I bambini, gli adulti e la morte

Sguardi tra passato e futuro

Dei bambini, intesa come una questione in grado di suscitare una riflessione più ampia e articolata che tocchi la nostra condizione esistenziale e storica, si parla purtroppo poco. è un argomento in cui si misura sensibilmente la distanza tra il silenzio che, di fatto, vi grava intorno e la sensazione, più indefinita e in un certo senso auto assolutoria che sembra abitare il pensiero adulto, quello cioè che del bambino, nonché al bambino, si è già parlato. Una simile certezza riposa sull’idea che, in definitiva, l’adulto pensa d’aver anticipatamente risolto il problema attraverso il ricorso a una sorta di mediazione fantasmatica e intimistica tra sé e sé o, più esattamente, tra sé e il bambino che è stato o che crede d’essere stato.

D’altronde, è proprio il bambino a offrirsi a tale equivoco. L’intreccio è, forse, in larga parte, inevitabile.

L’approccio che l’adulto pone in atto con il bambino risente implicitamente di quello che l’adulto mantiene con il bambino che si porta dentro e da cui fatica a separarsi o anche solo a prendere le distanze. Ciò alimenta il trasporto che lo commuove nel rivolgersi al minore, così come, in parallelo, sostiene la convinzione che lui sappia quel che il bambino voglia o cerchi, specie, in particolar modo, quando quel bambino è suo figlio. 

La confusione che può facilmente derivarne risponde agli effetti di un gioco di specchi che si protrae oltre un limite comprensibile. I confini a quel punto si smarriscono e può sorgere legittima una domanda: che ne è, alla fin fine, del bambino reale, quello in carne e ossa? delle sue esigenze, dei suoi desideri? Indicativo, per quel che mi riguarda, è il biglietto da visita che accompagna spesso il bambino negli incontri di consultazione che i genitori o gli insegnanti richiedono per lui.

La situazione è esemplare. Poiché determinata, al di là della gravità del sintomo del bambino, da un tratto che la caratterizza: gli specchi si sono rotti. Il bambino reale palesa i segni di una diversità, di una anomalia in cui l’adulto non si riconosce o, in particolare, non si vuole riconoscere. Da qui, il biglietto da visita. 

Non più in sintonia con il bambino che l’adulto covava al suo interno, la scoperta del disagio del minore glielo pone dinnanzi in quanto diverso, altro da lui. La rivelazione ha una sua forza indubitabilmente traumatica. Essa precede il riconoscimento della sofferenza che il minore può provare. La ferita è profonda e non sempre confessabile in maniera esplicita, chiara. Il filo di una continuità ideale e fantasmatica si è spezzato. Il bambino appare all’adulto sotto un aspetto che si sforzava di non vedere, quello cioè della sua estraneità. Il rigetto che ne consegue è speculare, emotivamente immediato. La formula adottata, anche solo al telefono, anche senza conoscere nessuna delle persone implicate è puntualmente identica: “dottore, quando glielo porto? quando me lo (sic!) può vedere?”.

Chi, dunque? Ma, certo, lui, il bambino. O più precisamente, il bambino assurto nel suo sintomo, e grazie ad esso, a persona improvvisamente adulta e responsabile. La patologia gli regala, come un suo correlato conseguenziale, una patente di autonomia e responsabilità altrimenti mal tollerata. Persino nel caso, alla faccia della contraddizione, che il bambino vi manifesti in maniera palese i segni di un attaccamento infantile a cui non riesce a rinunciare. è lui, è lui, insiste l’adulto, che non vuole staccarsi. La messa in risalto dell’autonomia del bambino è, in pari tempo, l’evidenziazione brutale della sua volontà. Come un assoluto. Lui diventa “lui”, e non più il cocco della mamma o del papà, nel momento in cui il suo volere si innalza arbitrariamente come un’istanza adialettica, fuori controllo, ma anche fuori discorso e dialogo. La responsabilità, allora, gli è prontamente accordata, nell’atto stesso in cui l’adulto se ne esclude.

Non sempre è evidente l’occasione che spinge, ad un certo punto, l’adulto a decidere di rivolgersi a uno specialista. Il tempo in cui avviene è, tuttavia, significativo. è la proiezione di un campanello d’allarme che è risuonato, da qualche parte, in lui oppure il crescere esponenziale di un rancoroso sentimento  di colpa. Ciò nonostante, andando sino in fondo, la risposta più ovvia non è mai la più scontata. Buon senso vorrebbe che fosse l’acuirsi di una sofferenza del bambino a motivare una domanda. In realtà, non è così. L’evento determinante è, in genere, costituito dal fatto che il minore ha varcato incosapevolmente la soglia di tolleranza che, senza che lui richiedesse alcunché, il bambino presente nell’adulto gli aveva accordato. Come se quest’ultimo godesse con lui, assieme a lui. Era, insomma, la riserva indiana che il bambino “adulto” garantiva al bambino reale, dopo averne tracciato il recinto. Sì, da piccolo era vivace, come lo ero anch’io, aggiunge quasi giustificandosi una madre. Sì, non studiava, ma sa, anch’io, alla sua età, non amavo la scuola, precisa il padre. Già, e ora? La riserva è implosa. Non tiene, il bambino non vuole uscirne, adesso che dovrebbe, o, al contrario, non ambisce in nessun modo a rimanerci. Il filtro tutelante si è corroso, logorato. Sino a che continuava ad agitarsi felice nella riserva, il problema non sussisteva. Le premure compiaciute degli adulti lo rassicuravano; se pure la condotta del minore incappava nel fastidioso rimbrotto  di qualche impertinente, il genitore sfoderava, come una spada dalla guaina, il suo slogan preconfenzionato, bell’e pronto per tappare la bocca all’intruso: “sa, è un bambino…”.

Frase enigmatica, il cui significato è vago ( che cos’è un bambino? chi è un bambino?), ma che, proprio per questo, è d’uso comune. Nessuno la capisce, tutti fan finta di saperlo. Perdinci, un bambino è un bambino. E cioè? Proviamo a declinarne la questione, un semplice abbozzo, lungo due linee orientative. Una prima, clinica, e una seconda, etica. 

Della clinica

Spostata, riproposta in un ambito prettamente clinico, la questione del bambino ritorna, anche lì, in termini alquanto sintomatici. Specie se ricondotta alla sue origini. L’alba della psicoanalisi
infantile, per riprendere il titolo del bel libro di Mariateresa Aliprandi e Anna Maria Pati, è di fatto un’alba tragica. La pioniera per antonomasia  Hermine Hug- Hellmuth finisce uccisa dal nipote Rolf, educato secondo principi psicoanalitici, o, quanto meno, ritenuti tali. Figlio di una storia sbagliata, i fogli delle riviste psicoanalitiche registravano, fedelmente ed enfaticamente, le sue tappe evolutive. Freud approvava. Rolf, come sarà poi il piccolo Hans, era potenzialmente un modello. Il bambino che non aveva bisogno di essere bambino, di passare attraverso l’enigma dell’infanzia perché l’adulto già sapeva quel che era il suo bene. Evitava il rischio dell’educare nascondendosi dietro la supposizione di una conoscenza che avrebbe prevenuto , o così s’era illuso, infantilmente ogni sorpresa.

 Il pasticcio tra “terapia” ed “educazione” (a volerle denominare così… ), tra psicoanalisi e pedagogia dominava ( solo allora?) la scena. La figura del genitore si sovrappone a quella dell’analista e viceversa. Laddove il dramma è evitato, non per questo le cose vanno meglio e lo spettro della debilità mentale viene, in taluni casi, ad ergersi come estrema difesa del bambino dinnanzi alla manipolazione e all’ingerenza dell’adulto. 

Sono pochi i figli d’analista a cui è riservato un destino diverso. Diventano, volenti o no, pazienti quelli di Abraham , di Jung e di Melania Klein, mentre Anna Freud (analizzata dal padre…) lo fa, non avendo figli suoi, con quelli dell’amica Dorothy Burlingham… Il celebre  “piccolo Hans”, cui Freud dedica un fondamentale saggio clinico, è pur sempre figlio di una sua analizzante e di un padre musicologo che partecipava alle famose riunioni del mercoledì sera. In teoria, Hans avrebbe dovuto rappresentare l’icona di un bambino modello: educato “comme il faut”, senza indulgere in vetusti pregiudizi. La sua fobia lo rivela “altro” da quel che gli adulti si aspettavano. Come è possibile? L’errore freudiano è tangibile: il bambino è colto e pensato a partire dalle elaborazioni della sua infanzia che il paziente portava in analisi. Il paziente, ovviamente, adulto. Sulla base di quella rilettura la figura del bambino è ricostruita, a posteriori. Quasi che, così facendo, fosse possibile aggirare il rischio dell’incontro con il bambino reale e le sue problematiche. Il sintomo di Hans dimostra l’impossibilità di percorrere una strada che, priva del sapere analitico, è la medesima che i genitori, gli adulti tendenzialmente cercano di mettere spontaneamente in atto nell’approccio al minore. Si tratta di un tragitto affrontabile, per altro, secondo differenti direzioni. Non ultima, quella dell’identificazione del bambino come vittima designata, come emblema di purezza e verginità. Il bambino, però, similmente all’adulto, non è un angelo o un santo. La sua mitizzazione è il rovescio della sua demonizzazione. La sua dipendenza strutturale dell’adulto lo consegna a una seduzione di cui può ben soddisfarsi; sino a dimenticare sé stesso, accecato dall’idea di incarnare l’oggetto d’un amore esclusivo dell’adulto.

Anna Freud era giunta a teorizzare la necessità dell’inganno per indurre il bambino ad accedere alla terapia. Lo si fa anche oggi, seppur utilizzando formule più sottili, più psicologiche. Con un bambino, si può. Che ci vuole? Sento una madre che sussurra amorevole nelle orecchie del figlio: “su vai da quella persona che ti vuole conoscere” (e perché? ), “ti farà disegnare” (e perché?), “giocare” (addirittura…). Lei si giustifica: “sa, non vorrei traumatizzarlo…”. E perché mai la verità dovrebbe essere, di per sé, traumatizzante? La psicoanalisi non ha, forse, insegnato il contrario?

La cura del bambino si presenta indubbiamente come la terapia più complessa proprio perché chiama in causa, oltre al bambino stesso, il bambino presente e attivo in ciascun adulto che si occupa del minore. Sartre, che non aveva figli, ebbe a dire che i suoi libri erano i suoi figli. Sciocchezza estrema . Un libro è un oggetto, un bambino no . Un bambino è un soggetto, anche se i fantasmi dell’adulto tendono a porlo nella posizione di oggetto. L’oggetto che deve realizzare il suo  bambino. Ora, di cosa è fatto questo bambino? Di sogni, di ideali frustrati, di ambizioni, di desideri, di pulsioni irrefrenabili… Non occorre drammatizzare. Esiste qualcosa di necessario in tutto questo, poiché l’amore che un adulto può nutrire nei riguardi di un minore vi passa necessariamente attraverso. Esattamente come esiste, d’altra parte, un limite. Esso scava il fossato che separa il bambino reale dal bambino presente dall’adulto, invitando il secondo a non confondersi con il primo. A desistere. Il sintomo del bambino incarna la verità di un limite che non si è reso operante nella relazione tra il “grande” e il “piccolo”. Il disagio del minore testimonia della sua fatica a crescere, cioè a lasciar cadere le identificazioni e le soddisfazioni che si imparentano con il bambino dell’adulto. è sconvolgente osservare come, talvolta, i sintomi si rincorrano da una generazione all’altra, da padre o madre in figlio o in figlia, quasi identici, inalterati. Come se fosse lo stesso anonimo bambino a inseguire una parola che gli dia voce, che lo dissoci da quella degli altri che l’hanno preceduto e dalle loro domande accorate, pur rimanendo inserito in una storia. Chi lavora coi minori conosce l’impietosa veridicità del motto biblico: “i genitori hanno mangiato l’uva acerba, i figli hanno i denti guasti”.

Dell’etica, infine 

Ciò ci introduce, in fondo, direttamente, a una questione etica. La clinica, del resto, non ne è disgiunta. La sofferenza psichica ha una sua logica, una sua causalità. Essa rinvia con forza a un tema poco frequentato, quello della responsabilità. 

Una volta si diceva: i bambini ci guardano. Era un sobrio richiamo al pudore. E, nel contempo, alla presenza del bambino, di cui lo sguardo costituiva l’istanza fugace che ne rappresentava l’essere più vitale, quello che se avesse avuto la parola chissà cosa avrebbe potuto dire. Ce l’immaginiamo, ad esempio,  enunciare un discorso di tal fatta : “Tu, adulto, sei responsabile delle azioni, delle parole che utilizzi davanti a me. Lo sei più di quanto riesca a coglierlo e a comprenderlo. Di quello che vedo, che sento, io ne sarò una memoria. Puntuale o falsa, rabbiosa o compiacente. Nemmeno tu sai di quel che passa sotto i miei sensi, io prenderò o rigetterò. Forse non sarò quello che io vorrò, né quello che tu avresti voluto, perché non sceglierò più di tanto, così come hai fatto tu. Comunque sia, di quel che sarò non si potrà dire che non avrà a che fare con quel che prendo, da quel che vedo e sento. Io ne sarò il testimone, anche quando cercherò pateticamente di voler assurgere a giudice. Stupida velleità. Tu c’entri con il mio essere, inesorabilmente, per quello che sono, per quello che sarò”.

L’evocazione dello sguardo del bambino allude, infatti, a una temporalità che si sottrae all’adulto. Nel suo scritto sul narcisismo, Freud sottolinea come il bambino sia chiamato a materializzare, nel desiderio dell’adulto, una sorta di prolungamento della propria esistenza, posticipazione della propria scomparsa. Lui, il bambino, vivrà, quando io, adulto,
non ci sarò più. Ergo: io, adulto, continuerò a vivere tramite qualcuno che non sono io, ma che è parte di me. Lui è l’antidoto alla (mia) morte. Il bastone della vecchiaia, ed oltre. è l’utopia demagogica preannunciata da formule moderne e disinibite (pronunciate, si faccia caso, dagli adulti), quali quelle dei rapporti cosiddetti “alla pari”, del “siamo due amici”: l’impossibilità della separazione come tentativo di negare, ridicolizzandola, la differenza.

Ora, allorché capovolta, la prospettiva freudiana muta. Situato dal lato del bambino, il suo sguardo ritorna all’adulto come una traccia inafferrabile che si proietta nel futuro e che pare scrutarlo al di là della sua morte. Lo sguardo “del” bambino va qui, ontologicamente, distinto da quello “di” un bambino, Tizio o Caio. Lo sguardo “del” bambino vede l’adulto da un domani in cui quest’ultimo, inevitabilmente, non ci sarà più. è uno sguardo che sembra portare con sé un’aspettativa. Il sogno di una promessa che ha il terrore di risultare eternamente disillusa, quella cioè che assegna al suo venire al mondo il segno di una manifestazione  del desiderio che lui sarà poi chiamato a portare avanti nella sua esistenza. Lo sguardo “del” bambino è lo sguardo stesso di un pensiero silente che sembra emanare dalla storia medesima, nel passaggio rapido dall’attesa alla tragedia. Lo si ritrova nelle vite di taluni minori che paiono domandarsi le ragioni stesse del loro stare nel mondo. Chi “mi” ha voluto? E perché?

L’adulto, a tratti, percepisce lo sguardo “del” bambino, non senza sgomento. Specie quando si è gloriato dell’esibizione, davanti ai piccoli, delle incomprensioni che ha subito, suggerendo implicitamente, la fantasia di quanto lui sia migliore degli adulti che ha incontrato. Vanità della vanità, certo. Ma anche, nel contempo, espressione dell’esigenza di garantirsi un posto idealizzato presso il bambino che tuteli la sua immagine e il senso della sua esistenza quando non ci sarà più. 

La sua seconda morte, direbbe Sant’Agostino.

è, in fondo, per questo motivo che il “grande” cerca di corrompere lo sguardo “di” un bambino, di quello piuttosto che di un altro. Del bambino psicologico che si trova lì, al momento. Cosa costa? La battuta, la moina, l’ammiccamento scherzoso. Ci vuole poco. Si sa, sono bambini, per l’appunto. L’adulto vuole essere amato, come un bambino. Ciò gli risparmia le amarezze e le asperità della socialità che gli riserva il confronto coi suoi simili. Precisiamo: vuole che il bambino ami il “suo” bambino. Il cerchio, in quel caso, sarebbe chiuso. Sino a far sparire nello sguardo “del” bambino quello di “un” bambino. La clinica è, in ogni caso, maestra. Non è forse la latitanza dello sguardo il tratto che colpisce e inquieta anche l’interlocutore più sprovveduto nell’incontro con un bambino autistico o psicotico? Lui vede, ovviamente, ma dov’è, in quello sguardo lontano, assente?

Lo sguardo “del” bambino chiede, perché non si spenga e torni, qua e là, a vivere in “un” bambino, che qualcosa della promessa che ha accompagnato il suo nascere trovi un modo di essergli accessibile. Esso misura, a posteriori, di fatto, l’eredità che l’adulto gli porge in consegna. Non semplicemente quel che lui gli ha dato, ma piuttosto ciò che ha lasciato. è una faccenda di resti, di residui, di giacenze attive e inconsce e, congiuntamente, di quel che “un” bambino ne fa o ne riesce a fare. 

L’eredità non è (solo) quella che il consumismo ambizioso e onnivoro sponsorizza. Spesso, per taluni adulti, è l’alibi invocato per consolarsi del proprio fallimento : “gli abbiamo dato tutto”, cioè non gli abbiamo dato nulla. Assolutamente. L’eredità è invece fatta di cose che non si pesano, di gesti, di disposizioni, di sintomi, di segreti non confessati, di sì e di no e di altro ancora. In una parola, è quel che resta di un incontro. La morte dice la verità della vita, l’eredità ne condensa una sintesi.

Ne La crisi dell’istruzione, un saggio pubblicato nella raccolta Tra passato e futuro, Hannah Arendt sottolinea l’importanza dell’assunzione di un ruolo specifico dell’adulto nella dialettica educativa, in opposizione a quello che lo stesso può essere chiamato a prendere con i suoi simili. I piani non vanno confusi. La filosofa ebrea associa l’educare al conservare. Conscia della provocazione, precisa: “Non vorrei essere fraintesa. Secondo me il conservatorismo, o meglio “il conservare”, è parte essenziale dell’attività educativa, che si prefigge sempre di custodire, proteggere qualcosa: il bambino dal mondo, il nuovo dal vecchio, il vecchio dal nuovo. Anche la responsabilità globale che l’educatore si assume rispetto al mondo nasce da una posizione conservatrice. Ma questo vale solo nella sfera dell’educazione, o meglio, nei rapporti fra adulti e bambini, non già nell’ambito politico nel quale si agisce in mezzo, e con, adulti e nostri pari”.

La distinzione è cruciale e, in definitiva, rinvia l’adulto alla solitudine del suo compito e all’impellenza, per poterlo esercitare, del fare i conti con il “suo” bambino e con la complicità che ansiosamente e continuamente domanda. Da parte sua, d’altronde, il bambino reale non cerca un compagno. Esige un adulto per diventare “grande” . La ruota gira, come sempre.

La vita intreccia il suo rapporto con la morte. è necessario che qualcosa muoia, perché qualcun altro possa nascere. La rinuncia dell’adulto a separarsi dal “suo” bambino condanna il bambino reale a diventarne la copia inconsapevole. L’ombra sregolata e alienata che l’adulto può avere la spudoratezza di giungere a difendere, anche nelle situazioni più indifendibili, come egoistica tutela del proprio bambino, in totale spregio del destino che attende il bambino reale. 

Se la vita intreccia il suo rapporto con la morte non può farlo che in nome di un’esistenza che, come ci sembra indichi la Arendt, per poter dispiegarsi deve coltivare al suo interno l’esigenza di una differenza imprescindibile, come il suo frutto più prezioso. Senza distinzione, è la morte a passare nella vita. Nel corpo, negli agiti. Nei sintomi più gravi e devastanti. In ciò che non reperisce una simbolizzazione e che finisce, inevitabilmente, per annegare in sensazioni spersonalizzanti, acefale e pericolose. Lì il bambino si annoda all’infantile nella sua versione più radicale e meno sentimentale, quella che, in ultima analisi, rinvia alla sua origine etimologica. Cioè, in-fans, colui che non parla. Lettura consigliata? Il signore delle mosche di William Golding….    

*Psicologo, 

psicoanalista

 

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