Amore e follia

Considerazioni (in tre atti) sull’esistenza che, suo malgrado, resiste.

“The moon lays a hand on my forehead,/

Blanked-faced and mum as a nurse.”

Silvia Plath [1]

Atto primo

Intesa nel suo senso più radicale, nell’accezione marxista del termine, la follia pone all’essere umano una questione che è di ordine ontologico, prima ancora che psicologico o clinico. La sua stessa genesi causale ne rivela la portata emblematica. Dolto sosteneva che il folle è il risultato di un lavoro che coinvolge tre generazioni. Che tipo di lavoro, dunque? In linea di principio lo si potrebbe definire come un lavoro che finisce per mettere in opposizione l’esistenza (dal latino “ex-sistere”, cioè che sta fuori) con la vita stessa. Il dramma della follia pone tragicamente in scena la fatica dello psicotico a stare al e nel mondo, sino al punto dal voler restituire al non essere il sembiante scolorito della propria esistenza come fosse un vestito non proprio al suo legittimo proprietario.

Così fa il melanconico nello scivolare lungo le chine oscure della sua depressione o lo schizofrenico nel sentirsi posseduto da un corpo in frammenti, con buona pace delle farneticazioni alla Deleuze e Guattari, o il paranoico catturato nella vuota vertigine dei suoi deliri. Ma così fanno anche i cosiddetti tossicomani o gli alcoolisti in quei suicidi mancati che sono le overdose o in quelle devastazione distruttive di un corpo avvertito come estraneo. E, ancora, fa l’anoressica sino a ridursi a un cadavere ambulante o l’obesa a una figura informe o il ragazzino che taglia il suo braccio come fosse la corteccia di un albero…

Ciascun potenziale passo della loro vita che darebbe un orientamento soggettivo alla propria esistenza li sospinge involontariamente verso una morte, reale o camuffata che sia. Ogni appello all’essere si trasforma in un cedimento al non essere, ogni tentativo che sostenga un processo di individuazione conduce rovinosamente al suo contrario. Colta in una prospettiva di fondo, aldilà di qualsiasi riduzionismo sintomatico, la follia proietta la sua ombra minacciosa, mortifera su quel che tiene in vita la vita stessa. In ragione del fatto che, come la psicosi dimostra, la vita non si regge in piedi da sola.

Cosa dunque veicola la follia sino al punto da compromettere l’esistenza medesima? O, più precisamente, compromettendola sino a portarla a invalidare la vita stessa, il ciclo del suo generarsi? Non è un caso, infatti, che il lavoro “generazionale” della psicosi porti non di rado a estinguere la catena di trasmissione in quanto tale.

Provo a declinare questo interrogativo, riandando all’origine e riprendendo una nozione freudiana che mi pare possa costituire il correlato psichico dell’atto sessuale che causa la nascita biologica di una persona. Si tratta di un concetto tanto centrale quanto, per taluni versi, enigmatico, quello cioè d’identificazione al padre della propria preistoria personale. Il maestro viennese ne parla in “L’Io e l’Es”[2], come d’una identificazione prodotta in tenera età destinata a rimanere generale e persistente,

organizzatrice dell’ideale dell’Io del soggetto. Sottolineo due tratti che specificano questa identificazione al padre (puntualizzo) della propria preistoria personale e cioè, l’identificazione al padre della propria preistoria personale: a) è il modello delle identificazioni successive che il soggetto sperimenta nella sua esistenza; b) si sviluppa prima di qualsiasi relazione oggettuale, mi verrebbe da dire più precisamente l’anticipa o, se vogliamo, la condiziona l’orienta. Ma, c’è di più. In una nota, un dettaglio. I divini dettagli, come chiosava Nabokov. Freud precisa che sarebbe più prudente dire “con i genitori”, in quanto padre e madre prima che sia conosciuta con esattezza la differenza fra i sessi e la mancanza del pene, non sono valutati differentemente. Ecco, a mio avviso, un elemento cruciale, persino attualissimo nella misura in cui Freud disgiunge l’ordine della differenza, da intendersi qui nell’esplicito riferimento alla pluralità, da quello della sessualità in quanto tale. Come a dire che la diversità anatomica presente nella relazione tra due individui non garantisce automaticamente dell’esercizio di una dialettica della diversità sul piano della sua rappresentatività simbolica. Lo psicotico, a suo modo, ne porta testimonianza, come un martire.

Se, dunque, il paradigma dell’identificazione cui il piccolo dell’uomo è sollecitato a riferirsi rinvia a una pluralità (“i genitori”) ciò vuol dire che la traccia significante in questione non è di pertinenza esclusiva di un singolo essere umano, quasi fosse un’estensione arbitraria del suo potere. Non soggiace al monopolio e alla dittatura dell’Uno, di una madre non castrata in genere. E’ in questo che la creazione umana si oppone a quella divina.

Perché la vita possa svilupparsi occorre infatti che essa nel reperire le insegne a cui appoggiarsi

possa
attingere, inconsciamente prima ancora che consciamente, a rappresentazioni che nella loro potenziale articolazione siano memoria di altre storie, cioè di incontri, che chi accudisce il minore trasmette per il tramite delle sue cure. Ciò fa della relazione tra il genitore e il minore il luogo di una comunicazione asimmetrica non egemonizzata dall’ossessione dell’identico o del possesso, cioè della riduzione di un altro essere umano a mero oggetto di un altro.

Mi sembra si ritrovi qui, invece, l’effetto fondamentale di quel lavoro generazionale cui accennava la Dolto di “costruzione” della psicosi, vale a dire la soppressione dell’alterità e con essa di ciò che permette a un’esistenza di sostenersi : la soggettività.

Sia la madre o il padre o chi per loro, un individuo si fonda per il minore come una sorta di Altro assoluto, ora nell’eccesso d’affetto, ora nel suo rigetto. Un celebre aforisma lacaniano recita: amare è dare ciò che non si ha. Ma dare è , comunque, sempre più difficile e faticoso di ricevere, di saper ricevere. In altri termini, accogliere quel che viene o, se vogliamo, ci viene da altri con i quali sperimentiamo, anche in forma non necessariamente piacevole, l’impatto con quel che è straniero, non simile…

E’ , dunque , nell’occultamento dei “genitori” che la follia si insedia come manifestazione ultima di un sentimento che non possiamo che denominare come disamore, nella misura in cui rifiuta quel che è proprio all’amore in quanto tale, cioè la perdita. E’ , infatti, nel riconoscere la dimensione del plurale, dell’integrazione della diversità, del ricevere, in una parola, del non solo Io o di quel che fa eco allo specchio che l’altro può essere riconosciuto come altro da me. Esattamente come ciascuno reperisce, a sua volta, questa cifra dell’alterità nel tentare di isolare il cuore del proprio essere. Nell’inconscio, ma probabilmente, non solo lì, non si è mai soli…

Sedotti dall’insulsa ideologia scientista si sono passati, e si continuano a passare, anni a dispensare insegnamenti di educazione sessuale, a spiegare cioè come nascono i bambini. Dimenticando, in realtà, quella che è la vera questione e cioè perché nascono i bambini? Cosa li porta al mondo? Quale desiderio?

Atto secondo

Il folle non è forse la figura che, meglio e più drasticamente di altre, incarna quel che potremmo designare come un estremista, un assolutista dell’amore? Dell’amore, in quanto famelicamente ambito? Dell’amore, in quanto ricercato oltre il senso, il limite?

Spesso lo grida, persino in silenzio, fosse anche dal fondo della sua inconsolabile solitudine. Ciò non deve stupire. Tra l’amore e la domanda si dispone una circolarità stretta, conseguenziale. L’amore prende forma come una domanda, la domanda non ha che un oggetto: l’amore. Qui, tuttavia, sorge subito un equivoco che ha due motivazione essenziali. La prima: l’oggetto della domanda è , per sua natura, fuorviante. Può essere tutto, così come il suo contrario. La domanda è la preghiera, non il desiderio. La seconda: la domanda tende a declinarsi discorsivamente al condizionale, suona come un “mi piacerebbe…”, “vorrei…”, “sarebbe bello…”.

Per la verità, l’equivoco potrebbe appagarsi della sua ambiguità se non cercasse una sua potenziale realizzazione nella vita effettiva. O, più esattamente, tra la domanda e la concretizzazione di un amore c’è di mezzo un incontro. Con una doppia alterità, interna ed esterna, quella con il proprio corpo, con la propria sessualità, con i propri fantasmi, con quelli dell’altro.

E’ tra la domanda e l’incontro, e gli esiti di quest’ultimo, che si gioca la partita che il folle ingaggia con l’amore. Come l’eredità dell’Uno diventasse il suo testamento. La fenomenologia muta, in ragione delle vicissitudini individuali, familiari, culturali. La logica meno, molto meno.

Stefano studia ingegneria informatica, lo dico per sottolineare che i casi cui farò riferimento riguardano persone impegnate nella vita sociale (tutti sono in cura farmacologica, in maggioranza hanno usufruito di ricoveri ospedalieri…) . Il suo innamoramento si conclude in uno scatenamento psicotico che lo porta in una clinica per un paio di mesi. Un innocuo segno di compiacenza della donna di cui si era invaghito, senza nemmeno conoscerla più di tanto, lo porta a elaborare costruzioni deliranti di carattere religioso. Un impedimento suggella così la sua apertura, vanificandola. Non così è, invece, per Gianni, un giovane avvocato; dopo il primo rapporto sessuale finalmente ottenuto con una donna, scivola da un sospetto entusiasmo iniziale dal tono decisamente maniacale a un vertiginosa caduta depressiva, consegnando all’interlocutore la netta percezione di non riuscire a situare l’economia dell’accaduto nell’ambito del suo psichismo. Perché l’ha fatto? Per sentirsi come “gli altri”? E ora? La partner insiste. Tempo dopo confesserà d’aver vissuto un inquietante momento di estraniazione nel compimento dell’atto sessuale. Lui lascerà cadere la relazione. In maniera passiva, quasi inerte. Come Giorgio, laureato in economia, che dopo essersi trovato in camera con una prostituta che lo attraeva la liquida pagandola senza nemmeno averla sfiorata… O Luca, impiegato fragile e scrupoloso, padre di famiglia, che asseconda passivamente la richieste della moglie, lei voleva dei figli, lui glieli ha dati, sono cosa sua, come il resto… Andrea, al contrario, un poliziotto, quando ha ecceduto nel bere, passa spesso alle mani con la sua compagna, in preda a fantasmi paranoici di gelosia…

E ancora, sul versante femminile: Lucia, docente di matematica , madre di due figli, imbocca una strada erotomanica, da un uomo a un altro, vorace, affamata d’un godimento che si fissa nella profondità del corpo, rendendo quasi indistinguibile la linea di demarcazione tra il piacere e il dolore. E’ l’opposto di Carmen, un architetto, anche lei sposata con due figli. Lei allontana preventivamente ogni contatto, rifugge qualsiasi intimità per mesi e mesi. Il marito le recrimina d’essere stata sensibile alla sessualità unicamente quando le interessava avere dei figli. Ora, Carmen non sopporta nemmeno le battute allusive, i doppi sensi. Va su tutte le furie, accusa il marito d’essere un violento, in quanto uomo. Nel momento più florido della sua produzione delirante gli invia interminabili mail cariche di aggressività e di disprezzo verso il genere maschile. Interpella avvocati per denunciare il marito con cui vive e con il quale non vuole più dormire nello stesso letto, nel mentre ci abita assieme. Un’ingegnera, Mariella, sconta l’angoscia che sperimenta di fronte alle richieste del marito. Si sente incapace di opporsi o anche solamente di dilazionarle per quanto lei stessa ne riconosca a fatica la trattabilità. Se dice di no si percepisce come sbagliata, se dice di sì si avverte come invasa dall’altro. Se dice di no si coglie come separata dall’altro, vissuto che le risulta del tutto insopportabile perché le sembra di precipitare in un vuoto, nel nulla del suo essere. La sua posizione soggettiva raggiunge la sua massima espressione nel tentativo fallimentare di smarcarsi dalla richiesta altrui. Come se riuscisse a definirsi solo in negativo, per quello che non è, per l’altro…

L’incontro sta all’inizio dell’amore; qui, nella follia, ne sigilla invece una fine. Alain Badiou  indica l’importanza nello sviluppo di una dinamica affettiva del passaggio che deve intercorrere tra

l’incontro-evento e l’attivazione di quella che definisce una costruzione di verità. Ma, insisto, è proprio qui  che qualcosa crolla, non si genera o si trascina a stento, per inerzia.

I rapporti di coppia paiono tenere nella misura in cui rispondono a quell’amore fisico , teorizzato da Aristotele, ripreso da Tomaso d’Acquino. Fisico, precisiamolo, non nel senso del corporeo, ma della natura . In poche parole, l’amore nel senso dell’amicizia. La questione sorge, per rifarsi a una nota teoria medioevale ripresa da Gilson, quando l’amore viene a essere abitato dalla passione, quando diventa ex-statico. Cioè, letteralmente porta fuori di sé. Come ne parla Abelardo, Bernardo di Chiaravalle, come lo intuiva Agostino… Lì, nella follia, lo psicotico sperimenta il suo limite. Gli viene incontro, come una sventura. L’amore messo alla prova della passione, del gioco del desiderio deraglia sino a rivelare il suo contenuto più oscuro. Clinicamente sconfortante. L’estremizzazione dell’amore implode nel vicolo cieco della sua impossibilità, l’amore esaltato, eccitato finisce per diventare l’amore morto. La violenza della malattia, la malattia della violenza, a seconda. Poco cambia, in definitiva.

E’ , d’altronde, in questa prospettiva che il destino dei figli ne risulta, quanto meno, fortemente
segnato. Il problema non è più il cosiddetto Edipo rovesciato, quanto piuttosto il ribaltamento della logica edipica. Mi rifaccio ai figli del medesimo sesso di alcuni pazienti, per come ne parlano loro stessi in seduta. Lucia e Carmen, ad esempio, hanno entrambe due figlie, quasi coetanee, prossime all’adolescenza. Gli stili delle due donne sono, come indicavo, alquanto diversi. Priva di limiti, la prima, rigidissima, sessuofobica, la seconda. Lo spazio di libertà concesso alle loro figlie nella loro crescita è esattamente quello determinato dal loro riflesso speculare, a cui le ragazzine sono ricondotte ignorandolo. Lo specchio fa legge, dà la legge. Che ne sarà di loro quando si troveranno a impattare in prima persona la sessualità?

Giovanni, un funzionario pubblico, ricoverato per una crisi paranoica, ha un figlio che studia con profitto all’università. S’impegna, è curioso e fiducioso per il suo futuro. In casa, scoppiano litigi.

Il padre si sente contestato, ma il suo messaggio esplicito è sempre uno solo, svuotante e svalutante la potenziale carriera del figlio. Ciò in nome di un realismo, tanto crudo e reiterato, da prospettare al figlio un domani senza speranza, prima ancora che lui si affacci nel mondo del lavoro. Nella traduzione paterna, il futuro è un futuro morto, metonimia dell’esser morto del figlio stesso. Può la paranoia paterna permettere al novello Edipo di portare a termine la sua missione? O Giovanni, il Laio folle, è incapace di accettare che un soffio d’esistenza, di slancio giovanile possa apparire dal lato del figlio senza sentirsi in pericolo?

Atto terzo

Luigi è un ottimo pianista. Suona e, persino, compone brani suoi che incide in cd di discreto successo, di pubblico e soprattutto di critica. La sua musica è di qualità, toccante, sensibile. Muove emozioni e sentimenti.

I suoi rapporti sociali sono pessimi. Spesso rompe dinamiche interpersonali sulla base di costruzioni interpretative del tutto fuori luogo, altre volte reagisce con modalità aggressive spropositate, non comprendendo bene quel gli che sta accadendo intorno. Le sue floride produzioni psichiche incentrate sulle sue proiezioni egocentriche lo rendono sovente intrattabile, escluso dai legami di comune convivenza. Ma c’è di più. I suoi contatti con le donne sono fallimentari. In pratica, si potrebbe sostenere che Luigi non ha mai vissuto una benché minima relazione con una di loro.

I suoi approcci con l’altro sesso si riducono a incontri occasionali con prostitute o con donne conosciute su internet che si prestano a attività dal carattere perverso, giochi sadomasochistici.

Non un nome, non un volto, non una storia, si associa a quelle figure femminili. Uomo di cultura, quando si riferisce a loro usa e abusa di  un linguaggio triviale sino alla nausea. Le designa unicamente in rapporto alla nominazione volgare del loro organo sessuale. Tutte sono uguali,  ridotte a quella parte del corpo, funzionali a un certo uso. Loro sono oggetti, lui il manipolatore.  Anche se, alla fine,  lui stesso è un oggetto , stereotipato e disumanizzato nel suo rapporto con una soddisfazione che è più sessuale per via del contesto in cui si esplicita che non dei contenuti in cui si declina.

Ora, colpisce, nell’ascoltare le vicissitudini di Luigi, quelli che appaiono come i due piani attraverso i quali si dispone la sua economia libidica. La musica, da un lato, le donne, dall’altra. Mi pare che ciò circoscriva un nodo fondamentale nel lavoro con soggetti psicotici, di notevole importanza teorica e pratica. Il confronto, infatti, non stupisca, poiché non credo non  si possa non ritenere la musica una passione di Luigi. E , quindi, letteralmente un amore. Lacan, riprendendo la lettura che lo psicoanalista francese promuove della personalità di James Joyce, la qualificherebbe come una supplenza (fallica), un sintomo con il “th”, ma non è questo che qui interessa. Piuttosto, insisto, mi pare valga di spingersi più in là, nel tentativo di provare a cogliere il nesso tra musica e donne, per quel che si presenta in questo paziente. Esso, a sua volta, si colloca in un incrocio dove si focalizzano due diverse polarità sulle quale ritengo, in sede conclusiva, fissare rapidamente l’attenzione.

La prima. Essa riguarda il rapporto tra l’oggetto, nell’accezione psichica del termine, e quello che per tradizione può essere considerato il suo luogo, per così dire, d’origine, per come la psicoanalisi ce lo indica, vale a dire la madre. L’oggetto psichico, Freud docet, è sempre un oggetto perduto e quindi ritrovato che rinvia all’ordine d’una esperienza infantile. Luigi, d’altronde, quanto meno per deduzione logica, si concede che in qualche modo le musiche, le canzoni che suscitano il suo interesse possano aver a che vedere con quel che la madre ascoltava alla radio. Anche se, in un certo senso, la sua rilevazione si esaurisce in una presa d’atto che ha il valore di una constatazione. Niente di più, a tutti gli effetti. Lui si ricorda, ad esempio, da bambino di otto anni, la commozione che lo indusse alle lacrime, ascoltando un brano musicale, nel mentre la madre lo scherniva per la sua reazione. Il ritratto che Luigi fornisce di quella che chiama la “madre reale” è improntato a un certo astio nei suoi confronti. La descrive nervosa, insoddisfatta, esigente. Squilibrata e incomprensibile nelle sue reazioni spropositate, non di rado lo picchiava, senza che lui ne comprendesse il motivo. Era terrorizzato da lei, non dal padre. Complice o fratello impotente nel misurarsi con le angherie materne. Se, dunque, l’oggetto musica attiene inconsciamente la madre, ciò non è per una via diretta, esplicitamente, chiaramente o totalmente nostalgica. Luigi stesso, nel riferirsi alla “madre reale”, vi oppone un materno che indubbiamente lo trascende e che si esprime nella sensuale tenerezza che contraddistingue le sue melodie.

La seconda. La disposizione di Luigi per la musica permette di separare nell’ambito della sua economia di soddisfazione l’ordine dell’invenzione da quello stremante della ripetizione che esercita con le donne: ripetizione di un comportamento, ripetizione di un incontro non riuscito. Il suo con le donne, ma alle sue spalle quello proprio alla coppia dei genitori.

Nella sua produzione musicale, Luigi introduce una traccia della sua soggettività, promuove del nuovo, non privo ovviamente di legami con la storia (“i genitori”) che l’ha preceduto. Musicisti classici e moderni, da Mozart a Monk, che conosce, studia, apprezza… La sua famiglia elettiva e simbolica. E’ in rapporto a questa pluralità che la sua soggettività prende forma…

La musica è sì sublimazione, ma ai suoi limiti minimali in virtù dell’implicazione che attiene con il corpo e con la riduzione impietosa che opera sul significato. E’ , dicevo, passione per Luigi.

Una passione però che, per quanto erotizzata, non chiama in causa un partner, quanto meno direttamente. Anche se un altro, fosse anche il pubblico dei suoi concerti, è sempre all’orizzonte, come destinatario, come fonte di quell’ amore così espresso… Lì, Luigi cerca e dona quel sentimento, quell’affetto che gli è impossibile sostenere davanti all’altro, per quanto un altro, degli altri (la madre, una donna, il padre, degli amici…), lo ribadisco, costituiscano la rete nella quale il suo essere trova voce. Proponendo nella creazione artistica quel che non gli è concesso nell’incontro effettivo, sessualmente mediato, con un partner.

La musica definisce così l’altra scena, come il materno nei riguardi della “madre reale”, dove rimette in circolo il suo “sessuale” o, come dicevo, il suo “amore”. A distanza dall’altro, ma non senza di esso. Istituendo un luogo d’incontro, tra Luigi e il corpo, tra Luigi e l’altro, differito, mediato, ma sostenibile. La denominerei come una rivincita della vita sul potere nichilista della follia.

Come si può facilmente intuire, ha il suo prezzo, nella lacerazione che introduce nel soggetto tra la sua vita nell’arte e la sua vita quotidiana, e sessuale. La musica non è un individuo, in carne ed ossa. Per quanto permetta a Luigi di “parlare”, “toccare” altri corpi e persone… Esprimere una sensibilità che è incapace a materializzare nella “banalità” di una relazione.

Nella musica la sua esistenza prende forma, laddove si mortifica negli incontri che sperimenta. Ciò mi sembra ponga la necessità per il terapeuta di orientare il senso di una cura stessa. Come spesso accade nella psicosi, rischiando l’etica contro la morale. Vale a dire, il punto che sorregge e alimenta la vocazione del soggetto a produrre del proprio contro i fantasmi di una normalizzazione che talvolta pretende di far capolino per il tramite stesso della sessualità, assecondando ciecamente e spesso disastrosamente le ambigue vie di una domanda accolta alla lettera. Perdendo così l’occasione per trasformare l’impossibilità all’amore
in un amore impossibile nel quale permettere all’ individuo di sottrarsi al peso schiacciante del fardello che il disamore dell’origine gli consegna, come un’eredità destinata a gelificarsi in testamento.

*Psicologo e psicoanalista. È docente presso l’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicanalisi Applicata)

[1]              Silvia Plath, Barrew Woman, in “Tutte le poesie”, Mondadori, Milano 2013, p. 452.

[2]              Sigmund Freud, L’Io e l’Es, vol. 9, Freud Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1977, p. 493.

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