Burn Out: sindrome lenzuolo?

Quel che caratterizza le professioni d’aiuto è che sono connotate dall’inestricabile nodo della partecipazione totale e sincera, emotivamente e cognitivamente coinvolgente del professionista alla propria professione

Qualche tempo fa, durante una lezione in un corso di formazione per educatori professionali, una studentessa lavoratrice (operatrice all’interno di una comunità per ammalati di AIDS) pose all’attenzione dei suoi compagni e del docente l’esperienza che stava vivendo. Eravamo in prossimità del Natale, quella stessa mattina la studentessa fu invitata dalla sua coordinatrice a ritirare la richiesta di una settimana di ferie. Il motivo: quel periodo festivo dalle forti implicazioni simboliche e affettive sarebbe stato realmente difficile per gli ospiti della comunità; quindi si rendeva necessaria la presenza concreta e partecipante di tutti gli operatori. Peccato che la studentessa, sempre a causa della cronica carenza di personale, non fruisse di un periodo di ferie da oltre due anni, come del resto la sua stessa coordinatrice.

La richiesta della studentessa lavoratrice era quella di ricevere orientamenti e senso in una situazione da lei vissuta non tanto come conflitto tra due possibili scelte operative, ma come burn out: il problema posto riguardava la percezione di un ridimensionamento delle proprie motivazioni, una diminuzione d’attenzione nei confronti degli utenti, un’incapacità di affrontare un impegno gravoso, il senso di colpa per il desiderio di essere altrove, anteponendo la “cura di sé” alla “cura degli altri”.

E’ importante sottolineare come, in questo come in molti altri casi, la sindrome di burn out abbia svolto a tutti gli effetti quasi una funzione di copertura, offrendo un quadro cognitivo per collocare e connettere un insieme di “sintomi”, conferendogli un senso comprensibile e comunicabile a sé e agli altri. Nel caso della studentessa lavoratrice, affermare di essere in burn out ha significato assumere oblativamante su di sé problemi e contraddizioni di un’organizzazione lavorativa, ha comportato l’omissione del riferimento ad altre categorie (organizzative, sindacali ecc.) per analizzare la situazione nella quale si era venuta a trovare, se non quella immediatamente spendibile e “socialmente” conosciuta, ritenuta lecita, della sindrome in questione.

La sindrome di burn out ha avuto negli ultimi anni una notevole quanto forse eccessiva fortuna, tanto da diventare una sorta di sindrome-lenzuolo, funzionale ad essere stesa sopra molti problemi, disagi e conflitti del lavoro educativo e in generale d’aiuto per conferirvi un significato comprensibile e comunicabile. Peraltro, come tutte le sindromi che possiedono la virtù della labilità e della flessibilità di contenuti e confini, essa è costretta a render conto anche di alcune intrinseche debolezze, come l’eccesso di utilizzabilità e, quindi, l’indebolimento delle ragioni forti che possiede e il rischio di diventare una via di fuga attraverso lo spostamento di alcuni problemi dal piano dalle macro e micro condizioni strutturali nelle quali si svolgono le professioni di aiuto, al piano intrapsichico e relazionale circoscritto; quasi a collocare nella biografia individuale contraddizioni e inquietudini invece sistemiche. La questione reale è se esista una sufficiente serie di sintomi correlati, definibile burn out, che appartenga solo ed esclusivamente alle professioni di aiuto. Oppure se alcuni di essi, se non l’intera sindrome, possano riscontrarsi anche all’interno di professioni non definibili di aiuto. Alcuni sintomi del burn out (caduta delle motivazioni, difficoltà a rielaborare e convivere con alcune frustrazioni dovute, per esempio, alla sfuggevolezza del destinatario delle azioni e altro) astrattamente non sono esclusivi delle professioni di aiuto, ma sono associabili, se non a tutte, a molte  attività professionali. Quel che caratterizza le professioni d’aiuto è l’ambiguità, dovuta all’ancora presente alone di (auto) rimprovero e (auto) colpevolizzazione attorno alla sindrome, ed al fatto che le professioni di aiuto sono connotate dall’inestricabile nodo della partecipazione totale e sincera, emotivamente e cognitivamente coinvolgente del professionista alla propria professione. La didattica d’aiuto, per essere efficace, richiede come principale strumentazione tecnica quella di una relazione che può divenire ostaggio di se stessa, senza avere, a differenza d’altre professioni, come contropartite compensatorie il prestigio sociale della professione stessa, una remunerazione rimotivante, il distanziamento schietto dal proprio lavoro, la razionalizzazione positiva dell’alienazione, cioè l’indifferenza riguardo al destino, all’uso, al gradimento dei propri prodotti.

Vale spesso l’opportunità di ricorrere alla famosa distinzione posta da Freud tra disagio nella civiltà e disagio della civiltà, chiedendosi se non si possa parlare del disagio nelle professioni d’aiuto e del disagio delle professioni d’aiuto. Il primo disagio  potrebbe comprendere gli innumerevoli problemi che si pongono nella dimensione progettuale dell’intervento: dalla difficoltà di identificare e “circoscrivere” i destinatari alla poca chiarezza degli obiettivi da perseguire, dalla mancanza di risorse sufficienti a raggiungerli, all’insufficienza di tecniche e didattiche solidamente sperimentate e generalizzabili, al divario tra aspettative e risultati. Il secondo disagio potrebbe comprendere tutti quei disagi aspecifici rispetto alla tipologia
di destinatari, obiettivi e mezzi, cioè quelli riguardanti i crinali di sofferenza teorica, oltre che concretamente relazionale, del lavoro di aiuto: dal nesso tra lavoro assistenziale e lavoro educativo alla subalternità organizzativa e gerarchica del personale del lavoro educativo e assistenziale a quello sanitario, da alcune forme di ritualità progettuale all’insufficiente solidità di alcuni dei cardini fondativi del lavoro educativo (“sviluppare le potenzialità dei soggetti”). Il burn out, in non poche occasioni, potrebbe costituire la corsia di svincolo per lo spostamento di alcuni problemi dall’aerea del disagio della relazione all’area del disagio nella relazione, con conseguente attribuzione delle possibilità di individuarne la genesi e di prospettarne le soluzioni sul piano intrasoggettivo e limitatamente intersoggettivo. Alcune delle forme del disagio del lavoro educativo possono essere individuate a partire dalla motivazione che spinge le giovani (nella gran parte) e i giovani a pensarsi e ad aspirare a essere educatori.

La professione di educatore è immersa ancora in nebbie fitte, soprattutto relativamente al riconoscimento sociale del ruolo e dell’importanza dell’azione educativa. Ma in questi ultimi anni lo è sicuramente sempre meno per quanto riguarda le prospettive professionali che si presentano alle persone che scelgono di intraprendere l’avventura che le porterà ad essere educatori. In particolare, sono molto più chiari alcuni aspetti: livelli retributivi più che insoddisfacenti, ridotte prospettive di carriera, alta flessibilità occupazionale. Una chiarezza che si è accentuata da quando la formazione è stata collocata in ambito universitario ed è uscita dalla semi-clandestinità delle “scuole” (del cui ruolo nel definire le caratteristiche della figura e i processi formativi, per inciso, non si dirà mai bene abbastanza).

Nei giovani che s’iscrivono ai corsi di laurea in Scienze dell’educazione, stante la (relativa) chiarezza degli sbocchi professionali, la motivazione all’aiuto non può che essere alta, ed è proprio la motivazione (la perdita, l’insufficienza, la rigenerazione possibile) una tra le componenti delle riflessioni attorno al burn out.   E’ una motivazione alimentata e/o creata anche da quelle antiche, pre-scientifiche e (troppo) vituperate intenzioni di “aiutare gli altri”, cambiare il mondo, fare missione e produrre testimonianza. Se una buona motivazione è ovviamente indispensabile, il vero problema si pone quando essa è non solo una condizione necessaria, ma la condizione sostanzialmente sufficiente per affrontare e reggere tutta la problematicità del lavoro educativo. Infatti, il lavoro educativo, considerato nella concretezza delle sue manifestazioni e vissuti, e non solo nelle dichiarazioni ufficiali, si trova oggi immerso in una serie di problemi e nulla lascia presagire, nel medio futuro, una loro attenuazione. Il riferimento è, in questo caso, alle condizioni lavorative degli addetti. Sono condizioni rigettate o ritenute deplorevoli nella gran parte delle altre professioni e settori occupazionali, tollerate, taciute, sminuite, sublimate invece in area educativa, assistenziale, sociale. Il ricorso al burn out per dare senso e “farsi una ragione” dei disagi vissuti da sé o dagli altri è una sorta di moto automatico, quasi inconsapevole, del tutto esente da movimenti eticamente discutibili. In queste circostanze, il burn out è una vera e propria via di fuga, che consente ai soggetti coinvolti di salvare – talora solo temporaneamente – le ragioni di fondo della propria collocazione, non mettendo strutturalmente in discussione le cause “esterne” generatrici dei problemi, ma rivolgendo l’attenzione a sé, alle proprie forze e alle proprie debolezze. Convincere e convincersi di essere in burn out significa chiudere il cerchio delle spiegazioni e delle compatibilità: trovare il punto dell’apparecchio utilizzatore d’elettricità nel quale si è prodotto il corto circuito, tentare di ripararlo se possibile, ma non porre mai l’inquietante dubbio rispetto alla tenuta ed al senso dell’intero impianto elettrico.

Che fare? Come ridurre il rischio dell’effetto lenzuolo della sindrome di burn out? Come evitare di trovarsi immersi, indipendentemente dalle intenzioni, in un gioco pluricollusivo e immobilista di spostamento dei problemi, affinché il burn out sia il nome di aree di difficoltà relativamente circoscritte e limitate, e non quella specie di cronica epidemia che spesso appare? Volendo tralasciare prospettive troppo generali, per esempio la riflessione attorno a quanto e quale sociale (in nome del quale condividere motivazioni, dimensionare aspettative, cocostruire progetti) sia effettivamente presente in ampi settori di “impresa sociale” e di “privato sociale”, è opportuno sottolineare solo alcuni possibili orientamenti, che in realtà si riducono ad una parola d’ordine, componente imprescindibile del lavoro educativo: maggiore consapevolezza, cioè attivando pratiche formative o di supervisione per fornire e rendere operativi gli strumenti in grado di descrivere ed interpretare la crisi vissuta o temuta, tenendo conto di tutti gli elementi che concorrono o potrebbero concorrere a produrla. Quindi certamente una ricerca “interiore”, ma anche una ricerca verso le cose del mondo circostante; perché se il narcisismo può essere un peccato, lo è non solo nell’attribuzione a sé di tutti i “meriti” le “colpe”, ma anche di tutte le responsabilità e le possibilità di rimedio.

*Docente di Pedagogia sociale, Università degli Studi

di Milano-Bicocca