Bambini di famiglie migranti e tempo libero

 

Bambini di famiglie migranti e tempo libero

Mariangela Giusti*

 

 

Bambini di famiglie migranti e tempo libero

Mariangela Giusti*

 

Luoghi di svago per genitori e bambini

Negli ultimi anni il turismo breve di una giornata è diventato multiculturale, abitudine consueta di vita per chi è arrivato da altrove e vive in Italia[1]. Le famiglie straniere immigrate e stabilizzate si recano coi bambini in spiagge, parchi fluviali, parchi urbani, luoghi che si collegano alla socialità, alla spiritualità, al corpo, cercati, scoperti, conosciuti e insegnati ai figli piccoli; ambienti verdi inglobati negli spazi urbani o facilmente raggiungibili dalla città, che, grazie alla vicinanza e alla frequentazione costante, hanno creato nel giro di pochi anni forti legami con momenti di convivialità familiare, coi bambini e gli anziani: “Andiamo tante volte a pescare… ci pensiamo un po’ prima, poi andiamo a fare la spesa e decidiamo… cucino io, portiamo il riso per mangiare con i pesci che pescano. Poi i dolci per i bambini… piano piano si svegliano i bambini, mio marito, mio padre… Quando arriviamo ci si sistemiamo, al Lago Inverigo, ci sono i tavoli, come a casa nostra… loro vanno a pagare e iniziano a pescare, intanto i bambini giocano col pallone, le racchette… Io aspetto, poi se pescano sennò lo compriamo. Poi mangiamo le trote col riso e verso mezzogiorno o l’una si prende un caffè e dopo mangiato si riprende a pesare perché di solito pagano due ore che costa meno e io sto con i bambini, gioco con pallone, mi diverto con loro…” (donna, meno di 40 anni, due figli).

C’è la ricerca di luoghi che accolgano, dove bambini e adulti si possano sentire uguali, dove è avvenuto qualche fatto straordinario (addirittura miracoloso), dove ritrovare un senso dell’esistenza nella condivisione, nella convivialità sincera, in un sentire comune che affratelli[2]. Dice un uomo (50 anni, due figli): “Ci svegliamo presto, io mia moglie e i bambini, partiamo verso le cinque arriviamo a Tirano ci fermiamo al santuario, facciamo colazione e ripartiamo, arriviamo a Trepalle, facciamo spesa e poi a Lìvigno…”.

“Noi siamo cinque: io mio marito, tre bambini. Andiamo fuori la domenica, al mare, in montagna, in luoghi della fede, spesso ci riuniamo tutti in chiesa e in un parco” (40 anni, tre figli).

Insegnare le tradizioni

Da diversi colloqui emergono riferimenti a tradizioni che si rafforzano nella giornata di tempo libero, nel riproporre ai bambini alcuni riti della cultura di provenienza. Le persone che si sono rese disponibili a collaborare alla ricerca appartengono tutte a famiglie che vivono ormai da molti anni la migrazione, tuttavia ritengono che la cultura del paese d’origine debba essere tramandata e insegnata ai figli, di generazione in generazione. S’incontrano riferimenti a patrimoni culturali minuti di dimensione familiare (ricette del cibo, parole delle canzoni) e a grandi eventi della tradizione storica e religiosa del paese in cui si è nati e si è trascorso buona parte della vita[3].

Molti citano il Senor dos Milagros come fa, per esempio, questo capofamiglia: “In Perù è considerato buon auspicio offrire qualcosa agli stranieri presenti alle feste, è un senso di solidarietà da parte del nostro popolo, poi c’è l’idea che bisogna essere fedeli alle proprie tradizioni, noi peruviani immigrati sentiamo il bisogno di portare in Italia la devozione del Senior de los Milagros. Qui da voi la fede è vissuta meno intensamente, il lavoro assorbe gran parte del tempo, non tutti vanno a messa. Inoltre abbiamo una forte devozione per il Santo Martin… ogni volta che lo prego mi sento a casa. Cerco di organizzare molte iniziative e feste per recuperare le nostre radici. Queste feste sono occasioni speciali per ritrovarsi e stare insieme. Ritrovare i propri connazionali in un contesto nuovo è per noi immigrati fantastico perché permette di annullare le distanze culturali e sociali dell’immigrazione…” (uomo, 45 anni).

Sono tradizioni e riferimenti culturali trasmessi dagli antenati, raccolti dagli adulti e ora insegnati ai bambini. Una catena senza interruzione che consente di mantenere radici e riferimenti identitari, di riconoscersi in una storia comune, anche se dispersa nel mondo. Per le famiglie di antica immigrazione sudamericane e filippine il giorno di vacanza domenicale contiene almeno due componenti educative e formative: la trasmissione del senso della condivisione e il mantenimento di riferimenti culturali. Sia l’una che l’altra si manifestano in forme d’insegnamento reciproco costante fra adulti e in svariate occasioni d’insegnamento rivolte ai piccoli e ai più giovani.

“Abbiamo l’abitudine di riunirci tutti insieme tra parenti anche perché siamo molto religiosi e spesso ci capita di ritrovarci in chiesa. Abbiamo mantenuto comportamenti di rispetto legati alle persone anziane, ai propri parenti, tra noi esiste un tipo particolare di saluto che equivale allo scambio di un bacio qui in Italia, è un saluto che significa estremo rispetto, ci si tocca la fronte col palmo inferiore della mano…è un segno di rispetto. Una domenica di vacanza recente è stata a Bormio, mio marito si trova là per lavoro e siamo andati anche io e i bambini, l’aria è pulita e frizzante verso l’ora di pranzo cerchiamo un posto e abbiamo fatto un picnic con il pranzo al sacco… Ricordo il verde intenso degli alberi e le distese dei prati in fiore” (donna, meno di 40 anni, tre figli).

“Di solito la domenica devo lavorare in casa, non c’è tanto tempo libero, andiamo insieme ad altri filippini a fare il picnic al parco di Bruzzano, soprattutto a primavera. Mi piace vedere il mio bambino che corre, si diverte a rincorrere i cani o a giocare coi fiori… due anni fa quando sono arrivata con mio marito e mio figlio non conoscevamo nessuno, i primi tempi eravamo solo noi, né parenti né conoscenti. Poi una mia collega ha insistito molto con me… ha detto devi venire… mi ha fatto conoscere tanta gente filippina, con loro ci troviamo qualche domenica al parco.” (donna meno di 40 anni, un figlio)

La domenica è intesa come giorno intriso da un’atmosfera intensamente partecipativa, che deve essere insegnata e appresa attraverso azioni, gesti, l’uso del corpo (partite di sport, gare, danze…), che deve essere godibile, visibile, rituale. E’ un’atmosfera di condivisione che passa da adulto a adulto e da adulti a bambini: “Sono orgogliosa che sono con la mia famiglia, che giochiamo, dedico il tempo alla mia famiglia. A volte mi chiedono quanti anni hai e dicono 24 già con due figli ma và…,ma son contenta che ho avuto i miei due figli presto…” (giovane donna).

“La mattina ci svegliamo, a volte portiamo i panini, altre volte cuciniamo noi lì sul posto. Partiamo io e la mia famiglia con anche i miei amici, stiamo lì, giochiamo a calcio, a pallavolo, chiacchieriamo, poi verso le 18 torniamo a casa…portiamo i tavolini, le sedie, la griglia se  andiamo al lago” (uomo, padre).

I colloqui parlano del bisogno di ritrovare e riconfermare identità disgregate, cercare modi per bilanciare la condizione di precarietà tipica della vita di tutti i giorni. Le attività del tempo libero domenicale si distaccano dal tempo ordinario e le esperienze vissute in gruppo nel giorno di vacanza si riversano poi nell’esperienza della quotidianità; il tempo domenicale si pone rispetto al tempo del lavoro come suo completamento. La domenica è la giornata in cui si vuole essere se stessi, un’alternativa rispetto alle giornate in cui si è riconosciuti solo perché si lavora, si opera, si dipende da qualcuno, si produce. La giornata domenicale di vacanza è collegata all’idea di evasione nel verde, di fuga: le famiglie sudamericane e filippine paiono volersi immergersi in atmosfere staccate, dove la natura ha la prevalenza. Le attività preparate e svolte nel giorno di vacanza forniscono una carica di energia psichica necessaria per fronteggiare il quotidiano e si trasmettono ai figli modelli di vita e parametri etnico sociali che appartengono all’esistenza precedente l’emigrazione. Il raduno della famiglia e del gruppo, la grigliata nel parco, le danze, i canti, perfino l’abitudine di eccedere con la birra o col cibo diventano forme che rientrano in modi  apparentemente e volontariamente distinti da quelli degli autoctoni.

Le testimonianze raccolte non mostrano atteggiamenti di contestazione verso la società dove questi uomini e queste donne hanno scelto di vivere; si tratta piuttosto della volontà di diversificarsi; c’è la ricerca di un’identità che sia propria, distinta, ben delineabile, anche se solo per un giorno. Non è un caso che molti testimoni fanno riferimento alla comunità che si riunisce per le pratiche religiose, alla comunità coesa, all’idea di confusione, di danza, di musica, di una sfrenatezza particolarmente evidente. Diverse testimonianze contengono riferimenti al mantenimento di feste religiose tradizionali, ai raduni di famiglia, nei quali i partecipanti danno vita a una nuova coesione di gruppo, ritrovando un proprio status e un proprio ruolo, nel vuoto di una condizione di vita che per certi versi lega l’emigrazione a un senso di emarginazione.

La socialità è espressa in diverse pratiche ricorrenti: lo scambio di visite, intrattenimenti reciproci a casa di uno o di un altro, riunioni di gruppi di persone presso le chiese e le parrocchie, persone che negli altri giorni della settimana vivono isolate, disperse nella moltitudine multiculturale della metropoli. La coesione di gruppo si realizza nell’inventare e proporre giochi e gare (molto rammentati sono i tornei di football) che hanno a che fare col corpo, con la fisicità; nella preparazione e nel consumo di cibi tipici, come la grigliata al parco o la sopa (la zuppa); nell’uso della lingua madre; nel rispetto dei precetti religiosi, nelle conversazioni, nello scambio di esperienze coi racconti reciproci, nel riposarsi e rilassarsi, ma insieme.

Le famiglie immigrate di antica tradizione attribuiscono alla giornata festiva settimanale  una complessa funzione socializzante e fondante. La domenica ricrea l’unità della famiglia e della comunità, cerca di essere uguale a se stessa, è strumento e canale di un autoriconoscimento del gruppo attraverso tradizioni che si fondono con l’attualità. Le famiglie mantengono il loro patrimonio culturale: trovano una giustificazione del proprio esistere altrove nell’essere gruppi fortemente coesi e nel mostrarsi agli altri come tali. Lo stare insieme in famiglia, genitori e figli, e con altre famiglie, è un modo per partecipare a qualcosa che riguarda la comunità. E’ una partecipazione che si lega al concetto di socialità, si esprime nei momenti di gioco, di disimpegno organizzato, contrapposto all’impegno richiesto dalle giornate lavorative, che è prettamente individuale. La giornata di vacanza settimanale comprende abitudini, giochi, piccole ritualità; consente che s’instauri una dimensione psicologico sociale d’integrazione e, nonostante che le critiche degli altri vengano percepite e sentite, è una dimensione anche di parificazione.

Educazione dei figli e familiare

La salvaguardia dell’identità culturale e la difesa delle radici sembra rappresentare una necessità: le occasioni del tempo libero sono momenti in cui le microcomunità della migrazione condividono una cultura, comunicano, insegnano ai piccoli, definiscono la propria identità, attraverso l’uso della lingua madre, le azioni del corpo, i gesti, le parole, l’affettività trasmessa attraverso i racconti e attraverso il canale del cibo. In quasi tutte le testimonianze si colgono parole di soddisfazione e orgoglio per l’educazione che le famiglie danno ai bambini e per le relazioni che permangono all’interno delle famiglie stesse: “… siamo contenti di aver trasmesso ai bambini le nostre tradizioni…lo facciamo continuamente, nelle grandi e nelle piccole cose…ho un ricordo vivissimo di una domenica trascorsa in famiglia qualche mese fa dove tutti insieme abbiamo festeggiato il compleanno di mia figlia  semplicemente cucinando tutti assieme, insegnando a cucinare a loro, assaporando i cibi nostri con i tipici odori peruviani…” (uomo, meno di 40 anni, con figli).

“Ora viviamo da voi, la nostra terra rimane nel cuore, amiamo conoscere anche voi e far conoscere noi a voi…stare assieme ad altre persone un giorno intero sul lago ci fa sentire parte di voi…Sono fiera che gli altri vedano il rispetto e l’educazione che hanno i miei bambini …Dobbiamo mantenere le abitudini per loro: giocare coi bambini, ascoltare le nostre canzoni, insegnare i passi dei balli tipici” (donna, meno di 40 anni, con due figli).

“Noi ai bambini gli insegniamo le feste, le tradizioni del Perù, ma loro sono nati qui e vivono qui…non sono peruani, cioè lo sono ma anche no, loro dicono di essere metà e metà…hanno ragione…ma il loro sangue è di Chacas…” (donna, quarantasettenne con tre figli).

“Se siamo sulla spiaggia insieme, mi fa piacere che la gente guardi come tratto mio figlio…” (madre trentenne).

“…sono orgogliosa di come si comporta mio figlio, della sua educazione e del modo garbato con cui si relazione agli altri, non usa modi sgarbati, né cattive maniere né parolacce….” (donna, meno di 40 anni, un figlio).

“Trovo che i miei figli siano più educati e tranquilli, hanno maggiore rispetto nei confronti degli altri e dei genitori…Che dire dei bambini italiani? Sono poco abituati all’impegno, sono capricciosi, una cosa che mi piace è il modo di comportarsi e di vestire della figlia di una signora italiana…” (donna, meno di 40 anni, un figlio).

“…forse noi siamo più affettuosi con i nostri parenti, diamo tanto valore alla famiglia, ho notato per esempio che ci troviamo molto con i calabresi su questo…” (padre, meno di
40 anni, un figlio).

Si comprende dai colloqui che c’è piena consapevolezza che la trasmissione di abitudini e tradizioni non è cosa facile, richiede impegno individuale, caparbietà, organizzazione collettiva, ma sembra quasi essere un impegno morale, a cui non ci si può sottrarre. Lo sviluppo del senso di appartenenza dei bambini alla comunità comporta che siano gli adulti (i genitori per lo più) a far sì che i bambini comprendano i gusti, le tradizioni, i riti, la memoria della comunità  stessa: “i figli grandi ormai sono abituati al nostro cibo…ma la bambina piccola fa dei problemi…si è abituata a mangiare cibo italiano all’asilo…facciamo un po’ di fatica con lei ad abituarla…a volte dico “non si abituerà mai…”, soprattutto la domenica io posso insistere…io le metto il piatto davanti però si vede che è più forte di lei non ce la fa…un giorno la porteremo…staremo noi là un mese così si abitua… sono orgogliosa dell’educazione dei miei figli, che sono educati e rispettosi. E umili. Perché sono queste cose che insegniamo ai figli…” (madre, quarantenne con quattro figli).

“Sono orgoglioso di questa voglia che abbiamo di organizzare feste, processioni e altre occasioni di ritrovo per la nostra comunità. Sono orgoglioso anche di essere cattolico in quanto contribuisce a rafforzare l’identità della nostra comunità. La parrocchia è un punto fermo per me e per tutti quelli che sono arrivati qui in Italia, è un luogo di ritrovo dove fare amicizie coi connazionali. Per l’educazione di mio figlio sono contento di mostrare agli altri il rispetto che il mio bambino ha nei confronti degli altri, grandi e piccoli. E’ un bambino molto educato e altruista…e questi sono valori per noi” (uomo, padre).

“Vorrei che il bambino …quando cresce abbia una differenza fra sua madre e un  suo amico…che non mi tratti come vedo fare qui…quello lo vorrei..sarei orgogliosa che anche se sono più vecchia mi rispetti sempre…che abbia sempre quel punto che mi ha dato sempre mia madre…io per mia madre ho un rispetto unico” (madre, 42 anni, un figlio).

Compaiono nei colloqui abitudini, piccoli riti, modalità di stare insieme che  fanno riferimento all’idea di “rispetto”: da parte dei bambini nei confronti degli adulti, da parte degli adulti nei confronti degli anziani. Sono modalità che assurgono al ruolo di norme di comportamento culturale oltre che affettivo e che, se sono osservate dagli italiani, rappresentano un motivo di orgoglio: “Generalmente non mi metto in imbarazzo essere sotto gli occhi degli altri quando siamo al lago coi bambini…orgoglio semmai si perché esco con la mia famiglia, è bello vedere tutta la famiglia unita, senza contraddizioni. Si, le contraddizioni ci sono come per tutti…ma noi siamo molto uniti. È bello vede questa cosa. Anche vedere che tu porti a spasso anche persone anziane, la zia, la nonna così…loro sono con noi…” (madre, quattro figli, fra 40 e 60 anni).

“Comunque una cosa che mi piace che gli altri vedono è il rispetto che c’è fra di noi e l’affetto e l’affiatamento. Nelle famiglie italiane questo non lo vedo, anzi e mi spiace, per me è fondamentale. Io mi sono sempre sentita filippina e cattolica.” (madre, due figli).

“Sono molto orgogliosa della mia famiglia, manteniamo le abitudini di cucina e la lingua…” (madre, meno di quarant’anni, un figlio).

 

*Docente di Pedagogia interculturale presso l’Università di Milano Bicocca.



[1]              Per una ricerca di tipo esplorativo sull’uso del tempo libero condotta nel nord Italia col metodo dell’intervista in profondità si sono incontrate circa cento famiglie con figli piccoli, nelle quali i genitori, immigrati da vari paesi dall’America meridionale e dalle Filippine. I risultati della ricerca sono contenuti in: M. Giusti, Immigrati e tempo libero. Comunicazione e formazione interculturale a cielo aperto, Torino, UTET, 2008. A questo testo rimando per ulteriori approfondimenti.

[2]              In molti colloqui vi sono riferimenti a luoghi della fede e della spiritualità: Caravaggio (sede del Santuario miracoloso vicino a Bergamo), il Sacro Monte di Varese, mete lontane come Placanica, in Calabria, alla Madonna dello Scoglio, Loreto, nelle Marche, al Santuario dedicato alla Madonna Nera. Appare evidente la ricerca del Sacro e il rispetto dei precetti religiosi (si parla in genere della religione cattolica), da insegnare ai bambini nel giorno di riposo e di svago.

[3]              Per esempio, la festa dell’Indipendenza, la più importante festa civile peruviana, rammentata in molti colloqui (dei testimoni peruviani), che ricorda la liberazione del Perù dagli spagnoli, in modo che i bambini crescano conoscendola.

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