A due voci

Munro Alice

In fuga

Einaudi, 2004

pagg. 312, € 18.00

Angelo Villa

In qualche anfratto, non del tutto obnubilato, della memoria conservo il chiaro ricordo di una foto di Alice Munro. La scrittrice canadese ha l’aria beffarda. Sorride come una cinica Gioconda dietro la maschera di un’apparenza rassicurante che la fa assomigliare alla vecchietta di una marca di cacao o ad una indomita pioniera de La casa della prateria. L’insieme mi aveva colpito. Quasi risvegliasse l’eco di uno spavento atavico e mai sopito, quello che si spalancava nella nostra mente davanti alla bocca vorace della nonna di Cappuccetto rosso. La paura correva ansiosa sulla pelle, come un fuoco che bruciava legna rinsecchita, ma l’inquietudine non vinceva la curiosità di andare avanti, di ascoltare ancora. Il ragno aveva tessuto la tela e noi, affascinati, eravamo rimasti impigliati. Sedotti dal filo delle parole che, come la matassa di lana, piano piano, si andava districando.

Anche le nonne non sono buone, come le si vorrebbe. Così le storie che raccontano. Alice Munro possiede il dono di una scrittura scandalosamente leggera, quasi inumana in rapporto a quello di cui parla. Ci si entra con facilità sospetta. La sua prosa ammalia con una sorta di oggettività mancata, improbabile, artificiosa; e proprio per questo inimitabile e geniale.

Ho letto i racconti di In fuga poco dopo il saggio di Luisella Brusa, Mi vedevo riflessa nel suo specchio [Franco Angeli], dedicato alla psicoanalisi del rapporto tra madre e figlia.

L’accostamento, per più di un motivo, mi è ritornato fecondo. Sia per le vicende narrate. Penso, ad esempio, a Silenzio dove una madre si interroga sulla figlia che è scappata via da lei: “Devo aver agito come se ritenessi insufficiente vederla diventare simile a me. Sarà questo che l’ha disgustata?”. Sia, soprattutto, per quello stile, per quel marchio inconfondibilmente e originalmente femminile che la sua scrittura conserva.

Citando la Munro, scrittrice piuttosto sulla cresta dell’onda, ci si è spesso riferiti a Checov o , anche, a Craver. Non sono d’accordo. Non fosse altro perché tutti e due, sono maschi. La Munro scrive, mi pare, in un altro modo.

L’inquilino stabile delle sue costruzioni letterarie è il vuoto che manca a riempirle, a ricondurle sotto l’egemonia pacificante di un’ermeneutica senza buchi. Una volta tanto, ha ragione Piero Citati quando parla dell’importanza degli spazi bianchi.

Passano anni, mutamenti decisivi che sconvolgono l’esistenza dei protagonisti di In fuga in appena poche righe. Nessun ermetismo, nessuna precipitazione. Lo stile della scrittrice canadese si traveste di una normalità da virgolettare che acceca. Parrebbe non accada niente, mentre succede ogni cosa. Sono gocce di una pioggia distratta gli eventi che cadono sui personaggi della Munro: ballerini che piroettano i loro corpi, prima di un oplà che, di sorpresa, afferri bruscamente per catapultarli dietro le quinte.

Sono loro, diciamo sulla spinta di un trasporto emotivo; siamo noi, riflettiamo in seconda battuta. Lo sguardo e lo specchio, uno dopo l’altro, uno congiunto all’altro. Il fato, il caso, sì, certo. Ma anche l’invenzione, la creazione.

E’ andata, ci dice la Munro, è andata così. Non c’è replica. Si è capito, non si è capito, poteva andare diversamente? Che importa? Scherzi del destino, come titola uno dei racconti: “Era sfumato tutto in un solo giorno, in un paio di minuti, e non in un susseguirsi di crisi e di tentativi, lotte, speranze e delusioni, nel modo lento e faticoso in cui di solito sfumano cose come quelle. Ma poi, se è vero che alla fine tutto si guasta, non è forse più facile sopportare che accada in fretta?”

Il senso è un’ambizione che evapora rapidamente tra le mani, come la consolazione, più testardamente inseguita e ricercata, specie dagli uomini, intesi come genere sessuale.

Prendete il primo racconto, quello che dà il nome alla raccolta. La storia di Carla sembra spingerla a fuggire dalla relazione con l’uomo con cui vive. Perché non lo fa? Perché non vaga on the road? Perché non ritorna a casa, ripiegata su se stessa, frustrata e depressa come Evelyne, in Gente di Dublino? La Munro racconta e non dice. Flora, una capra, metaforizza enigmaticamente una presenza che scandisce i tempi della storia, l’andare e il ritornare di Carla. Custodisce un mistero: “Carla scoprì di essersi abituata al pensiero straziante che albergava in lei. Non era più così acuto, anzi, non la sorprendeva neanche più. Al momento invece l’abitava un’idea quasi seducente, una sorda tentazione profonda”.

L’enigma non si risolve. Noi ci giriamo attorno. Comprendiamo che il mistero che attraversa i suoi testi è quello stesso della donna. Altro che nonna! Diavolo d’un linguaggio, diavolo d’un inconscio! E’ come i rebus della Settimana enigmistica. Basta sostituire alla “d” la “n” ed il gioco, come strilla esultante il prestigiatore sotto il cilindro d’ordinanza, è fatto. Il piccolo miracolo quotidiano. L’unicità della scrittura è lì. Precisa e sfuggente, nel contempo. Equilibrio ineffabile. La nonna che credevamo di conoscere non c’è più o forse non c’era mai stata. L’età ci ingannava. Era lo straccio che, come la coperta di Linus, ci portavamo appresso a tenerci compagnia, il pezzo di stoffa che la nostra fantasia cullava per evitare di farci incontrare quel che l’infanzia si rifiutava di riconoscere. Eppure era lì. Il sorriso della Munro è la feritoia da cui filtra un’ombra che non ci lascia tranquilli. Occhio bambini, la nonna è una strega. Il sorriso della Munro ci si imprime nei labirinti della mente, come quello del gatto di Alice. Ahi i gatti, ahi, ancora, le donne. Leggete la Munro. Non la confonderete.

Ambrogio Cozzi

Alice Munro ama, nei suoi libri, cogliere quei momenti dell’esistenza che diventano significativi perché il loro irrompere comporta sempre uno scarto, un cambiamento, una scelta. In un’intervista rilasciata a La Stampa ha dichiarato: «Mi interessa vedere come le persone fanno piani e programmi e poi come le cose cambiano in un attimo, in maniera del tutto inaspettata».

In un articolo apparso sul New York Times e pubblicato da Repubblica sull’Almanacco dei libri di sabato 4 dicembre, Jonathan Franzen ha parlato con toni entusiastici dell’ultimo libro di Alice Munro, In fuga. Nell’enucleare le ragioni per cui la bravura della scrittrice «supera in modo sconcertante la sua fama», Franzen si è soffermato sul suo amore per le pagine di Alice Munro, capaci di trasportarlo «in uno stato di tranquilla riflessione, in cui penso alla mia vita, alle decisioni che ho preso, alle cose che ho fatto, al tipo di persona che sono, alla prospettiva della morte».

Il racconto ha un incedere lieve, l’autrice in pochi istanti sa descrivere uno stato d’animo, un carattere, un evento e ti porta là dove un fatto improvviso, inatteso oppure voluto e a lungo inseguito cambia l’intero rapporto del personaggio con la realtà. Una vero piacere per chi legge, attratto in modo irresistibile da un vortice che dà al protagonista possibilità sempre nuove di esprimersi davanti alla realtà dell’esistere. Ma parliamo di esistenze che non offrono mai di sé il lato semplice anzi evidenziano il lato oscuro dell’esistere, lo inseguono e gettano una lama di luce attraverso le parole. Gli eventi della vita non sono mai rassicuranti.

La
Munro non cerca il dramma, ma spiazza il lettore perché, anche quando racconta esistenze piatte o insignificanti, all’improvviso con un guizzo cambia l’intera prospettiva del racconto e lascia il lettore sorpreso, disorientato.

Da una riga all’altra ci portiamo dietro nuove domande, e appena troviamo la risposta, ci viene dato un altro elemento che pone un’altra domanda e si procede così con l’acqua alla gola, con un desiderio di sapere profondissimo fino alla fine.

Ancora una volta Alice Munro ci obbliga a confrontarci con la realtà, a meditare sulla nostra esistenza e su quello che avrebbe potuto essere, al nuovo corso che saremmo ancora in tempo a darle.

In fuga raccoglie otto novelle tre delle quali sono collegate dalla presenza dello stesso personaggio in momenti diversi della sua vita. Nella prima, una Juliet poco più che ventenne raggiunge un uomo conosciuto durante un viaggio in treno. Un flashback ripercorre quel viaggio e ci introduce a Juliet, con la sua passione per il greco e il latino, diffidente verso un estraneo di cui lei scoraggia l’approccio (come poteva sapere che meditava il suicidio?), e l’incontro con Eric- ma non c’è un epilogo romantico su quel treno che passa in mezzo ai boschi, questa non è una storia banale.

In Fra poco, la seconda novella della trilogia, sono passati tre anni e Juliet è ancora in viaggio, con la bimba Penelope questa volta, e torna nel paese della sua infanzia. I suoi genitori le avevano dato un’educazione moderna e libera, ma adesso tanti piccoli indizi- una riproduzione di Chagall finita in soffitta, un’osservazione della madre sul fatto che Juliet sia una ragazza madre, una tirata del ministro della chiesa- le mostrano la piccolezza di un mondo in cui lei non può più adattarsi.

Un salto di vent’anni separa Fra poco dall’ultima storia che sembra collegarsi circolarmente alla prima. Questa volta Juliet sta andando a raggiungere la figlia che se n’è andata di casa in cerca di se stessa e di una dimensione spirituale che le è mancata. Ma Penelope continuerà a fuggire e Juliet non la rivedrà più: madre e figlia che erano state tanto unite devono crescere entrambe, ma ognuna per la sua strada. Il romanzo breve costituito dalla trilogia è la scelta più ovvia per esemplificare la narrativa della Munro, ma ci sono autentiche gemme anche negli altri racconti, tutti con un personaggio femminile nel ruolo principale, sempre in fuga, mentre una minaccia oscura aleggia nell’aria – una ragazza che cerca di fuggire dal marito e poi torna indietro, un’altra si concede una breve scappata con il fratello del marito (c’è una morte in fondo alla strada), una bambina teme di essere stata adottata (e qui un fantasmino di morte esce dal passato).

Fughe mai realizzate, segnate da una circolarità che sembra inseguire l’altra dimensione dei racconti che è quella del tempo e della sua irreversibilità reale, contrapposta ad una totale reversibilità fantasticata e inseguita, pensata, quasi a trovare la propria responsabilità negli eventi per poterli mutare.

Bellissima, in questo senso, la storia della ragazza che vive per un anno aspettando di rincontrare l’amore di una giornata e poi è beffata dal caso o dal destino che si svela quarant’anni dopo in uno degli stupefacenti salti nel tempo della Munro

Come afferma l’autrice stessa nell’intervista citata a La Stampa:

Però è vero che ha una passione per i piccoli dettagli dell’esistenza?

«Sì, senza dubbio. Mi interessa vedere come le persone fanno piani e programmi, e come poi le cose cambiano in un attimo, in maniera del tutto inaspettata».

Non c’è rimedio, insomma, per le sorprese della vita.

«Soprattutto non ci sono istruzioni su come afferrare l’amore vero».

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