Allenarsi alla vita

La psicologia dello sport è un concetto che trova una sua reale connessione con la psicologia dell’età evolutiva solo quando assume una valenza culturale che vede una dimensione di psicologia della prestazione e una dimensione di psicologia dell’evoluzione personale strettamente orientate alla salvaguardia della personalità.

Ambedue queste dimensioni sono raggiungibili con regole non generalizzabili, e quindi valide per tutte le persone, ma con percorsi formativi psicologici individualizzati in relazione ai processi evolutivi e alla gerarchia di valori personali.

E’ quindi senz’altro auspicabile un’attenzione psicologica sin dai primi anni di pratica dell’attività sportiva perché crediamo che porre presto delle basi in termini di autogestione delle proprie emozioni, delle proprie ansie, e delle proprie motivazioni possa far ottenere migliori risultati in senso generale e nella pratica sportiva in particolare. E’ ulteriormente auspicabile, un’attenzione psicologica anche perché si parla sempre più di sviluppo di capacità cognitive, di capacità percettive, di capacità attentive e di capacità di elaborazione delle informazioni come capacità aspecifiche da far viaggiare in parallelo con gli sviluppi fisici specifici corrispondenti alle capacità coordinative e alle capacità condizionali proprie di ogni sport.
Crediamo, cioè, che un buon uso, della psicologia applicata allo sport, in rapporto a quanto una persona può cogliere, possa essere molto proficua per tutta la storia sportiva della persona che pratica sport in quanto acquista consapevolezza di quello che gli sta succedendo all’interno, in relazione con il suo Sé reale, e all’esterno, con i vari livelli del sociale e cioè dei gruppi e delle organizzazioni.
Il nostro obiettivo, cioè quello degli psicologi esperti in psicologia dello sport, è quello di consegnare a coloro che praticano sport strumenti che permettano loro di servirsi con autonomia di gestione degli apprendimenti avvenuti ed anche di lasciare spazio a nuovi approfondimenti ai vari livelli.
Nella moderna psicologia si ritiene che lo sviluppo della personalità nell’età evolutiva è da ritenersi come confluenza dei vari fattori che sintetizzandosi concorrono in qualche modo a produrre quello che ognuno è in maniera inconfondibile.
Si può quindi dire che sostanzialmente nell’età evolutiva si costruisce una personalità derivante dall’incontro tra il patrimonio biologico ereditario, al momento della nascita, ed il succedersi di esperienze, in parte coscienti e in parte inconsce, che l’individuo realizza nei vari ambienti in cui la sua vita si esplica.
La personalità è quindi una realtà non statica, ma dinamica che si modifica continuamente attraverso l’esperienza interna ed esterna e, quindi, in rapporto alla diversa incidenza dei vari fattori i quali, essendo sia di natura esogena che di natura endogena, oltre a rafforzare le questione del rapporto tra eredità e ambiente, influiscono sullo sviluppo e la maturazione della personalità e sulla integrazione delle sue funzioni e delle sue condotte.
Possiamo quindi affermare che la psicologia dell’età evolutiva vede la conseguente formazione della personalità in relazione alle varie opportunità che le si offrono fra cui la psicologia dello sport, la quale va ad incidere sostanzialmente sulla totalità della persona ed in particolare sui suoi processi e stili di apprendimento.
Proprio quest’ultimo concetto, l’apprendimento, può vedere allargato il proprio significato attraverso la psicologia dello sport se pensiamo che ciò che impariamo non deve necessariamente manifestarsi in un’azione, ma può manifestarsi negli apprendimenti dei sentimenti come:
l’amicizia, gli atteggiamenti, la spontaneità, le emozioni, il qui ed ora.
Per quanto, comunque, sia assurdo definire l’apprendimento si può riportare che apprendere vuol dire che ciò che noi impariamo può essere formato sia da buone che da cattive abitudini, e quindi uno dei vantaggi nell’esercitarsi in una abilità consiste nel divenire consapevoli degli errori che avevamo inconsapevolmente imparato.
Il motivo che ci spinge a soffermarci sull’apprendimento non nasce solo da vantaggi pratici che se ne possono ricavare, ma dalla possibilità di analizzare meglio lo sviluppo della personalità e per capire come sia giunta ad essere ciò che è, anche perché non possiamo ritenere che l’apprendimento possa esistere senza che non ci sia un bisogno da realizzare e quindi una motivazione a soddisfare il bisogno stesso.
Senza una reale motivazione nessuno sarebbe disposto ad investire energie e sforzi in ciò che fa, anche perché la motivazione varia di natura e di intensità da individuo ad individuo e dipende da un insieme di influenze alle quali il soggetto è sottoposto in determinati momenti.
Possiamo affermare: “sono motivato a soddisfare un mio bisogno, quindi sono predisposto ad apprendere”.
Quindi, la connessione tra la psicologia dell’età evolutiva e la psicologia dello sport, ci obbliga a porci un’ulteriore domanda che deve essere senz’altro questa: “quale connessione c’è tra i bisogni di crescita dei vari cicli evolutivi dell’essere umano e l’apprendimento di tecniche sportive finalizzate ad un risultato di prestazione sia che sia individuale, sia che sia di gruppo?”.
Una prima risposta, a nostro avviso, la troviamo nel considerare, durante l’età evolutiva, l’attività sportiva come una grossa opportunità di supporto ad apprendimenti di emozioni che, dopo essersi realizzate in ambiti irreali e drammatici appunto come quelli sportivi, possono essere rivissute in ambiti reali con una grossa consapevolezza basata appunto sull’esperienza fatta.
Ogni qualvolta che la persona, nello sport, trova correlazione fra l’attività che sta praticando e l’appagamento di un proprio bisogno realizza la massima disponibilità possibile a completare il suo progetto.
Possiamo dire che l’aspetto psicologico dell’età evolutiva viene senz’altro aiutata dall’aspetto psicologico dello sport nella misura in cui quest’ultimo sia in stretta relazione con lo sviluppo degli stadi della persona. Quest’ultima ad ogni età ha dei precisi compiti evolutivi rispetto alla soddisfazione dei propri bisogni.
E. K. Erikson rifacendosi a questa concezione ha potuto ricavare i bisogni di apprendimento dagli otto stadi dell’uomo e cioè:
1) il senso della fiducia;
2) il senso dell’autonomia;
3) il senso dell’iniziativa;
4) il senso del compimento;
5) il senso dell’identità
6) il senso dell’intimità
7) il senso della produttività
8) il senso della responsabilità.
Dobbiamo, perciò, fare i conti con l’età psicologica delle persone e filtrare gli apprendimenti specifici dello sport attraverso la soddisfazione dei loro bisogni relativi ad ogni età come: la prima infanzia, la fanciullezza, la preadolescenza, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia.
Ma, per chiarire meglio le connessioni tra la psicologia dell’età evolutiva e la psicologia dello sport, dobbiamo fare i conti con una concezione di sport come simulazione della realtà ricavando dallo sport stesso tutte quelle valenze psicologiche proprie del gioco, in quanto è innegabile che fare sport vuol dire provare a raggiungere risultati sia visibili che nascosti, appunto come nel gioco.
E’ nel gioco che si delineano e si sviluppano tutte le principali capacità dell’uomo: quelle senso – motorie, quelle socio – affettive, quelle costruttive, quelle espressive e quelle intellettuali; d’altra parte il gioco contraddistingue tutta la vita dell’uomo ed è la fonte primaria del suo sviluppo psicofisico e di tutte le sue potenzialità e dimensioni.
Parallelamente lo sport, quello “vero”, è in grado di promuovere le funzioni umane e sociali delle persone, liberando e tonificando le loro energie, e consentendo una conoscenza di sé e del loro rapporto con il mondo certamente più ampia ed approfondita. Lo sport si fa, quindi, portatore dei principi psicologici del gioco diventando esso stesso simbolico e cioè, come dicevamo, simulatore della realtà, proprio perché, psicologicamente, fare sport vuol dire “fingere” e quindi “minimizzare il rischio” in quanto tutto ciò che non è esperienza diretta diviene esperienza simulata.
Lo sport ci permette in termini psicologici di simulare una realtà permettendo ai singoli una presa di coscienza di meccanismi che di solito non si affrontano direttamente, e proprio perché lo sport determina condizioni di rischio limitate offre la possibilità di apprendere e prendere coscienza e conoscenza in situazioni protette.
Simulare nello sport, come nel gioco, vuol dire far nascere o far rinascere sentimenti di realtà ricostruendoli dal rapporto di influenzamento fra l’individuo ed il suo ambiente. D’altra parte la simulazione è centrale per la comprensione della propria emotività, e lo sport, che è un grosso veicolatore di simulazioni, può aiutare a fare tutto questo in particolare quando va a toccare precisi bisogni personali.
La psicologia dello sport esprime anche analogie che ci permettono di vivere sentimenti che direttamente incontrerebbero rifiuti totali. L’analogia è esprimibile come la caricatura della realtà: una esagerazione intenzionale che solo così veicola un messaggio in termini ipersemplificati, caricaturali e analogici.
Ma quando la psicologia dello sport finisce di essere un veicolo importante per la maturità della psicologia dell’età evolutiva? Quando esce fuori dai binari della credibilità simbolica e sbanda o sul fianco del grottesco o sul fianco del rischio reale.
Così come lo sport può essere un allenamento alla vita, il grottesco e il rischio reale finiscono per divenire allontanamento dalla vita e cioè allontanamento dall’apprendimento e dall’evoluzione personale.
Oggi, purtroppo, stiamo assistendo impotenti al fenomeno silenzioso di abbandono dello sport. Ecco perché la psicologia dello sport deve occuparsi, oltreché di tutto l’arco motivazionale che vede l’individuo avvicinarsi allo sport, anche dell’individuo che dopo una più o meno lunga pratica sportiva decide di lasciare lo sport. Sarebbe, chiaramente, riduttivo e ottimistico pensare che chi abbandona lo sport lo faccia solo perché decide di investire in altre attività.
Purtroppo il maggior numero di volte che uno sportivo lascia lo sport evidenzia scarse capacità di gestione emotiva di insuccessi o di eccessivi successi, quindi evidenzia una insufficiente capacità di gestione del proprio percorso sportivo e parallelamente delle proprie emozioni. Forse una causa di abbandono dello sport la possiamo trovare in una alta aspettativa del risultato sportivo troppo desiderato sia da chi pratica lo sport che da coloro che gli stanno intorno determinando nello sportivo stesso un irrimediabile scollamento dalla realtà con meccanismi non adeguati di gestione della frustrazione. A tal proposito vogliamo indicare delle capacità psicologiche di base che, se opportunamente calibrate, con la maturità reale della persona e con i suoi meccanismi motivazionali, possono essere acquisiti e rimanere nel patrimonio culturale sia emotivo che cognitivo della persona stessa. Le capacità sono :
– la capacità di formulare obiettivi specifici, raggiungibili in un certo periodo di tempo;
– la capacità immaginativa, attraverso la quale si può rappresentare mentalmente in maniera completa sia il movimento che i problemi di ansia e di tensione;
– la capacità di concentrazione, ovvero la capacità di orientare l’attenzione in maniera appropriata su sensazioni interne ed esterne e di passare da un tipo di attenzione ad un altro in maniera flessibile;
– la capacità di modulare il livello di attivazione, quando la persona ha la necessità di passare da uno stato di attivazione ad un altro pur mantenendo un controllo psicofisico positivo, evitando quindi comportamenti negativi per cui controproducenti;
– la capacità mentale, come qualcosa che deve essere allenato come si allenano le altre capacità sia coordinative che condizionali.
Senz’altro tutte le strategie per raggiungere gli obiettivi elencati implicano una simulazione mentale del gesto motorio, migliorandone la qualità e contemporaneamente migliorando la capacità autoregolativa e quindi autopercettiva della persona.
Ciò che è importante evitare, in particolare, nell’età adolescenziale, è che l’atleta si identifichi totalmente con il gesto sportivo.
Quindi per concludere sulle connessioni che vedono coinvolte la psicologia dello sport e la psicologia dell’età evolutiva facciamo riferimento ad un collante di interventi, certamente da approfondire e da sviluppare, sia di carattere formativo che di carattere preventivo.
Dove per formativo intendiamo un percorso psicologico di apprendimento non solo di tecniche, ma anche significato simbolico dell’uso delle tecniche stesse, e per preventivo intendiamo un intervento di cambiamento sia sul piano soggettivo che sul piano progettuale.
Concludiamo questo scritto indicando un’altra connessione, sempre all’interno della psicologia, che vede coinvolte direttamente le persone nello sport professionistico. Il mondo dello sport professionistico è una realtà composta da molte facce e niente ci vieterebbe, in un’altra occasione, di iniziare ad analizzare ed approfondire connessioni tra la psicologia dello sport e la psicologia del lavoro.

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