Bambini e bambine: doveri della genitorialità e legalità

I minori e le contraddizioni del sistema giudiziario. Responsabilità sociali ed esercizio dei diritti.

I diritti dei minori

La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo rappresenta senza dubbio un documento innovativo e che rispecchia un cambiamento di mentalità nei confronti dell’infanzia ormai consolidato durante tutto il Novecento.

Ciò che in modo particolare emerge all’interno del Documento e che intendiamo analizzare in questo articolo riguarda l’equilibrio dei rapporti fra gli interessi dei bambini e degli adolescenti da un lato e le responsabilità che lega ad essi i doveri dei genitori e dei tutori legali, dall’altro. Il grande balzo che ha caratterizzato il passaggio dai significati espressi dalla Dichiarazione del 1959 a quelli della Convenzione dell’89 riguarda proprio il superamento dell’idea che il minore debba essere considerato quale entità a sé stante, non inquadrato all’interno di un contesto familiare e legale che funge da cornice alla sua esistenza e ne dà il valore.

L’intervento a sua difesa e “protezione” assumeva così i toni di un principio astratto, improntato a una benevolenza espressa dall’alto, in modi di tipo “aristocratico”.

La Convenzione dell’89 dedica alcuni articoli (12, 13, 14, 15, 16) al diritto del minore ad assumere una propria libera espressione in settori significativi della vita sociale, come, ad esempio, il credo religioso, o l’associazionismo, la tutela della privacy e, soprattutto, l’obbligo di essere ascoltati rispetto alle decisioni che li riguardano. Ma a questi diritti associa degli specifici doveri sociali per i genitori, che acquisiscono l’onere di sostenere l’effettivo godimento dei riconoscimenti che discendono dall’applicazione della Convenzione. Tutto ciò in armonia coi principi della tutela legale, la quale riceve il compito di sorvegliare sul funzionamento del sistema stesso, in qualità di “sistema di garanzia”.

Pensiamo all’importanza che questo aspetto acquista, se rivolgiamo la nostra attenzione ai servizi sociali e di tutela legale dei minori; alla valorizzazione che questi ricevono e ai nuovi compiti che spetta loro.

Nasce l’esigenza di un progettato e articolato processo d’interconnessione fra le famiglie e i servizi per l’effettiva realizzazione del piano dei diritti dei minori.

L’articolo che sommamente manifesta questo mutamento di rotta è l’articolo 3 nel momento in cui afferma: “… i massimi interessi del bambino/a devono costituire oggetto di primaria considerazione”. Naturalmente questa affermazione è rivolta innanzitutto ai genitori, oltreché ai governi: “Gli Stati Parti alla presente Convenzione si impegnano nell’assicurare al bambino/a la protezione
e le cure necessarie al suo benessere, tenendo conto dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, dei tutori legali e a questo fine prenderanno ogni appropriata misura di carattere legislativo/amministrativo”. (art. 3, comma 2)

L’addebitamento di responsabilità nei confronti della famiglia è stabilito in modo chiaro a prescindere dall’organizzazione socio-culturale del Paese che intende sottoscrivere il Documento. Ancora, nell’art. 5, si attribuisce ai genitori: “un’appropriata direzione e guida per il bambino nell’esercizio dei diritti dell’infanzia riconosciuti nella Convenzione”; compito questo di grande responsabilità, ripreso anche al comma 2 dell’articolo 14 dove si dice che: “Gli Stati Parti devono rispettare i diritti e i doveri dei genitori (…) intesi a fornire al bambino un indirizzo nell’esercizio dei suoi diritti in modo rispondente alle capacità evolutive del bambino medesimo”.

Ma ciò che interessa principalmente in questo articolo, dedicato alle responsabilità sociali dell’esercizio dei diritti dell’infanzia è il contenuto dell’articolo 18 della Convenzione, il quale afferma che “ambedue i genitori hanno comuni ed eguali responsabilità in ordine all’educazione e allo sviluppo del bambino. I genitori, o i tutori legali, hanno la responsabilità primaria in ordine all’educazione e allo sviluppo del bambino/a. I maggiori interessi del bambino/a costituiranno la loro preoccupazione fondamentale. (…) Gli Stati Parti devono fornire un’assistenza appropriata ai genitori o ai tutori legali nell’adempimento delle responsabilità di allevamento del bambino/a e devono assicurare lo sviluppo di istituzioni e servizi per l’assistenza all’infanzia”.

Ciò che infatti assume maggiore importanza, è il principio della bigenitorialità, che viene affermato dall’articolo 18. Sia il padre che la madre sono individuati come fonti di diritto per il minore, dalla cui collaborazione nasce la garanzia di un’educazione e di una crescita coerente e integrata.

Lo Stato dunque, attraverso gli strumenti del diritto e mediante anche l’operato dei servizi sociali, si dovrebbe far garante dell’adempimento dei doveri dei genitori (e dei tutori), impegnandosi a fornire tutti gli strumenti necessari per tradurre in benessere per i figli il loro impegno, specificando che entrambi (papà e mamma) devono essere egualmente impegnati nel loro compito di educatori e di sostenitori.

E questo è il punto dolente.

Nell’articolo 27 della Convenzione si ribadisce che lo Stato riconosce al bambino il diritto di godere di un livello di vita adeguato, ai genitori la primaria responsabilità di assicurare tale livello di mantenimento anche quando uno dei due non dovesse più convivere col figlio o coi figli. Lo stato è inoltre investito del compito di accertare che tale responsabilità sia assolvibile e in seguito che venga assolta.

Il principio della bigenitorialità, pur essendo prefigurato nell’ordinamento civile italiano, ha una certa difficoltà nel trovare un modo adeguato di esprimersi, specie nel momento in cui il ciclo familiare subisce una rottura. L’articolo 3 della Costituzione infatti si limita a sancire l’anteposizione dei doveri verso i figli, prima ancora di definire i diritti dei genitori. Ma questo è ancora generico e poco fruibile nel momento in cui la struttura stessa della famiglia entra in crisi. Non sufficiente, a tale proposito, è anche la trasformazione del diritto di famiglia del 1970. Prima di questa data la potestà genitoriale si riassumeva in un diritto/dovere di educare i figli “secondo la morale corrente”. La partecipazione dei figli alle decisioni, il dialogo familiare, lo scambio di esperienze, non sembravano preoccupare il legislatore. Un poco prima, la legislazione del Ventennio imponeva l’esercizio della podestà “secondo la morale corrente e l’etica fascista”.

La nuova formulazione dice che i genitori hanno il diritto e il dovere di educare i figli “secondo le loro attitudini e secondo le loro aspettative”. Il compito del genitore (ogni genitore, e quindi sia il padre, che la madre), che discende dalla filosofia della riforma del diritto di famiglia, consiste nell’educare il figlio sulla base del registro di un desiderio generico di sviluppo, assecondando le sue linee di crescita e non le proprie aspettative. E’ importante che una legge giunga ad affermare che i genitori crescano i loro figli, riuscendo a individuare le loro vere attitudini, le loro vere, autentiche aspirazioni, e devono farlo anche se i desideri dei ragazzi sono diversi  dai propri.

Tuttavia, la riforma presenta due gravi lacune, che rischiano di provocare effetti gravemente dannosi per la società: la prima riguarda il supporto all’effettivo esercizio della bigenitorialità, come bene fondamentale del minore, specie nel caso delle separazioni e dei divorzi; la seconda invece è relativa alla determinazione di un livello di responsabilità anche dei figli, in una logica di condivisione dei benefici, ma anche dei doveri che la legge accorda nel momento in cui individua un soggetto come portatore di diritto.

Nel caso delle separazioni e dei divorzi conflittuali il significato della bigenitorialità acquista un maggiore valore poiché i figli appaiono più bisognosi di attingere ad entrambe le fonti affettive rappresentate dal padre e dalla madre, per far fronte alla “rottura della famiglia interna” ed accedere a un nuovo livello del legame genitoriale. Proprio per questo motivo, la Convenzione insiste su questo diritto, anche se non si sofferma a spiegare le fattispecie civili in cui questo principio esprime la sua massima efficacia.

Rimane alle legislazioni nazionali recepire il messaggio che la comunità allargata individua quale bene comune della minore età. In Italia è accaduto frequentemente che i tribunali civili abbiano contravvenuto alla normativa internazionale, anche se la Convenzione è stata sottoscritta pienamente e ora fa parte delle fonti normative che dovrebbero guidare la giustizia stessa.  La sua non applicazione ha provocato richiami ufficiali da parte delle Nazioni Unite al nostro Paese, e questo non costituisce certo motivo di soddisfazione, né formale, né tanto meno sostanziale.

A ciò non si sono sottratti neppure i tribunali per i minorenni che, troppo spesso, emettono ordinanze temporanee e urgenti sui minori, senza approfondire le reali possibilità di giungere a una condivisione della responsabilità genitoriale fra il padre e la madre, condividendo le scelte ideologiche espresse dai tribunali ordinari, costituendo un fronte allineato sull’assegnazione dell’affidamento genitoriale esclusivamente alla madre, se non in rari casi, che costituiscono le eccezioni alla norma.

Dal nostro punto di vista il coaffido, espressione di condivisione di diritti-doveri, nei confronti dei figli dovrebbe essere la strada ordinaria per la valutazione dell’affidamento, fatte salve quelle condizioni particolari, rispetto alle quali, con dovere di rendicontazione, il tribunale provvede ad emettere un giudizio contrario alla bigenitorialità.

Per quanto riguarda il secondo punto, e cioé il giusto bilanciamento fra diritti e doveri del minorenne, è necessario esprimere qualche considerazione, che riprenderemo anche in sede di conclusione dell’articolo, nel paragrafo seguente. Anche in questo caso occorre puntare l’attenzione su un principio di carattere omissivo che segue gli sviluppi della legislazione sociale italiana inerente la minore età. Il chiarimento circa i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non può, in nessun modo, condurre a una ideologia tesa a idealizzare il piano dei diritti soggettivi, senza porre con altrettanta serietà, i doveri che dal godimento dei diritti scaturiscono; doveri verso la collettività, da quella più ristretta rappresentata dalla stessa famiglia, a quella più allargata: la comunità, la società nel suo complesso. Se al minore è riconosciuta l’autonomia nella scelta dei propri percorsi di sviluppo, ciò non significa che i genitori non possano, lecitamente, chiedere conto dei risultati di tali scelte, per motivi educativi e d’indirizzo. E’ giusto che un ragazzo possa andare alla ricerca dei sentieri che lo condurranno alla formazione di una propria identità, ma di questa ricerca dovrà rendicontare a livello interpersonale; non tutta la condotta umana può essere riconducibile a un percorso personalissimo, privo di addentellati con resto dell’ambiente sociale e culturale. Non si gode di diritti al di là di qualunque dovere connesso alla socialità del contesto in cui si vive e si cresce. Questo vale per gli adulti, ma anche per i minori.

La legalità dovrebbe appropriarsi di questo aspetto della cultura della “cittadinanza”, dove si pone l’accento sul duplice legame che mantiene avvinto il cittadino allo stato; da un lato il riconoscimento dei diritti e la loro protezione a favore dei singoli, dall’altro la richiesta del rispetto dei doveri, a protezione dei beni collettivi, non
meno importanti di quelli personali per la realizzazione di un livello etico di convivenza.

I diritti del minore nell’ambito giuridico

Il riconoscimento dei diritti del minore subisce una profonda battuta d’arresto nel momento in cui si analizza la questione dal punto di vista dell’ordinamento giudiziario. E questo può essere considerato come una sorta di paradosso.

Il livello più astratto attraverso il quale si manifesta la struttura del diritto, ovvero quello collegato all’ordinamento nella sua più alta e vasta accezione, sembra vivere in questo momento una vera e propria crisi d’identità. Una crisi determinata essenzialmente dalla divergenza che sembra attraversare il sistema giuridico quando si pone come interlocutore il minore: bambino o adolescente quale esso sia.

Si osserva infatti una tendenza a considerare in modo separato le questioni relative ai beni protetti, quando i fatti hanno a che vedere col diritto civile, piuttosto che nel momento in cui le questioni si presentino di pertinenza del diritto penale.

In questo senso la normativa, sul versante della giurisprudenza non solo di merito, ma anche cassazionale, sta proponendo, in termini formali, alcune linee di tendenza che determinano una sorta di splitting in merito alla gestione e all’esercizio effettivo dei diritti personali.

Diritto civile e diritto penale sembrano porsi come estremi all’interno di una contraddizione profonda in cui si dibatte la società italiana e che vede convivere nell’intimo del medesimo sistema ordinistico la protezione di una sorta di diritto alla immaturità e alla dipendenza familiare da parte dei figli e il riconoscimento di una piena responsabilità d’azione a prescindere dal grado di raggiungimento di una condotta equilibrata e matura, nel momento in cui ci si trovi di fronte a una infrazione penale.

Anche il sistema giudiziario riflette a livello istituzionale il medesimo fenomeno che caratterizza una netta linea di sviluppo che ha assunto la società italiana in questa fase di new economy post-capitalistica. E’ quanto si traduce in una schizofrenica partitura fra il riconoscimento di una età evolutiva di lunghissima estensione, e forse da più punti di vista qualificabile come interminabile, e l’ancoraggio del discrimine fra assunzione di responsabilità relativa ai doveri sociali al raggiungimento della maggiore età. Da un lato quindi l’apprezzamento degli sviluppi delle problematiche sociali, in termini di accettazione di un ampliamento dei diritti esercitabili nell’ambito civile, dall’altro la determinazione del fatto cronologico connesso al compimento del diciottesimo anno per sancire legalmente il momento in cui la “maturità” è raggiunta al livello della giustizia penale.

Sul piano sociale è indubitabile quanto sia consolidata questa tendenza che mira a identificare una nuova entità evolutiva, l’area della giovinezza, del tutto improntata in senso latamente adolescenziale e che trascina con sé i diritti della minore età: in primo luogo il diritto ad essere “figlio”, deprivato di responsabilità economica e protetto all’interno di una famiglia viscosa, ma anche attardata nel concedere il distacco e l’autonomia.

Il sistema familiare trova buona alleanza nei vantaggi che questo crea dal punto di vista collettivo: è funzionale, in primo luogo, all’ampliamento dei tempi di formazione che le professioni della new economy richiedono ai futuri lavoratori; ma l’utile è senza dubbio meglio orientato nella creazione di una forte e specifica nicchia di mercato verso cui la cultura giovanile può rivolgersi con tutte le sue variegate forme di manifestazione. Quanto più gli uomini e le donne rimangono ancorati a una cultura di “figli”, tanto meglio e più a lungo possono attingere al mercato di beni specifici che l’economia riserva loro. Pensiamo ad esempio ai beni collegati alla filiera sportiva (fruizione di attività sportive, abbigliamento, attrezzatura, moda, settori alimentari e paramedici connessi, ecc.), alla filiera del cosiddetto “body-care” (beauty farm, cliniche del benessere, prodotti alimentari, para-alimentari, farmaceutici, di cosmesi, ecc.), a quella musicale, ai viaggi e al turismo educativo e culturale, ecc.

L’aumento dei tempi di formazione è di nuovo funzionale al problema della disoccupazione giovanile, che ottiene ristoro dal fatto che molti giovani rimangano tali per periodi prolungati, in modo così da affacciarsi al problema dell’occupazione in modo lento e progressivo.

Maggiore istruzione; percorso differenziato e rallentato verso l’attività lavorativa; lavoro più qualificato, tecnologizzato e flessibile: sono queste le mete che la new economy si propone per realizzare gli obiettivi connessi alla fascia giovanile all’interno del nuovo ordine sociale proposto sulla scorta della globalizzazione.

Si tratta di un programma chiaro che tuttavia non manca di mostrare altrettanto visibilmente le deboli fondamenta sulle quali esso si erge. Occorre a tal fine riferirsi a due principali ordini di problema: le questioni che discendono dall’applicazione reale delle regole del nuovo sistema; le questioni collegate alle discrasie fra aspetti di natura civile e di quelle di natura penale.

Le regole del sistema propongono come “normale” l’ampliamento della cultura dell’immaturità, fino ad estendere una sorta di diritto al godimento del ruolo di “figlio” ben oltre il limite della maggiore età.

Ciò equivale a considerare apprezzabile un principio di de-responsabilizzazione, il quale trova consistenza anche nel diritto civile, dal momento in cui alcune sentenze della suprema corte hanno finito col ritenere necessario proteggere l’assegno di mantenimento anche in casi in cui i figli maggiorenni hanno preteso di vedersi riconosciuto il diritto allo studio senza nessun corrispettivo sul piano del conseguimento di reali progressi sul piano scolastico e universitario.

L’esplicito insegnamento che si può trarre da una simile condotta giuridica equivale a sancire l’ovvia asimmetria che divide i diritti dai doveri, introducendo un pericoloso percorso che conduce alla salvaguardia dei diritti personali, svincolati tuttavia da ogni sorta di integrazione in termini di dovere che la comunità, a partire dalla famiglia, ha legittimità di esigere.

La suprema corte sembra avviata nella direzione di offrire incentivi nei confronti di una civiltà giovanilistica che ora tende a privilegiare alcuni aspetti dei diritti soggettivi (quelli dei minori, dei giovani e dei “giovanili”), funzionali allo sviluppo di un certo mercato, ma che potrà anche andare oltre, negando così un principio etico fondamentale: l’equilibrio fra i diritti (a favore dei singoli) e dei doveri (a vantaggio della società) che uno stato non può alterare, pena la costituzione di sacche di diritti egoistici, contrari al significato stesso dell’aggregazione sociale.

Per quanto riguarda il secondo aspetto occorre ricordare che il raggiungimento della maturità equivale a un fatto reale, dal punto di vista penale, ossia il compimento del diciottesimo anno. Per il reo quindi non vale alcun principio di attenuata responsabilità; su di lui si consuma l’irrazionalità di un sistema che nel contempo lo ritiene “figlio” sul piano civile, come tutti accolto dall’anima generosa del diritto civile (bravo fruitore del mercato dei diritti soggettivi), ma come autore di reato è inchiodato alla sua condizione di responsabile, penalmente perseguibile.

Se questa dicotomia trova modo di costraddistinguere differenti atteggiamenti istituzionali, cristallizzandoli nell’ordinamento giuridico di un Paese, il fatto desta senza dubbio molte più preoccupazioni. Questo perché, dal punto di vista del diritto, si crea una notevole differenza, nella struttura stessa dell’ordinamento fino al punto di vedere confliggere i due rami della giustizia in una insanabile contraddizione.

*Psicologo, psicoterapeuta,

docente Criminologia

Università Ferrara