A due voci

Byatt Antonia S.

Una donna che fischia

Einaudi Supercoralli, 2005

pagg. 410, e 18,50

Angelo Villa

è la lezione, sportivamente impietosa di Instanbul che non bisogna dimenticare. Finale di Champions League: una squadra termina il primo tempo con un tre a zero in suo favore. Baldanzosa, affronta la ripresa, sicura ed eccitata per una vittoria che sente di aver già in mano, che pregusta anticipatamente. Il boss, in tribuna, sorride compiaciuto. Sappiamo, poi, come è andata a finire. Morale: i conti si fanno alla fine. Sempre.

Direte: che c’entra? Calma. Antonia S. Byatt è una scrittrice inglese, dotata e puntigliosa. Ha scritto un romanzo invidiabile per la documentazione e la sfida che ha coraggiosamente osato affrontare . Il suo titolo è La donna che fischia e chiude un ciclo iniziato con La vergine nel giardino e proseguito poi con Natura morta e La torre di Babele.

La donna che fischia è un ampio affresco della mitica Londra degli anni Settanta. Chi, giovane all’epoca, non avrebbe voluto esserci?

E allora, mugugna l’impaziente? Mentre leggevo il romanzo della Byatt, le notizie sui provvedimenti governativi adottati nella patria degli Stones nei riguardi degli adolescenti, criminalizzati a prescindere, ci piovevano addosso dalla televisione. Negli stessi giorni, i quotidiani esibivano le foto, dagli stessi prodotte al cellulare, di un’aggressione, a suon di schiaffi e di insulti, da parte di una banda di ragazzini londinesi a una donna malata di cancro. Come si è giunti a questo punto? Contro chi Blair rovesciava l’ossessione paranoica del controllo?

Riassumere il romanzo della Byatt è impresa improba. Il filo rosso che unisce gli accadimenti narrati è costituito dalle vicende di Federica Potter, donna intelligente e colta, conduttrice di un originale e innovativo programma televisivo dal titolo di esplicita ispirazione carrolliana, Attraverso lo specchio. Rifacciamo la prova: chi, adolescente in quegli anni, non ha (poi) chiamato una figlia Alice o simile? Sì, sì, va bene, giù le mani. Ci siamo capiti.

Lo specchio metaforizza il senso intimo delle storie proposte dalla Byatt. E’ il riscontro sottile attorno cui ruotano i differenti personaggi (troppi, per i miei gusti), così come è il fondo su cui si dispone il furore ribellistico che il romanzo racconta. La verità corre al fianco del delirio, la curiosità si confonde con la cecità, come se il prezzo esoso che le prime obbligano ciascuno a tributargli fosse estinguibile con lo slancio presuntuoso di un’immaginazione, inguaribilmente abbagliata da un debordante narcisismo.

Siamo uno siamo Tanti,
Siamo Tanti Siamo Uno
”, cantano i contestatori all’università, patetici nel loro vorace nichilismo. L’uno e il due, cioè il doppio e il suo rovescio, fanno la parte del leone nella struttura del racconto: il manicheismo, i gemelli, corpo e mente, scienza e astrologia… Ecco, l ’essenziale è lì. Più  Dorian Gray che Marx e company (non che poi sia andata meglio…).

E’ in definitiva questo il limite della rivolta di cui narra la Byatt? La chiave risibile di un dramma che, da un’esaltazione insofferente all’inibizione, precipita nel giro di una generazione o poco più in un incubo assurdo? Gli ex contestatori di una volta sono oggi terrorizzati da quei minorenni che sono il clone, meno sognante e più disperato, della loro adolescenza? L’utopia, più apparentemente generosa e vaga, della “swinging London” è implosa. Tutto pareva facile. Il sogno allucinato era a portata di mano.

Va detto che nel romanzo della Byatt i sintomi dell’approssimarsi della tragedia si intuiscono. La fine della festa è prossima. Pochi ne sono risparmiati. L’esempio della comunità “alternativa” in cui uno psicotico la fa da guru è un’istantanea folgorante di una situazione e di un destino, sempre attuale. Il rancore infantile che alimenta la ribellione la grava di un’energia brutale e fragile nel contempo.

Anarchica e fascista, volta a divampare e a bruciarsi altrettanto rapidamente. Non sarà la repressione a ucciderla. Si eliminerà da sola, per un verso. Toccherà al tempo, per un altro, restituirgli, come il fiume con i cadaveri, la cifra della sua velleitaria inconsistenza. Erano così belli, così giovani. Scrive la Byatt, nel raccontare un incontro amoroso :“Dormirono abbracciati stretti, come due metà di una cosa sola” (Sic!).

Il nostro giudizio sul libro, per quel che vale, è positivo. Per onestà, ci pare tuttavia opportuno segnalarne il limite. La scrittura della Byatt possiede forza figurativa. Per essere un romanzo d’idee, però, non convince. Il piano immaginativo ha la meglio su quello analitico. Una donna che fischia non è certo i Demoni di Dostoevskij o La peste di Camus. La romanziera inglese rimane sulla superficie, come con gli specchi, appunto. La narrazione ora si fa cerebrale, ora si estetizza eccessivamente. Non sempre, forse, è all’altezza dell’ambizioso tema.

Come finirà,allora? Il coach ha giurato che il prossimo anno, a Parigi, sarà tutta un’altra finale. Il boss si è mostrato, per adesso, clemente. Ha altre gatte da pelare. Chi vivrà vedrà.

Al termine della storia, Frederica Potter è incinta. Leo, il figlio saggio (perché mai? perché tocca proprio a lui esserlo?) la spinge a incontrare il nuovo padre. Dice la madre al figlio: “Non abbiamo la più pallida idea di quello che faremo”. Si mettono a ridere. “Il mondo era tutto davanti a loro o così sembrava. Potevano andare ovunque”. Il vento che soffia non è quello dell’Est, ma quello di Rossella O’ Hara. Speranzoso, il padre rassicura: “Troveremo una soluzione”. Quale? Facciamo gli auguri e incrociamo le dita. Per lo meno, che non lo chiamino Harry. Altrimenti, abbiamo capito tutto. Se è un incubo, svegliatemi

Ambrogio Cozzi

Il titolo deriva, lo dice la scrittrice in un’intervista rilasciata l’anno scorso in occasione del Festival della Letteratura di Mantova, e lo si legge nella prima pagina del romanzo, da una filastrocca che la nonna spesso le ripeteva: “Una donna che fischia e una gallina coccodè – dice l’uomo – non piacciono né a Dio né a Me”.

Ma le donne fischianti nel racconto che Agatha inventa ogni domenica per la figlia Saskia e per Leo, figlio di Frederica, sono donne ricoperte da piume di uccello, in grado di volare e divenute tali in seguito ad un incantesimo, a cui ricorrevano per uscire dal regno chiuso in cui le avevano costrette gli uomini, che invece potevano andare ovunque e assumere sembianze di ogni tipo. Le donne volevano la libertà che dava la velocità, assaporare il pericolo, il buio, il mondo di fuori, ma cacciate dalla loro terra sono diventate fischianti perché nessuno riesca a capire le loro parole. La mostruosità delle creature femminili è proporzionale alla distanza mantenuta dal loro linguaggio, che si rende comprensibile ai piccoli e svela la propria parentela con l’angosciosa solitudine delle donne.

L’opera è molto complessa e ambiziosa: fornisce un quadro, in movimento continuo, della società inglese dagli inizi degli anni ’50 fino alla fine degli anni ’60.

Si muove combinando le storie degli innumerevoli personaggi al dibattito culturale che coinvolge scienze pure, applicate, scienze sociali e umane nello studio sulla struttura delle cellule cerebrali, sulla memoria, sulla chimica del pensiero, la meccanica dell’immaginazione e l’intelligenza artificiale.

E non esiste solo il mondo delle idee: contro la previsione di un futuro catastrofico agiscono i movimenti pacifisti ed ecologisti; in opposizione alla cultura accademica elitaria nascono i movimenti degli studenti con l’Antiuniversità; contro il determinismo scientifico e il razionalismo che tutto vuole spiegare e comprendere fioriscono, per trovare risposte al desiderio umano di spiritualità, le sette religiose.

Molti sono gli scenari che vanno convergendo: si parte con i ricercatori che studiano una colonia di chiocciole per continuare con la vicina Università che precorre i tempi organizzando una conferenza su Corpo e Mente, e che viene osteggiata da un´Anti-Università sessantottina popolata di fantasmi hippie e non solo.

Su tutto questo s´innesta la vicenda di una comunità che da terapeutica si trasforma in religiosa grazie al suo leader, un disturbato mentale dalle visioni imbevute di sangue la cui psiche viene superbamente analizzata e raccontata dall´autrice.

In ogni pagina stupisce il vigore mentale della Byatt per cui “la conoscenza comportava un piacere sensuale tutto suo, un fiero benessere, come il sesso fatto bene, come un giorno di sole su una calda spiaggia deserta”.

Protagonista di questo romanzo è ancora una volta Frederica Potter, e insieme a lei una generazione uscita appena adolescente dalla Seconda guerra mondiale e già adulta quando il Sessantotto irrompe nelle piazze e nelle università. Una generazione di sperimentatori appassionati e non conformisti – nel campo delle arti, della letteratura, della scienza e della morale, e ora anche della comunicazione – che hanno in primo luogo vissuto la penuria postbellica e i freddi conformismi della società britannica. Da qui il loro rifiuto di forme di distruzione fine a se stesse, il loro attaccamento alle idee e il loro gusto per la ricerca. Che non esclude tragiche derive esistenziali, là dove l’aspirazione all’estasi spirituale diventa ossessione religiosa.

Byatt mette a fuoco la fine contraddittoria di un decennio e ci fa intravedere quello successivo. E coraggiosamente fa di Frederica Potter un personaggio televisivo: la conduttrice di Attraverso lo specchio, un programma di enorme successo e così innovativo nella forma e nei contenuti da diventare anche il deus ex machina delle molte storie che s’intrecciano nelle pagine del romanzo.

Jacqueline, l’altra donna emergente in questo romanzo, la vede come una che “già a scuola sapeva che sarebbe diventata qualcuno, avrebbe attirato gli sguardi, sarebbe stata baciata dalla fama, riconosciuta per strada’ . Una che ‘aveva voluto ogni cosa: l’amore, il sesso, la vita della mente. Aveva provato il matrimonio, aveva avuto Leo, e guadagnava quanto bastava per vivere”.

Jacqueline, come Frederica è una donna ambiziosa, ma di sé ha, invece, un’idea di “creatura minore”, “più schiva”; è consapevole però della forza inesorabile della sua curiosità e del suo desiderio di conoscenza che la spingono ad anteporre le sue ricerche sulla neuroscienza a una vita piu convenzionale con marito e figli. Per essere se stessa e non scissa da sé, alla fine maturerà la decisione di vivere esclusivamente per il lavoro, scelta che le comporterà una solitudine affettiva di cui è dolorosamente cosciente come è cosciente che nel mondo degli uomini, per andare avanti, ha bisogno di non dare nell’occhio.

Riflettendo su entrambe, Frederica vede lei e Jacqueline, appartenere “a un mondo nuovo di donne libere, donne con reddito, un lavoro che avevano, una vita della mente, sesso come e quanto piaceva loro”.

La sua modernità Frederica la rivela anche quando abbandona l’insegnamento della sua amatissima letteratura inglese, lanciandosi nel mondo televisivo, così snobbato dalla sua cerchia di conoscenze intellettuali, intuendone tutte le potenzialità: “…ho capito che non voglio stare in un dipartimento
d’inglese, inchiodata alla letteratura inglese…ho capito che il mondo stava diventando più grande. Vedi, le nuove metafore, quelle che contano oggigiorno, stanno in quella scatola. Le guerre sono in quella scatola, e anche le religioni e la persuasione, esattamente come un tempo erano nel Paradiso perduto, ma infinitamente di più”.

La complessità della materia trattata porta ad una proliferazione dei personaggi in cui si rischia di perdersi, proprio come ci si perde in Attraverso lo specchio (di Alice non di Federica). Il finale un po’ happy end hollywodiano suona come una nota un po’ stonata, quasi una strizzata d’occhio al lettore, che ottiene però l’effetto inverso, quasi un tradimento della storia per cadere nella cronaca, quasi che la narrazione sfugga di mano e non si riesca a riprendere. Forse è il periodo preso in considerazione che non si lascia facilmente ingabbiare dalle parole divenendo sfuggente perchè impossibile da ricondurre ad un filo unitario che lo possa caratterizzare, allora il finale diviene una via d’uscita che trancia per risolvere in qualche modo la situazione.

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