A due voci

Antonio Moresco

CANTI DEL CAOS

Seconda parte

RizzoliMilano, 2003pp. 405, € 16,00

Angelo Villa

Mi sono imbattuto nell’ultimo libro di Antonio Moresco, Canti del caos, seconda parte, dopo aver letto l’opera prima di Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine. Quest’ultimo lo sentivo inautentico, un po’ manierato e prevedibile. Inoltre mi infastidiva il compiaciuto e frequente ricorso all’estetica ed all’etica dell’abbruttimento, dello sconvolgimento psichico e fisico. Il titolo, dal sapore céliniano, ben disponeva, ma in termini del tutto illusori.

E Moresco che c’entra? Poco o niente, in verità. La sua scrittura, fuori da ogni suggestione immediata, è di tutt’altra pasta. Il confronto tra i due è puramente occasionale. Lo stesso impianto narrativo in Moresco, nonostante le sue digressioni, è ben solido, quasi classico. La seconda parte di Canti del caos, edita da Rizzoli, riprende la prima, pubblicata invece tempo fa da Feltrinelli. Si ritrovano le solite maschere come il Matto, il Gatto, la mitica Musa, l’ispettore Lanza, Ditalina e Pompina, il ginecologo spastico e così via. In più c’è, manco a farlo apposta, persino Dio.

La sfida (risolta) del primo canto, ora continua ampliandosi e potenziandosi. Questa volta c’è di mezzo una campagna pubblicitaria con un obiettivo  preciso: quello di vendere la Terra, tutto quanto il pianeta “Sì, sì, certo! Oh, cazzo!”… ed è il caso effettivamente di esclamarlo. Intorno a questo nucleo centrale si intrecciano vorticosamente e prepotentemente trame e sequenze, folgorazioni e pensieri, biografia e racconto. Moresco non si risparmia. Il racconto testimonia di questo rapporto quasi fisico, totalizzante con la scrittura. Con essa Moresco sembra quasi voler riempire il lettore, saturarlo. In una parola, c’è troppo. Gli interrogativi che la lettura sollecita insorgono e girano come mosche impazzite in un bicchiere di vetro, che cinicamente guardiamo, dimentichi di vivere probabilmente analoga condizione. Poi, ad un certo punto, come piccoli dei onnipotenti stanchi del crudele gioco, solleviamo il bicchiere e gratificati stiamo ad osservare i poveri insetti che leggermente storditi se ne volano via. Dove andranno? A fare che? Incapperanno in una nuova prigione? Gireranno fastidiosamente a vuoto? Si perderanno ubriacati dalla loro stessa libertà? Scrive Moresco nelle pagine iniziali del suo primo volume: “Cosa succede quando sogno e veglia si estinguono e tu non sei più da nessuna parte e non puoi più neanche gettare indietro la testa e poi morire? Dov’è la porta per uscire? Dov’è quella per rientrare? … ”. E nel secondo: “Cos’è la creazione? Cos’è il mondo? Come si determinano i movimenti interni del mondo?”. E ancora: “chi ci ha chiamati? chi ci ha svegliati?”.

Non conosco Moresco, ma mi piace il suo sguardo serio e triste, come estraniato, che ci guarda fisso e muto senza porci alcuna domanda, senza toni inquisitori, ma pur sempre inequivocabilmente immanente. Lui, più di altri suoi colleghi, sembra essere esposto e attraversato da una caotico e fecondo turbinio, solitario abitante di quella filiforme penisola, di quella punta protesa in avanti, tra il regno della parola e quello di un non so che a volte stimola e suggestiona, mentre altre sembra sfuggirgli un po’ di mano. Il suo universo è kleinianamente disumanizzato, sia nel senso di Melania, la celebre psicoanalista, che di Naomi, l’autrice di No logo. Corpo e merce, merce e corpo. Anche se sono soprattutto i corpi a colpire la mente del lettore. Il corpo, quello femminile in particolare, non è l’oggetto di un desiderio, ma è il luogo sadiano, di un’esercitazione
brutale. Un furore cieco, distruttivo accompagna e domina un’operazione implacabilmente ed eccessivamente reiterata. Sono pezzi di carne in definitiva, figure senza amore che entrano ed escono insensibilmente da un corpo ad un altro, che si mischiano, che si sovrappongono. Sangue e sperma, feci, peni e fighe … Tagliare, lenire, riparare; poi ancora di nuovo, come prima. Instancabilmente. I personaggi sono maschere, nomi prestati all’atto, semplici bandierine, simili a quelle che usiamo in un gioco da tavolo per rappresentarvi la nostra posizione, che appaiono e scompaiono nelle cascate di parole, che ci sommergono nella dolorosa intelligenza che Moresco profonde a piene mani. Non c’è tregua, battuta d’arresto in Moresco. E’ torrenziale, incontenibile. Fascino e nausea si combattono in chi legge. La sensazione che col passar delle pagine l’originalità dello scrittore possa stemperarsi, disperdersi nei rivoli che lui stesso ha inventato è purtroppo ineliminabile. Come se venisse meno un limite, una misura. E’ un peccato, perché Moresco non è uno scrittore qualsiasi. La sua potenza e la sua ricchezza espressiva, la sua tensione narrativa sono uniche. E’ un autore che lascia il segno. Non concede al lettore vie d’uscita. Prendere o lasciare. Noi – sia ben inteso – siamo per prendere; non senza qualche necessaria cautela. Il “suo” è il caos del nostro mondo, del godimento che lo invade e lo massacra, senza che ci si possa riconoscere in esso come umani. Ma lui rischia di produrre un effetto analogo, non limitando un poco la sua offerta letteraria.

Torniamo a Capossela. Il cantautore precisa sul retro della copertina: “Materiale ce n’è. Materiale a peso, a litro, a quantità! Da farsi prendere dalla paralisi. Subito! Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli … ”. Di fatto, coerentemente, sopra il prezzo del libro, è stampato il suo peso: quattrocento grammi. E’ un’indicazione? Può farci un pensiero anche Moresco? Il primo canto era di trecentonovantatre pagine e preannunciava il secondo, conclusivo. Il secondo è di quattrocentosei pagine e a sua volta ne preannuncia un terzo. Cambiare idea è lecito, Moresco non se la prenda; ma al momento, abbiamo già abbondantemente superato le settecento pagine. E se il prossimo, che sicuramente comprerò e leggerò, lo alleggerisse di un etto o due? Io non mi lamenterò. Giuro.

Ambrogio Cozzi

Immaginate un mondo in cui la notte è popolata da vecchi in trampoli fosforescenti e giovani in roller, usciti da un videogioco impazzito che combattono per tutti gli angoli della città. Ma questo videogioco è stato programmato da un donatore di sperma che passa la sua vita quotidiana a medicare le ferite atroci che si infliggono il padre e la sorella, coinvolti in uno scontro generazionale tanto feroce quanto privo di senso, e dove il videogioco assume le forme di una proiezione di questo stesso scontro. O forse è lo scontro padre/figlia ad assumere le forme del videogioco. E’ solo uno degli episodi del primo volume di Canti del caos di Moresco.

Un mondo visionario che si duplica tra virtuale e reale, i quali si inseguono e confondono. Gli spazi si dilatano nelle notti, ma si rinchiudono in inseguimenti e pericoli (c’è anche un investitore che circola nella notte a travolgere i passanti), i corpi si moltiplicano sui set pornografici, ma si riducono a buchi come nell’emblematica donna avvolta nella carta argentata. Gli amplessi sui set sono occasioni per scambiarsi messaggi segreti, per chiedere informazioni, per sapere qualcosa di quel che avviene lì e fuori di lì.

Il tutto rimandando all’autore e all’editore che parlano di un libro che si sta scrivendo, questo libro. Che non si riduce allo scrivere, ma si configura attraverso il lavoro materiale di stampatori, incellophanatori, art, copy e via di seguito, in un mondo che continuamente si spezzetta e si ricompone. Dove le funzioni sono portate all’eccesso e cantate, quelle dei corpi (dalla ragazza con l’acne a quella dalle mestruazioni inarrestabili), quella del lavoro (inseguito nei particolari di ogni fatica), colte in un particolare che le possa rappresentare, ricomposte e scomposte nei minimi atti, in particolari che divengono insegne per identificarli, deviazioni, strade laterali che si biforcano, sembrano perdersi per poi ritrovarsi in un punto altro della narrazione. Uno scrittore con i suoi fantasmi precipitato in un inferno, ossessionato da queste visioni, da questi incontri, seguito e inseguito da un editore che regge la trama, che si svela nelle ultime pagine sostituendosi ad uno scrittore che si eclissa.

La ritrovata funzione di cantori, che come nei cori greci commentano e scandiscono il lavoro dell’autore, che intervengono a circoscrivere nella parola i loro atti, che si rappresentano attraverso gli atti (siano questi inerenti al lavoro editoriale, oppure a gesti di violenza compiuti in questa notte perenne che attraversa il testo), che si intrufolano nella narrazione e contemporaneamente la innervano.

Ecco, immaginate di riuscire a sorvegliare questa materia (e tanta altra che non vi è spazio per riportare) attraverso la scrittura, un lavoro ai limiti dell’impossibile, eppure un lavoro che riesce a Moresco.

Nel secondo volume il nuovo papa Elvis II scioglie definitivamente la Chiesa Cattolica, le modelle sfilano su passerelle per uno stilista che è il diavolo in persona e la sfilata consiste nell’erodere completamente il proprio corpo, mentre piccoli feti volano nel cielo strappati agli uteri dal vento e l’Account dispone del mandato pubblicitario senza precedenti nella storia. Ritornano anche la Musa, la Meringa, l’Art e il Copy che avevamo già incontrato nel primo volume. Ma vi è di più, perché si sta vendendo il mondo che compra il mondo, figure di un mercato che eccede se stesso. Può il venditore essere il compratore, o meglio la totalità del mercato può eccedere se stessa?

Ma non sono solo paradossi, vi è all’interno del paradosso l’immanenza della tragicità di un mondo che è il nostro, anche mentre lo osserviamo da lontano. Un mondo che si duplica e che sfonda lo spazio, erode i corpi. E alla fine c’è Dio, un Dio che parla dietro una maschera, detentore di un sapere iniziatico, che pure dice “Il vostro tempo è finito. Adesso inizia il mio”, lo stesso Dio che poco prima aveva detto “Quando sono diventato Dio”, spalancando un vuoto nella conoscenza, poiché come vi può essere un tempo di Dio, un Suo inizio? Se questo è, che cosa è ed in che tempo siamo?

Una trasfigurazione di tante figure della letteratura, un sovvertimento che però non è fine a se stesso ma cerca di dire qualcosa di questo mondo, permette un ordine, un contenimento al caos. Il caos può essere rappresentato, può trovare parola rischiando il confine del dicibile, frequentando quella zona dell’incubo e rappresentandola in un mondo disumano, dove i gesti non segnano, non distinguono, ma distruggono.

Il mercato è sovrano, ma non può uscire (o forse può) dalla sua dimensione, il sesso è ridotto a meccanica dei corpi. Eppure un mercato universale ha bisogno di un Dio che vende, e sulle scene dei set pornografici circolano parole sussurrate per cercare chi è scomparso. Duplicità di mondi, che la parola dello scrittore nel farsi del libro e dei protagonisti che cantano il disincanto cerca di unire, per poter dire quel che potrebbe sfuggire, per non ritrarsi inorridita davanti all’orrore segnando con il silenzio la desertificazione di questo mondo.

Manca forse una figura in questi canti, quella del lettore, che non canta mai, forse ammutolito da quel che legge, forse perché nella lettura può incontrare la parola che dice il mondo che abita, che lo sa rappresentare eccedendolo. Scrittori, editori, Muse, Copy, Account, di tutto, al lettore il silenzio per incontrare la parola ai limiti del dicibile.