Accostarsi alla scienza

Giovanni Jervis

Contro il relativismo
Laterza, Milano 2005, pp. 165, E 10,00

Enrico Bellone
La scienza negata
Il caso italiano 
Codice, 2005, pp. 133, E 15,00
Renato Dulbecco
Scienza e società oggi 
La tentazione della paura 
Bompiani, 2004, pp. 179, E 8,00

Accostarsi alla scienza (anche se il termine mi pare vago e indistinto e cercherò piu avanti di spiegare il perché) comporta un bagno di umiltà verso la presunzione di sapere; soprattutto verso le teorie che pretendono in partenza di spiegare tutto, dallo Tsunami al cordoglio di massa per la morte di Giovanni Paolo II, in una dimensione che confonde le correlazioni per rapporti causa-effetto, per cui la diminuizione del volo delle cicogne nel cielo, collegata al decremento delle nascite, diviene spiegazione del secondo fenomeno, con inevitabili, ridicole conseguenze.

Fatta questa premessa, mi pare che negli anni la qualità e quantità dei testi scientifici circolanti sia notevolmente migliorata, sia per la traduzione italiana di ottimi testi stranieri, sia per la produzione di autori italiani (nella colonna a fianco appare la copertina di alcune ultime uscite, che rappresentano certo una scelta parziale) di alto, talora altissimo, livello divulgativo. Se ripenso al tempo in cui frequentavo le superiori e alla povertà di testi scientifici di allora, non mi rimane che rallegrarmi.

Eppure la situazione della scienza a livello di senso comune non sembra aver subito grossi cambiamenti. Gli articoli di questo Dossier e i risultati del referendum sono lì a riproporre interrogativi antichi come se il tempo si fosse fermato, come se gli sforzi compiuti e il sapere circolante non avessero nemmeno scalfito un fondo roccioso che resiste. Questo porta a ricercare le ragioni di una persistenza che per certi versi rimane inspiegata e inspiegabile. Proviamo allora ad indagare questi problemi usando come strumenti alcuni testi usciti di recente, che cercano possibili risposte a tali questioni.

I testi che proponiamo di utilizzare sono G.Jervis, Contro il relativismo Edizioni. Laterza; E. Bellone, La scienza negata, Edizioni. Codice; R. Dulbecco, Scienza e società oggi; Edizioni. Bompiani.

Il testo di Jervis si pone come una difesa appassionata del metodo scientifico contro le rivalutazioni dell’ irrazionalismo, la cui radice l’autore ritrova nel relativismo. La sua critica al relativismo si svolge su due fronti: da un lato contro i relativisti identificati nei filosofi postmoderni e nel pensiero debole nelle sue varie versioni, dall’altro contro i fideisti, ovvero gli appartenenti alle varie fedi religiose, relativisti mascherati. Al fondo l’autore ne mostra l’intima solidarietà, individuando il tratto comune in un relativismo antiscientifico, per il quale la scienza non è che un ordine inferiore della conoscenza, prossima alla convenzionalità. “Di contro all’oggettivismo ingenuo che fu la debolezza dei positivisti, la filosofia e la sociologia della scienza hanno dimostrato che importanti fattori di precarietà fanno parte del mondo della ricerca, sia quando vogliamo analizzare la logica del ragionamento scientifico, sia quando esaminiamo la concretezza della vita degli scienziati, scopriamo che le formulazioni descrittive della realtà, a cui essi giungono, dipendono non solo dalla forza dei dati verificabili ma anche da scelte, da accordi, da consensi, da convenzioni, perfino da costrutti metaforici. In questo senso la posizione dei relativisti non è che l’estremizzazione di una tematica piu generale: per cui, semplificando un po’ le cose, si potrebbe dire che mentre tutti i filosofi e sociologi della scienza sanno bene che esiste una quota ineliminabile di convenzionalità nella spiegazione scientifica, i relativisti tendono a sostenere che la scienza è solo questione di convenzioni”.

Il relativismo fa della tolleranza la propria bandiera e della frammentazione il suo programma; il vero nemico è la razionalità occidentale: prova una sostanziale sfiducia verso l’idea di oggettività, mentre è intriso di soggettività, è sordo ad ogni richiamo al dialogo, e preferisce il monologo.

Il vero merito di Jervis è però quello di individuare la dimensione “diffusa” del relativismo, che lo stacca dalla filosofia per configurarlo come una vera e propria ideologia. Per cui il relativismo non si esprime tanto nella cultura primaria, il livello di produzione delle idee, quanto in quella definita cultura secondaria, cioè nel consumo delle idee stesse. Ricostruendo le tappe della diffusione del relativismo egli ne individua le radici sociali in una serie di grandi delusioni fondate sulle possibilità di una razionalità diffusa (dalla caduta dei sogni di giustizia sociale, alla fine dello stato assistenziale). Questi fenomeni avrebbero favorito nella cultura di massa l’irruzione dell’irrazionale, il ritorno a credenze e superstizioni, la sfiducia nelle possibilità della ragione portando a “rivalutare il magico e l’irrazionale per cancellare alla radice, in un solo gesto, sia l’ideale del progresso sociale sia il metodo della scienza” per condurci in quella dimensione “mistico-limacciosa” – come la chiamò Calvino – nella quale ancora nuotiamo. Il tratto distintivo profondo di tutto il relativismo consiste in una opzione per il “culturalismo” e in una profonda diffidenza, se non aperta ostilità verso l’idea di natura e dei vincoli che questa pone.

In questa dimensione titanica, nella sua apparente mitezza, si fonda un’intolleranza che incoraggia e giustifica l’antirelativismo dei fanatici e dei dogmatici di tutte le religioni. Infatti “le piu accese convinzioni di fede hanno in comune con il relativismo l’appello alla soggettività e il disprezzo per la realtà empirica”. Da qui consegue una confusione tra fatti e atteggiamenti, dove “i fatti contano poco e gli atteggiamenti moltissimo”, dove la conoscenza vale meno dell’opinione, dove i dati scientifici vengono svalutati, dove si è pronti ad affidare il nostro “consenso disinformato” a maghi, astrologhi, stregoni e ciarlatani.

Scopo primario del testo di Bellone è la documentazione del proliferare di immagini negative della scienza e della razionalità, che hanno da un lato generato timori infondati riguardanti i supposti pericoli derivanti dalla natura stessa della conoscenza scientifica, e dall’altro lato hanno coagulato le simpatie popolari su tali timori. Ora questi attacchi trovano un terreno fertile in Italia dove “due milioni di italiani sono analfabeti nel senso classico del termine, quindici milioni sono semianalfabeti e altri quindici milioni sono a rischio, nel senso che si trovano ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessario in una società complessa come la nostra”. Detto altrimenti, il 66% della popolazione ha “un’insufficiente competenza alfabetica e aritmetica” e i dati Istat aggiungono che i due terzi della popolazione italiana non legge mai né un libro né un quotidiano, “i lettori costituiscono il 6% della popolazione adulta. Ma abbiamo appena visto che i laureati sono a quota 9%. Appunto: consultando i dati Istat, impariamo che l’aritmetica non è fallace, nel senso che circa il 30% dei nostri laureati non legge libri”.

Nella seconda parte l’autore parla delle interpretazioni della scienza che hanno dato alcuni filosofi ed intellettuali. E’ impressionante leggere l’accumulo di sciocchezze che sono state scritte sull’argomento e che Bellone ben mette in risalto. D’altra parte ognuno si deve assumere le proprie responsabilità, e quel che è stato detto è giusto venga ripreso in un contesto di maggiore sobrietà che ne evidenzi l’aspetto grottesco. Forse, come ben ha argomentato Giovanni Boniolo su L’Indice è eccessiva la critica rivolta ad Husserl, ma per altri autori nulla da eccepire, soprattutto per i cantori dei disastri provocati dalla tecnica, come se fosse meglio scavare la terra con i picconi invece che con le macchine scavatrici. Bisognerebbe andare a fare certi discorsi a chi era costretto ad usare il piccone per vivere.

L’intreccio tra le due parti porta ad una duplice conclusione: occorre intervenire nelle istituzioni della politica, come nei meandri della cultura di massa, respingendo il “degrado causato dalle rappresentazioni deformate della conoscenza”.

Bellone lo sottolinea come un limite italiano, eppure nell’inserto de Il Sole 24 Ore del 3 luglio 2005, Gilberto Corbellini, riportando i risultati di una ricerca europea, dice che tecnologie mediche, ingegneria genetica, staminali sono valutati più positivamente in Italia che nel resto d’Europa. Forse allora la spiegazione richiede di passare ad un livello in cui i due dati possano coesistere.

Il terzo testo di Dulbecco, Scienza e società oggi, riporta come sottotitolo La tentazione della paura, ed è caratterizzato da una grande sobrietà stilistica. Senza arretrare, cerca di fare i conti con le paure su più versanti, solo alcuni dei quali indicheremo, invitando alla lettura del testo. “Lo scienziato deve dunque considerare con maggior cautela i suoi risultati scientifici perché non deve dimenticare che le nostre conoscenze non sono assolute e possono celare elementi che, ad un primo approccio, ci sfuggono completamente. A mio parere, da un punto di vista più generale e complessivo, questa eccessiva fiducia nei confronti delle proprie conoscenze scientifiche costituisce una delle ragioni più profonde e diffuse che può indurre il pubblico ad aver dichiaratamente paura della scienza e dei suoi risultati”.

Dulbecco si riferisce in questo caso alla sottovalutazione da parte di alcuni scienziati delle conseguenze di alcuni rischi, e citando l’esempio dell’uso del DDT scrive poco prima “..in questo caso gli scienziati hanno dunque mostrato una fiducia eccessiva in un determinato risultato scientifico che le successive indagini hanno invece dimostrato essere non così sicuro e privo di pericoli per la vita umana e per quella degli animali”.

Toccando l’argomento del linguaggio specialistico scrive “…questa incapacità di spiegare correttamente il significato delle proprie ricerche a un pubblico più vasto di non specialisti costituisce una grave responsabilità degli scienziati e spiega perché possano poi sorgere dei conflitti, dei problemi o delle autentiche incomprensioni tra il mondo della ricerca scientifica più avanzata e l’intera società civile che pure finanzia quelle ricerche”.

Questi temi, interni al mondo scientifico, sono poco affrontati nei testi precedenti, dove la scienza appare assediata ed esente da responsabilità. Per cogliere la differenza, basterebbe confrontare come viene affrontato nei tre testi il problema dei cibi geneticamente modificati. Dulbecco non cade nell’errore di giungere a negare certe paure (cosa che porta gli altri due autori su una via quanto meno accidentata, che mette in discussione la possibilità di esprimersi da parte della popolazione, con le conseguenze che questo comporta sull’idea e sulla pratica della democrazia), ma cerca di situarle, di circoscriverle senza negarle. “Bisogna riuscire a discutere anche delle paure e delle ansie che l’uomo vive quotidianamente nei confronti della scienza, perché non si può negare come la ricerca scientifica non sia affatto esente da pericoli specifici. I pericoli esistono e non vanno negati, né vanno occultati, né taciuti. Bisogna rendersi conto che in tutte le attività umane è sempre presente un determinato rischio che va valutato per poi essere affrontato”.

Il rischio non può mai essere completamente eliminato dall’attività umana. Se l’uomo non avesse deciso di correre determinati rischi probabilmente avrebbe realizzato poco o nulla. Se un elemento di rischio è sempre presente in ogni attività umana, si dovrà allora valutare la possibilità del rischio, senza tuttavia esagerarlo al di là del lecito. Bisogna saper guardare al rischio con obiettività, saggezza e prudenza. “Personalmente sono convinto che se si riuscirà a diffondere questo atteggiamento critico e consapevole, allora l’abisso che attualmente ancora separa la ricerca scientifica più avanzata dalla società potrà essere colmato con reciproco vantaggio, sia degli scienziati, sia della stessa società”.

Parole interamente condivisibili. Davanti alle difficoltà di questo rapporto non si lanciano anatemi, non si accusa tutti di ignoranza, anche perché su alcuni argomenti la stima del rischio varia all’interno dello stesso mondo scientifico, ed è forse un bene che sia così. Davanti a ciò non si possono abolire le differenze per decreto legge o sospendendo le forme della democrazia, ma occorre comunque perseguire la via dell’illuminismo, della ragione, cercando di tagliare con la sua lama le zone dell’irrazionale.

Forse proprio un atteggiamento di questo genere è mancato nella recente vicenda del referendum, dove la scienza si è posta come depositaria di un sapere esaustivo già costituito, poco attento alle paure e a quella parte di irrazionalità che è presente nelle rappresentazioni del corpo, della sessualità e della procreazione. Non si è saputo parlare della sofferenza e dei conflitti interiori di chi ricorre alla fecondazione assistita, come se questa scelta fosse facile, logica e trasparente perché possibile.

Il libro di Dulbecco è anche un invito a fare i conti con questi aspetti dell’esistenza, a non evitarli come sciocchezze o futilità, per evitare di contrapporre a “maghi buoni” “maghi cattivi”, come è successo nella campagna referendaria. Che dire di tanti scienziati che si sono esposti nelle fila dell’appiattimento sugli ordini della gerarchia cattolica? Forse la conoscenza non porta sempre a scelte così coerenti e consapevoli, forse l’irrazionale circola e agisce anche tra coloro che hanno fatto della scienza una professione.

Questo non vuole certo negare importanza ai testi di Jervis e Bellone; vuol solo dire che occorre tenere conto che la conoscenza non è una garanzia nell’orientamento dei rischi che è possibile assumere, che l’assunzione dei rischi a volte segue altre strade, e che è lungo queste strade che va affilata la lama della ragione.

Lo stesso Freud dovette inseguire le possibilità della ragione e della cura su strade inusitate, poco seguite e tortuose per giungere a cogliere l’estraneità che ci abita e agisce anche nel quotidiano. Scotomizzare questi aspetti rischia di rendere la posizione illuminista sterile e perdente, poiché la allontana dalla vita quotidiana, abitata anche da paure, certo, ma non per questo da disprezzare.

Coniugare conoscenza e consapevolezza, diffusione della conoscenza e pubblicizzazione dei rischi che si possono assumere, o che si assumono rifiutando di correre rischi è il lavoro più importante da svolgere oggi, senza dimenticare che si è parte, in democrazia, di quella popolazione a cui ci si rivolge anche nel discorso scientifico. In fondo la decisione sui rischi riguarda tutti e vincere l’irrazionale attraverso il dialogo e la diffusione della conoscenza è ancora possibile.

I dati empirici stanno lì, ma debbono essere pubblici, non secretati all’interno di piccole commissioni perché la popolazione non è in grado di capire.

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