Al di là  della volontà

Il desiderio tende a farsi legge, negando quello degli altri

L’incontro con la sessualità introduce, come si è detto, una nuova significazione: tale significazione è un inizio, ma non un inizio qualsiasi. Troviamo qui un crocevia dove intorno al nodo della sessualità prende consistenza e forma un nuovo modo di situarsi del soggetto in rapporto alla realtà e conseguenzialmente un trasfigurarsi della stessa agli occhi del soggetto. Più precisamente, la nascita del soggetto alla significazione fallica apre l’accesso al desiderio, quale nome che viene a prendere la mancanza nel senso più radicale del termine. L’economia del soggetto si stabilizza intorno alla centralità dell’asse fallico, quale elemento erogatore di valore: essere il fallo, avere il fallo sono le due «chances» su cui il soggetto costituisce la sua strategia desiderante. È infatti attraverso il desiderio degli altri che il soggetto li incontra, si scontra, conduce le sue battaglie, ottiene vittorie e sconfitte. Il suo desiderio per esser riconosciuto abbisogna degli altri, esattamente come accade per questi. Il valore immette una gerarchia nell’ambito degli oggetti che circondano il soggetto, differenziando quel che vale da quel che non vale; per i primi il valore compare associato alla possibilità di una commutazione e di una potenziale traducibilità e contemporaneamente al timore della perdita che è parte costitutiva, fondante il valore stesso dell’oggetto.

Quando Freud all’inizio del secolo svela la struttura del sogno e identifica nella realizzazione allucinatoria di un desiderio inconscio la chiave essenziale di lettura dell’attività onirica è ben l’intero arco del rapporto del soggetto coi suoi oggetti di desiderio a dispiegarsi.

I desideri nella loro varietà, occasionali o meno, hanno le loro radici nell’inconscio, in un desiderio incestuoso o infantile (i due termini sono qui sinonimi) che gli dà forza ed energia e che incorre nella barriera della rimozione. La rimozione non cancella il desiderio che come un furetto sfugge, viene lavorato dalla rimozione per comparire nel processo di simbolizzazione fantasmatica. Quel che il soggetto dimentica riguardo al materiale di un sogno compare in un altro, oppure improvvisamente in un lapsus, in una fantasticheria. L’inconscio è, per usare un’espressione di Fechner ripresa da Freud, l’altra scena, dove il desiderio ritrova le sue determinazioni, quelle che rendono ragione della priorità di un desiderio in relazione ad un altro. L’inconscio sostiene, regge quest’operatività che è tensione, spinta al movimento. Dalla volontà, come da un proposito, si può ben recedere, fare ammenda, proprio perché nella volontà è l’io stesso a riconoscersi come padrone e dunque a muoversi a proprio piacimento. Alla volontà che dice «sì» e indica con la cocciutaggine che le è caratteristica una strada da seguire, il pentimento o la riflessione possono far cambiare rotta portando il soggetto in una direzione opposta oppure inducendolo a lasciar perdere. Il desiderio non è la volontà, o per lo meno è una volontà a cui è tolto di mezzo l’io. Il desiderio nella misura in cui permane inconscio nelle sue determinazioni essenziali è quel che fa dire al soggetto: «non riesco a fare altrimenti, è più forte di me». Frase comune e ricorrente, ma esatta e puntuale nell’additare la presenza, in casa propria, di un qualcosa che va aldilà della volontà, dove la volontà si scopre imbrigliata e in definitiva impotente. Il desiderio nasce, si produce nell’annodamento dell’economia del soggetto con la normatività paterna. La legge la orienta alla sessualità, la sottrae alla dipendenza parassitaria del godimento materno. La legge da vita al desiderio, il desiderio, quasi rivendicasse oscuramente in questo la rabbia del soddisfacimento perduto, si forgia in opposizione alla legge. Una volta costituitisi, il desiderio e la legge si danno come termini antinomici, il desiderio tende a farsi legge, negando quello degli altri, negando gli altri. Il desiderio che rompe con la legge è il desiderio che pone il soggetto in una situazione di contrapposizione, di invivibilità con altre presenze. O lui rinuncia al suo desiderio e dunque si avvia verso una soggettiva mortificazione o la mortificazione è degli altri e del loro desiderio. Si tocca qui con mano il punto sensibile che sovrasta la logica dell’esclusione. Il desiderio del soggetto tende a cancellare quel che si frappone per strada, a cogliere tutto questo come intoppo, fastidio, irritazione. Il soggetto tende ad assolutizzare la sua posizione: più forte e intransigente è il desiderio, più forte e intransigente è l’espulsione di tutto quel che tende realisticamente o anche solo immaginariamente a contrastarlo. Poco importa se in questo «tutto» anche il necessario di cui si è detto ha la sua parte. Il desiderio rilancia altrove il suo tragitto, in una proiezione mortifera, allorché non trova modo di mediare le sue istanze con la legge simbolica, con le leggi che la convivenza civile si dà. Conciliare desiderio e legge è la via per rendere accettabile il desiderio nella relazione con gli altri e per renderlo sostenibile al soggetto medesimo, sottraendolo alla cattura sacrificale che l’ideale riesce ad esercitare.