ARTICOLO DEL MESE – GIUGNO 2013

 

Aver cura delle storie tese.

Ipotesi per una narrative stewardship delle storie di chi ha subito violenza

di Massimo Michele Greco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO E ANTICIPAZIONI DI LETTURA

 

 

 

 

 

 

 

Aver cura delle storie tese

Ipotesi per una narrative stewardship delle storie di chi ha subito violenza

 

Massimo Michele Greco*

 

In Italia sembra essere caduto il muro di silenzio sul fenomeno della violenza maschile contro le donne. Aumenta il numero di eventi politici, culturali ed educativi dove il tema viene dibattuto. In molti casi, riconoscendo alla narrazione una capacità particolare di colpire l’attenzione del pubblico e determinare un forte coinvolgimento, si integra nell’offerta anche un brano di vita vissuta.

Si potrebbe dire che in effetti la rivolta contro l’oppressione maschile, millenaria e violenta, ha trovato forza tramite il raccontarsi tra donne le proprie storie di donne: come se il partire da sé mirasse a trovare e a dare capacità ad una nuova e diversa voce, in grado di dire nella scena pubblica e politica il cosa penso, solo dopo aver preso contatto con il cosa mi è successo e con il cosa ho provato e provo. Con le altre, non da sole. Nemmeno quando si scriveva nella stanza tutta per sé si era sole, ma si stava in un’interlocuzione, anche immaginaria. Nel dialogo collettivo della condivisione e dell’interlocuzione tra donne sui propri vissuti, si costruiva il discorso necessariamente astratto della politica, che all’ascoltare la vita come la viviamo dovrebbe sempre tornare. Dall’immaginazione morale che l’ascoltare un racconto sollecita, si è potuto creare un nuovo linguaggio dei bisogni, dei desideri e dei diritti, che non sia una semplificata traduzione al femminile di un modello maschile. Come dire, una rivoluzione paradigmatica, pratica e politica – per lo più non-violenta – basata su un approccio fenomenologico della narrazione in prima persona, che da singolare diventa plurale.

Troppa grazia narrativa

Il personaggio politico dall’animo più riflessivo e sensibile spende finalmente la parola “narrazione” nel suo discorso, rendendo esplicita ed intenzionale anche in politica quella svolta narrativa che già dal secolo scorso si era determinata soprattutto nelle scienze sociali ed ha avviato pratiche e metodologie, tra cui quella autobiografica. Duccio Demetrio, fondatore insieme a Saverio Tutino della Libera Università dell’Autobiografia, in uno dei suoi corsi di aggiornamento per facilitatori di processi narrativo-autobiografici ha proposto un lavoro di Ezio Raimondi che invita a problematizzare il ruolo di lettori e lettrici di testi. Il dilemma che pone l’etica del lettore di Raimondi mi sembra interessi soprattutto il rispetto del testo, soprattutto rispetto alla sua interpretazione. Con i testi autobiografici, il posizionamento etico del nostro sguardo e del nostro ascolto rispetto alla parola scritta è ancora più importante nel suo essere un irrisolvibile enigma.

Nella mia piccola esperienza di sollecitazione, raccolta e pubblicazione di storie di vita da parte di donne che hanno subito violenza, mi sono quindi posto problemi che riguardano la responsabilità che si ha quando si diventa promotori della produzione e diffusione di testi che riportano – spesso appositamente in dettaglio – elementi personali scabrosi della vita della persona. Non si tratta solo gestire il pericolo che elementi personali rivelati in pubblico possano nuocere a qualcuno. Si tratta dell’emozione disturbante che provo quando penso a che fine fanno le storie che ho raccolto e pubblicato, se ho avuto cura di sottolineare la prudenza necessaria nel leggerle e usarle, se ho dato strumenti a questo scopo, se ho restituito a chi me le ha donate qualcosa di altrettanto valore.

Nell’ambito delle azioni culturali e politiche riguardanti la violenza maschile contro le donne, io stesso insieme ad altri e altre abbiamo assunto la categoria dell’andare oltre il silenzio. Ciò che bisognava superare era il silenzio, nel senso dell’incapacità – per lo più appresa – di prendere parola e di rivendicare la propria sicurezza e la propria libertà. Anche come uomo, ho riconosciuto insieme ad altri di avere la responsabilità dei nostri silenzi maschili, dei mutismi con cui portiamo avanti le relazioni affettive, del silenzio di cui ammantiamo la nostra corporeità e le nostre emozioni, fino a quello sfidato dall’appello che ci pongono i volti e le parole di chi soffre per colpa dei comportamenti maschili violenti.

La ricerca sociale così come quella antropologica, etnografica e psicologica (e da ultimo anche la scienza infermieristica e medica) alle prese con i racconti di vita, hanno già risposto riguardo ai parametri etici da osservare per rispettare il soggetto da cui proviene la storia. Ma mi sembra di poter dire che, a braccetto
con la buona fede, lo zelo e le possibilità informatiche, la moda di utilizzare le storie di vita per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi di invisibilità e insensibilità sociale – come appunto la violenza maschile contro le donne – abbia determinato situazioni in cui è necessario costruire insieme un nuovo atteggiamento e una più pensosa sensibilità.

Si è determinata a mio parere un situazione paradossale: si applaude la presa di parola, si approntano siti per dare voce ai soggetti più svantaggiati, dopo di che si riposa soddisfatti di aver fatto il proprio lavoro di divulgatori e promotori della presa di parola pubblica. Pochi si sentono però responsabili di generare un cambiamento, in se stessi e nei soggetti di cui si parla nelle storie.

Le cose non si aggiustano da sé, almeno nella mia esperienza; e la sola esposizione non sembra funzionare al fine di generare una trasformazione in positivo. Lo svelamento pubblico si rende possibile grazie ad una promessa che non si capisce chi debba mantenere, ad un’aspettativa il cui bandolo non rimane in mano a nessuno, con delle conseguenze sulla cui titolarità bisognerebbe interrogarsi. E immagino torni desolata la solitudine originaria del soggetto, beffato e defraudato della propria storia e del controllo su di essa.

Un racconto di vita vissuta è un fenomeno prezioso e pericoloso – come un farmaco – dotato di una sua autonoma profondità. Una sollecitazione lo ha fatto consolidare ed affiorare dal segreto dell’interiorità narrativa, di per sé liquida e muta. La sua forma non è esente da complicità, ad esempio con le meta-narrazioni con cui  si rassicura e si rende intellegibile, né da autoinganni, mistificazioni e compiacimenti. Viene alla luce qualcosa e da alcuni e alcune è sbandierato in pubblico – se no, che gusto c’è – come un trofeo, recitando magari il gioco delle parti degli umili agevolatori. Ho visto e letto così di persone che si mostrano e raccontano di se stesse e di altre persone, senza pudore, convinte che la narrazione sia uno spazio di diritti e non anche di doveri o di rischi, per sé o per gli altri protagonisti. E nell’automatismo di cliccare “mi piace/non mi piace”, nella rarefazione dell’“aderisco” di un appello online, nella mancanza di ritegno biografico di un commento ad un blog, è in opera il disimpegno morale. Esattamente l’opposto di quello che la narrazione resa pubblica aveva la funzione di realizzare.

Al servizio del corpo del testo

Mi imbatto nel vocabolo stewardship in testi che trattano di organizzazione dei servizi e di professioni sanitarie, ma anche in lavori riguardanti la gestione dei traumi psicologici e del burn-out. Sono ambiti in cui si allude ad una responsabilizzazione e ad un posizionamento sollecito nei confronti dell’offerta di risposte ai bisogni di salute, rese complesse e complicate dalla frammentazione dei soggetti offerenti e richiedenti. Nella cultura anglofona, la radice di questo vocabolo risale alla Bibbia, l’amministratore dei propri talenti della famosa parabola ad esempio. In contesti laici, il campo dove si è speso per primo il termine è l’ambientalismo, per poi essere incluso nei modelli di management e di leadership. Fondamentalmente, lo steward ha cura di un bene che non possiede ma che gli viene affidato con fiducia, che gestisce con saggezza, interpretando un ruolo che genera uno spazio di sicurezza e di cura, come il maggiordomo che ti fa sentire a casa. Riguarda comunque più il concetto di servizio che quello di controllo e si estende nel tempo e nello spazio al di là degli specifici soggetti in gioco, verso un bene percepito come collettivo, fossero anche i privilegi di una casta di nobili.

Tradotto in italiano, il termine è meno affascinante: “amministrazione”, “gestione” di ruoli apparentemente privi di personalità propria, occupati in compiti rilevanti per il comfort ma pur sempre triviali. Avendo una formazione infermieristica, capisco subito invece la potenzialità di questo posizionamento di servizio e di prendersi cura, a cui la parola estera cerca di dare prestigio. La stewardship in campo sanitario ad esempio allude a varie possibilità: il curante sollecito nei confronti del bene-salute, che non gli appartiene ma che gli viene affidato; il dirigente di una struttura sanitaria pubblica, che ha cura di una organizzazione che non possiede e che è al servizio di un bene comune; la stewardship di se stessi, considerandosi il primo bene a servizio degli altri. Il termine quindi allude ad una dimensione sì gestionale, ma anche escatologica e vocazionale. Nello stesso tempo, il termine sembra stemperare il pericolo dell’atteggiamento paternalista, così come del maternage, insito nel prendersi cura, nel curare, nell’educare.

La prospettiva infermieristica mi aiuta a considerare il testo autobiografico come un corpo, che mi viene affidato e la cui intimità io debbo preservare, considerando la misura del riserbo qualcosa che non riguarda solo la persona svelata, ma anche il pudore, la sensibilità o la malizia di chi capiti a tiro di sguardo sulla messa a nudo. Perché se la scrittura di sé è cura di sé, il suo dispiegarsi scopre e manifesta qualcosa che può essere – e forse lo deve essere in un certo senso – osceno.

La prudenza di non giocare la scrittura autobiografica così facilmente nel palcoscenico pubblico, in un ascolto privo di patti, può preservarla anche dalla tentazione di conformarsi all’egemonia delle meta-narrazioni vigenti, ad esempio quella del riscatto: la vittima è in pericolo e soffre; qualcuno/qualcosa corre in soccorso della vittima; la vittima ritrova la sua serenità insieme a tanti apprendimenti salutari; il cattivo fa la fine che si merita, oppure no, se la società è ancora ingiusta. Ma lei sempre vittima rimane, per la soddisfazione delle strategie narrative di chi di quel racconto si serve.

La letteratura scientifica ci spiega che lo scrivere autobiografico nelle persone che hanno un disagio, e addirittura per chi ha subito un trauma, in determinate e specifiche condizioni costituisce un processo benigno. Da questa attività, si produce un’entità dinamica, lo scritto autobiografico, che possiamo quindi considerare un bene, ossia un qualcosa di valore. Esso ha consistenza e permanenza e conserva una connessione, nella ricerca di altre connessioni, con chi l’ha generato e con il suo mondo. Se questo bene non è nostro ma è dell’autore/autrice, la decisione sul suo utilizzo dovrebbe sempre tornare ad essi: può essere scambiato con altri testi o con altri valori, o custodito in cassaforte, o venire investito, addirittura può cambiare in una seconda versione e quanto altro, ma non può essere altri che l’autore e l’autrice a compiere questa attività.

Nello stesso tempo, l’atteggiamento di stewardship dovrebbe interrogare su come preservare quel bene, perché la sua funzione è proprio la cura specifica dei beni che le vengono affidati e la consapevolezza delle loro vulnerabilità. Un esempio potrebbe essere sapere quali rischi “narrativi” si possono correre e avvertirne l’autore o l’autrice, perché la stewardship allude ad una competenza che va oltre l’individuo e suggerisce, in questa mio lavoro di ipotesi, di immaginare anche una cura della meta-narrazione, della noosfera narrativa entro cui il testo va a trasmigrare.

Allora, bisogna studiare attentamente il processo di vita di queste storie di violenza di cui la società sembra essere molto avida ultimamente. Sono già state verificate metodologie precise su quali sono le condizioni benigne di sollecitazione ed emersione dello scritto autobiografico, anche a prescindere dalla vulnerabilità del soggetto (della persona e del tema); ci sono delle ground rules per la condivisione e l’accoglienza di queste storie nei contesti laboratoriali e di apprendimento. Si deve attivare anche una coscienza ed una competenza che presidi il destino di questi testi e di queste storie, la loro capacità di risuonare volente o nolente nella pluralità di spazi e di tempi e di contesti dove oggi i testi si trovano a navigare. L’approdo infine, la casa, il luogo sicuro dove il valore e la vulnerabilità del soggetto (di nuovo inteso insieme come il contenuto del testo e chi l’ha scritto) possono trovare la loro sicurezza.

 

*Infermiere coordinatore, lavora nel campo della Formazione sulla Sicurezza sul lavoro.
Collaboratore Scientifico della Libera Università dell’Autobiografia
e curatore del progetto europeo “Scrivere oltre il silenzio.
La competenza autobiografica per aiutare le donne vittime di violenza”.

 

Bibliografia

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