito dal “tic ciac” provocato dallo sbattere del piede di Carolyn contro il frigorifero che segna un lungo periodo della vita di Bob. Le parole di Shakespeare segnano il tempo degli incontri e delle perdite, della felicità e dell’infelicità, sottraendo Bob a quello scorrere mortifero e sempre uguale, dove nessuna parola interviene ad umanizzare l’esistenza. Prima le parole erano rumori in cui si confondevano le presenze e le assenze: i rumori monotoni della sorella, confinata in un mondo irraggiungibile, le lamentele e le richieste della madre, che legavano Bob ad una quotidianità e ad un desiderio non suo, i silenzi del padre che non ha parole per dirsi, e che coglie nel punto di inconsistenza del figlio la caduta del suo desiderio nei suoi confronti. Ai rumori si contrappongono le parole come suoni. “In verità non so perché sono così triste”, è la prima possibilità di dirsi, e l’arte indica così una via d’uscita, un possibile ordine nel mondo, un modo possibile di situarsi in esso, dicendosi attraverso le parole di un Altro perché le proprie mancano, chiuse nei silenzi o confuse nei rumori, che non permettono di reperirsi, attanagliati dalla colpa di aver rovinato con la propria nascita “qualcosa là sotto”. Tutto il libro scorre attraverso uno slittamento continuo tra le memorie di Bob e le parole di Shakespeare per dire queste memorie, detto meglio, il racconto trova un filo attraverso le parole di Shakespeare che lo dotano di un senso possibile, quasi che la scrittura ripeta il lavoro fatto da Bob per uscire dalla dimensione della follia. In questo senso il testo si presta ad un parallelismo ulteriore con il testo di Haddon recensito qualche numero fa, e che ha già richiamato Angelo Villa qui accanto. Se in quel romanzo la matematica svolgeva il ruolo di sostegno o impalcatura della sua vita, impedendo a Christopher di perdersi, di confondersi con il mondo, di essere il mondo, nel romanzo di Smith la poesia permette di trovare una via d’uscita dall’essere il mondo, l’incontro con le parole che dicono il mondo non crea solo un rifugio consolatorio per lenire le proprie ferite, cosa che non succede neanche per la matematica con Christopher, ma fornisce una vera struttura per essere nel mondo, per riuscire a dirlo e dirsi. Se in Christopher la matematica funge da evitamento all’ingresso nella dissoluzione soggettiva totale, in Bob la parola indica una possibile via attraverso le parole incontrate, non proprie ma di Shakespeare, che ha già detto un mondo trovando parole nelle quali riconoscersi.