A spasso tra i libri

Dampyr:

per una Storia a fumetti.

E’ un mondo davvero contraddittorio quello in cui ci troviamo a vivere oggi, a tratti paradossale. Accade, ad esempio, che si cantano lodi o si profilano apocalissi nei confronti dell’universo del multimedia, s’inneggia alle potenzialità emotive, cognitive, esperienziali di una simultaneità di linguaggi, e, intanto, a stento ci si accorge della profonda crisi del fumetto, che di tale simultaneità è sempre stato importante rappresentante. Sono poche le testate che riescono a reggere i costi sempre più alti di produzione e la radicale riduzione di pubblico tra le giovani generazioni.

I ragazzi non leggono più fumetti e preferiscono il dinamismo dei videogiochi o le sorprese di Internet, non pensando che fu il fumetto il primo medium a fare della fusione tra il linguaggio iconico, letterario, cinematografico e teatrale la propria specificità. D’altra parte gli insegnanti si avvicinano con mille cautele e sospetti a CD-Rom e supporti multimediali, ma difficilmente pensano al possibile valore culturale e didattico di vignette e balloons.

Valore confermato anche da Dampyr, ultima creatura della Bonelli, storico editore a cui
si devono personaggi intramontabili come Tex, Zagor, Dylan Dog, Nathan Never. Anche questa nuova serie conferma la consueta consapevolezza e abilità nel creare e manipolare “icone”. Dove per “icone” non intendo solo le immagini, con l’immediatezza del loro impatto che non va scambiata semplicisticamente per superficialità, ma che, anzi, si rivela, ad una lettura accurata, dotata di una complessità ricca di stratificazioni. Intendo anche quelle figure capaci di esprimere un intero universo metaforico, personaggi che per la loro forza e profondità simbolica diventano perfette incarnazioni di paure, speranze, ansie, condizioni esistenziali.

Dampyr è in questo senso coraggioso, proprio mentre lo si potrebbe accusare di opportunismo. La volontà di recuperare l’icona del vampiro e di dedicarle un’intera serie potrebbe, infatti, essere letta come l’ennesimo tentativo di cavalcare il favore dei più giovani nei confronti del genere horror. In realtà i rischi di tale operazione sono molto superiori alle possibilità di successo: facile cadere nello stereotipo e nello sterile gioco di citazioni. L’iconografia vampiresca  ha fondamenta molto solide, grazie a decine di libri, film e fumetti, e si pone come elemento di riferimento imprescindibile, che difficilmente può essere tradito. Dampyr, con un gesto azzardato che va premiato, abbandona la tradizionale iconografia, recupera i nuclei simbolici del vampiro e li ricontestualizza, scoprendone ulteriori valenze metaforiche.

Il fumetto, infatti, non ci presenta cripte, tombe che si aprono, castelli transilvanici o eleganti signori dai lunghi mantelli; ci mostra invece un paese dilaniato dalla guerra, facilmente riconoscibile in quella balcanica degli ultimi anni. Un brandello di fantastico s’insinua così in un contesto estremamente realistico e tristemente riconoscibile nel silenzio delle macerie, nella sofferenza o nella grottesca efferatezza dei volti, in vere e proprie citazioni di episodi accaduti. Da tale contrasto, sorprendentemente, non si produce un corto circuito, ma un vero e proprio gioco di specchi, di rimandi, di ammiccamenti, in cui il vampiro diventa perfetto strumento interpretativo dei meccanismi della guerra.

In primo luogo per l’incredulità, quella che condanna tanti soldati o civili a cadere sotto i denti di vere e proprie legioni di vampiri, per l’incapacità di convincersi della loro esistenza e, di conseguenza, per la non preparazione ad affrontare un simile pericolo. Ma l’incredulità è anche quella che ha permeato di sé l’inizio di tante guerre, esplose perché non si riusciva a pensare a tale possibilità, come fuochi d’artificio che si accendono in mano e mietono vittime ancora ignare. La vera salvezza viene invece da un’analisi sempre circostanziata dei sintomi, di tutti quei segnali che vanno interpretati con sguardo profondo e aperto, non condizionato da schemi preconfezionati e pregiudiziali.

Solo così si combattono le armi del vampiro, che non sono tanto quelle che provocano la morte, ma la contaminazione. La diffusione del contagio è il segno della vittoria. Allo stesso modo si può dire della guerra, in grado di provocare sovvertimenti in cui l’unica logica che resiste è quella del muro contro muro, della violenza che genera violenza, dell’odio che deve autoalimentarsi per sopportare il peso di tragedie quotidiane. L’esito è quello di vincitori che difficilmente si riconoscono dai vinti, il trionfo è solo delle macerie.

Proprio alla rappresentazione di queste, vero Leitmotiv visivo di ogni tavola, si deve gran parte del significato e del fascino del fumetto. La maceria definisce una poetica, è presenza umbratile, vive al limine. I muri sgretolati, gli scheletri dei palazzi, le insegne cadute dei negozi, le carcasse delle auto alludono ad un mondo che non c’è più ma che non è neppure completamente scomparso. Questa ambiguità è il nucleo doloroso delle macerie. E lo è anche del vampiro: non più uomo, ma neppure cadavere, il vampiro è costretto a vagare nel proprio crepuscolo esistenziale ed è condannato ad obbedire al solo istinto di sopravvivenza. Parvenza umana, così come la rovina è parvenza architettonica, esso può solo alludere ad una dimensione, l’umanità, che non potrà più recuperare. Ma ancora una volta gli specchi si riflettono: la smorfia grottesca e orribile dei mostri rimanda al ghigno belluino dei soldati, al cinismo dei combattenti, allo sciacallaggio sui cadaveri, agli sguardi senza vita dei sopravvissuti.

Mentre si propone come l’ennesimo fumetto horror, Dampyr ci parla della Storia più recente, quella che si confonde con le nostre personali memorie, quella che difficilmente si studierà a scuola, e ci fornisce strumenti per interpretarla, per cercare di capire, per tentare di migliorare. E’ una risorsa che non va sprecata, come troppo spesso ancora succede a scuola e in ambiente educativo.

*Hamelin

Associazione Culturale

Bologna

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