Care memorie …

La memoria si sostanzia della capacità di sentire ed esperire sapendo raccontare

Quasi una premessa

Non essendo nonno, anche se in età per esserlo, sono felice di riandare ad un pellegrinaggio memoriale, per scovare l’infinito serbatoio di aneddoti, eventi, racconti, emozioni e calore, che i nonni mi hanno lasciato, in modo da recuperare/rielaborare oggi la figura del nonno attraverso il racconto (Cfr. P. Bertolini, Giorgia, Meltemi, Roma 2001; S. Guida, Giardino sicano. Bivona come metafora, Unicopli, Milano 2003). D’altra parte, quando anni fa preparai una fotonarrazione autobiografica, istintivamente posi nella prima pagina le due nonne Attilia e Carmela ritratte giovani adolescenti dei primi del ‘900, quasi a sottolineare che la mia storia di vita aveva le sue origini lì, in quelle intensissime/normalissime esistenze che finirono per trovare accoglienza nel cimitero di Isola Dovarese.

E’ vero: nell’articolare il mio discorso farò riferimento alla letteratura in proposito, perché sicuramente la rievocazione memoriale è filtrata dalle proposte, ad esempio, dalla tradizione psicoanalitica (nonna e nonno come grandi genitori, che assicurano modelli valoriali, accoglienza e protezione in modo meno impositivo rispetto al padre e meno coinvolgente rispetto alla madre) o dalle indagini sociologiche, che hanno voluto ritrarre, decennio dopo decennio, le modificazioni profonde della famiglia patriarcale verso quella nucleare, in cui i nonni sono stati ridefiniti nella loro funzione (economica, sociale, affettiva). Un identikit dei nonni, attraverso le opinioni dei bambini (Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Eurispes, in collaborazione con Telefono Azzurro, presentato un anno fa) ci mostra un legame affettivo profondo tra nonni e nipoti, fatto di tempi e di colloqui comuni, di comprensione e trasmissione di esperienze di vita, punto di riferimento per tutta la famiglia. Né si può
dimenticare la ricerca pluriennale di Vittorio Cigoli sul “corpo familiare”, quando afferma che esso è costituito da almeno tre generazioni (nonni, genitori, nipoti) legati dal ricordo e dalla speranza: “La memoria si sostanzia della capacità di sentire ed esperire sapendo raccontare. La lingua è madre proprio in quanto permette l’interconnessione tra le generazioni e la prosecuzione di un discorso” (V. Cigoli, Il corpo familiare, FrancoAngeli, Milano 1992 p.53)

Però, in questo contesto, ritengo sia più utile scavare, al di là della memoria semantica, in quella autobiografica, perché è attraverso le fittissime relazioni vissute e ricordate, che sono portato a delineare una figura di nonno, valida per l’oggi e il domani.

Due case, quattro nonni: sprazzi di autobiografia

Tra le tante immagini possibili, mi torna per prima alla mente la casa di mio nonno Vittorio – l’uomo per me più meraviglioso del mondo, alto, magro, con i capelli “all’Umberta”, due grandi baffi, il naso aquilino e gli occhi buoni e penetranti, due mani grandi e calde, la capacità di fissare una persona con un epiteto, un soprannome sempre centrato ma non cattivo – dove nella mia infanzia passavo gran parte del tempo, dove avevo sentito tanti racconti: sugli animali, la caccia ai germani, alle quaglie e alle lepri, sui cani e i gatti di casa, le gazze ladre addomesticate, che gli volavano sulla spalla, rubavano le cose luccicanti e i grani di zucchero, scoperchiando le scatole con rapidi colpi di becco. Storie del suo tempo, quando aveva visto il circo di Buffalo Bill in Piazza Castello a Cremona (era del 1881), o quando insieme ai fratelli a piedi andava d’inverno dal paese al Teatro Ponchielli – dieci km – per sentire l’opera (“mia madre ci dava un po’ di uova da vendere nelle botteghe per comprare i biglietti”).

Mio nonno Vittorio granatiere a Roma nel 1902-1903, dove aveva fatto il militare e aveva visto il re e la regina, che aveva vinto una gara di corsa – il suo avversario, più veloce, “aveva sputato sangue perché malato ai polmoni”-, che era arrivato secondo nella gara internazionale di tiro al fucile col bersaglio mobile a 500 metri, battuto “da una giapponesina alta così”. Rievocazioni di esperienze di vita – “durante la grande guerra guidavo un camion che portava le munizioni al fronte” – e tante storie di letture: di “Zanna Bianca, poverino”, di “Buck che ritorna alla foresta”, del “Cucciolo”. Poi i personaggi di Salgari e Verne…

La casa del nonno Vittorio è stata per me la casa delle storie, dei racconti, del fantasticare continuo intorno a quelle storie e a quei racconti. A pranzo, quando si era tutti intorno ad un tavolo, il nonno, esauriti i discorsi intorno al lavoro – aveva alcune macchine per trebbiare, “màchine da bàter”, tenute in perfetta efficienza per il meticoloso lavoro di manutenzione annuale -, raccontava qualcuna delle sue avventure, cominciava a descriverci qualche personaggio. Avendo sette fratelli e una sorella, con tutto il codazzo di nipoti tutti molto originali, possedeva una miniera quasi inesauribile di storie da rendere con le parole e il colorito opportuno. Erano spesso casi di persone abbastanza normali, ma nel suo racconto – oppure nel nostro ascolto? –  diventavano quasi figure ‘mitiche’, diventavano ‘personaggi’, dotati ciascuno di un carattere distintivo, portatori di una qualità peculiare esaltante ai nostri occhi. Mi aveva fatto una rapidissima e serena educazione sessuale, quando a me adolescente disse: “Non andare con quelle donnacce di città, che sembrano vespasiani. Cerca piuttosto una ragazza dia campagna, che sa di fieno”…

Questi racconti del nonno Vittorio si sono ripresentificati in me quando una mia allieva adolescente, proveniente dalla Nigeria, mi spiegò che cosa ricordava dell’Africa, della sua infanzia, che aveva lasciato all’età di otto anni. Alla sera, mentre gli adulti si riunivano imbambolati davanti alla TV per ore, i suoi nonni riunivano sotto un portico tutte le bambine e i bambini della via, per la cerimonia della narrazione di una storia. Fatto silenzio, il nonno incominciava circondato dai piccoli, e tirava in lungo nel suo racconto, con tutti gli occhi puntati su di lui. La nonna interveniva immancabilmente a metà della storia, a cantare una canzone, perché ogni racconto la prevedeva e ogni bambino la attendeva…

Ma le occasioni della narrazione non erano esclusiva della casa del nonno Vittorio. Altre se ne sviluppavano nella casa dei miei, al pranzo e alla cena in cucina o nel ‘salone’ dell’osteria, la “Trattoria al ponte”, vicino all’Oglio. Qui c’erano, oltre a noi due bambini, papà e mamma, il nonno Giovanni e la nonna Carmela, intorno alla tavola oppure seduta al focolare con la scodella della minestra in mano, perché le donne non si devono sedere con gli uomini. Si cominciava quasi sempre dal ‘béver in véen’, il mantovano ‘sorbir d’agnoli’. Mia madre aveva imposto la sua presenza a tavola quando si era sposata – nel 1937 – ma era stata tacitamente rimproverata da uno sguardo della Carmela, troppo mansueta per farle un’osservazione esplicita sull’infrazione di un antico divieto. Qui i discorsi si sviluppavano, rallegrati soprattutto dalle barzellette e dalle battute di mio padre (solare, attivo e intraprendente, lo ricorda mio figlio), ma non sempre si trasformavano in vere e proprie storie, soprattutto per la presenza burbera del nonno Giovanni, collerico, sempre pronto a urlare qualche ‘canchero’ o ‘tirare giù qualche madonna’ (a volte continuava per mezz’ora, tanto è vero che mia madre diceva ridendo: “Va a sentire il nonno che recita il rosario!”). Intorno alla tavola partecipavano quasi in cerchio alcuni personaggi del paese, troppo soli per stare a casa loro. Questo cerchio di solitudini riunite intorno alla famiglia tradizionale non si diradava neanche la sera della ‘vigilia’, quando mio padre trovava le letterine di Natale sotto il piatto e, “sorpreso”, le leggeva davanti a tutti…

Non è corretto però, parlando dei nonni, edulcorare la loro vita, come solitamente si fa col passato che da terribile diventa improvvisamente il “bel tempo antico”. Ci sono anche i dolori, la spaventosa fatica del lavoro, le morti, le crudeltà familiari. Ad esempio, ricordo racconti addirittura sui genitori dei nonni, a cominciare da Bigio, un bisnonno che, si raccontava sorridendo in casa mia, una notte d’estate aveva di fretta smesso di fare l’amore con sua moglie, la ‘nonna Angelina’, quando aveva sentito il tuono del temporale ed era sceso di corsa dal letto, perché doveva andare a ritirare il fieno sotto il portico della cascina. Mi hanno raccontato che il bisnonno lavorava come un dannato per tutto il periodo primaverile ed estivo, riposando solo qualche ora, magari con la testa poggiata sul tavolo dopo mangiato. Poi al giungere dell’inverno, si metteva a letto per due o tre settimane. ‘Andava in letargo’ per poter recuperare ed essere pronto per il nuovo ciclo stagionale.

E’ campato fino ad 82 anni, mi hanno narrato. La morte è venuta tranquillamente, come l’ultimo riposo, un appisolarsi. “Come stai, nonno?” “Benone!”. Smise di mangiare e dopo dieci giorni morì, tranquillo, dopo aver preso i sacramenti – lui che non era mai stato in chiesa da una vita – per senso del dovere. Ogni cosa a suo tempo: tanto è vero che, al prete che gli disse: “Sia lodato Gesù Cristo”, rispose immediatamente in italiano: “Sempre sia lodato”, come gli avevano insegnato da bambino più di settantacinque anni prima. Racconti di racconti di racconti, di cui uno voglio ancora narrare, perché troppo carico di significati…

Siamo alla fine dell’800, in una torrida estate, proprio quando bisogna in pochi giorni falciare il grano. Tutti i figli sono impegnati nel durissimo lavoro sotto il sole. Le madri, in quei periodi, ponevano i lattanti sotto un gelso di fianco al campo, mentre lavorano al sole e, per non perdere il latte, si mettevano pezze bagnate sulle mammelle. Mio nonno Giovanni, allora ragazzo, torna a casa con un febbrone, causato da un enorme foruncolo su un braccio. Pose la testa sulla tavola e non si poté più alzare. Il nonno Bigio, crudele e spietato quando si trattava di lavoro, cioé sempre, cominciò ad insultarlo e poi a batterlo con una cinghia. Inutilmente. La nonna Angelina non sapendo come ricondurre alla ragione il marito, che sta massacrando il figlio, corre alla madonnina che ha in camera da letto, a pregare di aiutarla. Il nonno Bigio, stanco di picchiare inutilmente, va al lavoro, ma dopo un paio d’ore ritorna incapace di continuare: ha un paio di grossi foruncoli, sul braccio e sul collo. La Madonnina aveva fatto il miracolo per la nonna! Non la accontentò invece in un’altra circostanza, quando pregava di campare qualche anno senza il marito, almeno da vecchia. Purtroppo non potè cavarsi questa soddisfazione e sentirsi almeno per qualche tempo libera!

Da questi racconti qualche riflessione

E’ chiaro che oggi i nonni sono diversi e risentono della società del mercato, dove tutto è comprabile e vendibile (anche i bambini). Speriamo che la festa istituzionalizzata dei nonni non rientri in questa prospettiva, fornendo un’immagine sdolcinata e commerciale dei nonni. Alcuni titoli di giornale (Nonni superstar per un giorno), sono veramente significativi. La loro figura infatti corre alcuni pericoli, come quello di diventare sostituti della baby-sitter: è più conveniente affittare un nonno che pagare una custode di bambini (e tra poco un robot). Essi poi sono allettati a rincorrere il mito dell’eterna giovinezza, per cui si camuffano da adolescenti inquieti e devono essere pimpanti a tutti i costi. Con queste affermazioni non si intende privare le famiglie dell’enorme risorsa rappresentata dai nonni e dalle nonne nella custodia, protezione, accudimento dei nipoti. Né certo spingere le generazioni più anziane a “vestirsi da vecchi” (S. Tramma, Inventare la vecchiaia, Meltemi, 2000). Ma solo invitare a individuare nel nonno qualche cosa di più serio e profondo per gli equilibri complessivi non solo della famiglia, ma anche di una società come la nostra, che corre seri rischi di smarrimento degli affetti e della memoria.

Partendo invece dalle storie prima narrate, debbo rilevare che dei nonni si hanno immagini che sono costruite da una strana mescolanza di esperienza diretta e racconto memoriale, tanto è vero che la loro figura si interiorizza sia attraverso momenti di vita quotidiana, sia attraverso racconti su di loro, circondati da un particolare alone tra il mitico e l’affettuoso (come esempio di racconti intergenerazionali sperimentati a scuola, C. Lazzarini, a cura di, Avventure e percorsi di pedagogia della memoria, I-II, Quaderni del Museo Laboratorio della Memoria, Isola Dovarese 2002). Sono immagini di solito  rassicuranti, pur parlando di cose terribili: la lontananza e l’affetto addolciscono anche le questioni più spinose. La stessa morte dei nonni, a differenza di quella dei genitori, diventa un momento della vita, a cui è giusto che i nipoti assistano e partecipino, e di cui si narra in famiglia, per acquisire i primi rudimenti di quella saggezza, accettazione e distacco, che divengono valori intimi e forza per la continuità della vita.

Il recupero memoriale così si deposita in noi fornendoci un’inesauribile miniera di esempi viventi e vissuti, un intrigo di relazioni che diventano i valori costitutivi del soggetto. Non sono le prediche a fondare l’etica interiorizzata, ma le esemplarità delle esperienze dirette e le infinite narrazioni che si suscitano intorno ad esse. In questo senso i nonni sono preziosi, perché contribuiscono al permanere di parametri di giudizio e di schemi di comportamento, filtrati nei decenni, sperimentati una vita intera, che influenzano per sempre la vita dei nipoti, di cui è giusto liberarsi ma anche tenere conto. Sono questi i valori.

Tra gli altri, ne fisso due decisivi. Intorno a quelle tavole prima descritte ho vissuto e fissato le due diverse “commensalità” – così le chiama l’amico Vittorio Cigoli – in cui si è delineata in me l’immagine delle famiglia riunita a scambiare parole e cibo, i doni della vita, attraverso i quali si realizza la continuità dell’esistenza nella trasmissione e nello scambio tra generazioni, si forma la mente del bambino-ragazzo come fitta rete di relazioni, emozioni, vissuti, fiducia nell’attesa e senso della giustizia, mancando la quale si aprono i vuoti dell’esistenza, la solitudine, la sofferenza, la malattia e la morte dell’anima. “Commensalità”, dunque, che contribuisce a formare quella rappresentazione vaga di famiglia e di dimora che ognuno poi si porta dentro per una vita intera, ma anche un contesto condiviso di relazioni, un calore, all’interno del quale si va definendo di volta in volta l’idea di incontro e una modalità dello stare insieme, con implicite accoglienza ed ospilità, ma anche rispetto delle differenza. Tutto il contrario di quella “metafisica della famiglia”, che troppo spesso si vuole barattare per reale.

L’altro modello valoriale ricavabile dai racconti sopra riportati è rappresentato da quell’etica del lavoro, che ha compenetrato il senso della vita delle nostre famiglie e generazioni contadine. Fatica infinita, che, tuttavia, comportava sempre l’orgoglio del lavoro ben fatto, della capacità di farlo, e ammetteva il momento della pausa, del riposo, dell’incontro e del racconto. Un rispetto dei ruoli (uomo-donna, marito-moglie, nonno-nipote ecc.), che spesso presupponevano imposizioni umilianti, ma anche accettazione di “differenze” personali, che andavano tollerate come elementi naturali di ogni singola famiglia. Appartenenza unita a variabilità soggettiva e tolleranza delle ‘pazzie’ individuali.

Aspetti importanti, se calati in un mondo come il nostro dove tutto si liquefa, per dirla con Bauman: usanze, identità, rapporti, sistemi familiari e sociali. Per le famiglie londinesi, un cane ha la durata media di tre mesi. “Animali o esseri umani, cani o partner, ha importanza? Se non soddisfano, diventano privi di qualsiasi scopo e quindi anche di qualsiasi ragione per tenerli per noi”. La liquidità delle relazioni e delle appartenenze può essere liberatoria, e lo è per taluni aspetti, ma comporta anche, in una società dove l’investimento maggiore è fatto nell’educazione permanente al consumo, la scomparsa dell’amore come disponibilità nel tempo ad assumere su di sé la felicità dell’altro come componente della propria: “Amare significa essere determinati a condividere e mescolare due biografie ognuna delle quali reca con sé un differente carico di esperienza e memoria e percorre un suo corso proprio… Significa rendersi dipendenti da un’altra persona, dotata di analoga libertà di scegliere e della volontà di seguire la scelta, e perciò piena di sorprese, imprevedibile” (Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, 2003, pp.104-107).

I nonni, con la loro stessa presenza, sembrano essere gli antidoti viventi alla distruzione delle relazioni ridotte a puro scambio immediato, per affermare la persistenza nel tempo di rapporti e di affetti contro dinamiche sociali che minano alla base l’esigenza dei piccoli di essere accolti e riconosciuti nel tempo da adulti a cui possono affidarsi e di cui si possono fidare.

La presenza del nonno mi sembra porti con sé una nuova dimensione del tempo e una diversa/antichissima cultura della vita vissuta e raccontata: costruire con i nipoti un’alleanza profonda per contrastare la perniciosa tendenza del mondo adulto, dipendente dall’urgenza della soddisfazione immediata, a minare alle fondamenta il mondo della vita – fatto di intersoggetività e di fitte trame di riconoscimenti reciproci, che hanno costituito per millenni la dimensione fondante dell’umano.

Pedagogista