Cartoni molto animati

L’espressione della violenza nei cartoni animati da “Peter Pan” al “Signore degli Anelli”

Le opere cinematografiche che ho in mente e che vorrei confrontare tra loro, rispetto alla rappresentazione della violenza, sono soprattutto “Peter Pan”, nella classica versione di Walt Disney, e “Il signore degli anelli” in cartone animato di R. Bakshi, uscito nel 1978 ed oggi probabilmente poco noto in seguito al successo della trilogia uscita negli ultimi anni, sempre relativa al capolavoro di J. R. R. Tolkien, di P. Jackson.

La messa in scena della violenza appare qualcosa di necessario nelle fiabe e nei racconti. In ambito psicoanalitico è ampia la letteratura che mostra come il bambino possa vivere indirettamente conflitti profondi con se stesso o con il proprio ambiente, vedendoli inconsciamente rappresentati negli aspetti spesso più aggressivi di fiabe, racconti o narrazioni di vario genere (ricordo solo il celebre “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” di B. Bettelheim). Si potrebbe dire che senza un problema da risolvere o un ostacolo da superare una storia di qualsiasi genere – non solo relativa all’infanzia –  non avrebbe senso, non interesserebbe o appassionerebbe nessuno. Un classico tema attraverso cui la violenza trova espressione è quello della lotta contro il drago, che va inteso tuttavia come simbolo generale del “male”, della forza bruta. Secondo lo studioso di ispirazione junghiana U. Steffen (1988) la lotta contro il drago dev’essere pensata come qualcosa di presente all’inizio della Creazione o nel momento in cui la Creazione viene rinnovata. Secondo E. Harding (1980) i draghi non sono tanto creature di un mondo esterno, ma di quello interiore umano. Dal momento che non vengono riconosciuti in quanto tali, i draghi e le creature ad essi assimiliabili vengono allora concepiti come figure del mondo esterno invece che essere intesi come personificazioni delle forze impersonali presenti negli strati più profondi della psiche umana. Queste forze hanno una duplice valenza: possono nutrire o sorreggere, oppure inghiottire e distruggere, la coscienza dell’uomo che appare quindi relativa e debole rispetto ad esse.

In varie narrazioni, come quella di Tolkien, una popolazione avverte il pericolo di essere annientata da forze inconsce ed arcaiche dell’inconscio demoniaco, rappresentate ad esempio da Sauron nel “Signore degli anelli”, e chiede ad uno o più eroi, per esempio a Frodo ed alla sua compagnia dell’anello, di vincere queste forze, rappresentate da un drago o da esseri che incarnano la forza bruta, come gli orchi e gli animali. Non si tratta di una vittoria militare o politica, ma di una vittoria sulle forze nemiche e devastatrici della propria anima. In termini Junghiani, evidenzia Steffen (1988), la lotta contro il drago – o contro le sue molteplici varianti – è l’immagine archetipica del conflitto, della lotta tra la parte cosciente dell’essere umano, cioè l’Io, e le forze selvagge e divoratrici dell’inconscio. Come evidenziato anche in ambito filosofico da pensatori come A. Schopenhauer o F. Nietzsche, dietro la rispettabile facciata della coscienza, costruita su un disciplinato ordine morale e su buone intenzioni, abitano, più o meno nascoste, le forze istintuali della vita che nell’inconscio si generano e si combattono.   Il punto non è tuttavia eliminare totalmente queste forze, ma utilizzare per scopi positivi almeno una parte della loro energia, dato che è su queste forze naturali nascoste e sulla loro energia che si basa la vita stessa.  La lotta con il “drago” si svolge comunque nel cuore di ogni singolo uomo prima che possa essere decisa tra le nazioni. In questo caso Tolkien è particolarmente efficace nel mostrarci proprio questo aspetto: Frodo sarà tentato fino alla fine di tenere per sé l’anello che dona poteri eccezionali a chi lo possiede, anche se consapevole che accanto a questi poteri viene provocata una notevole dose di sfortuna al possessore dell’anello. La figura del  Gollum rappresenta anch’esso, in forma più accentuata, la divisione, intrinseca nell’uomo stesso, tra desiderio sfrenato di onnipotenza e paura di fare del male, sempre grazie al possesso del celebre anello.  Per distruggere l’anello Frodo dovrà arrivare nel regno del male, dove è situato l’occhio di Sauron e solo lì l’anello può essere distrutto.

In Peter Pan solo Wendy ed i suoi fratelli finiranno per rinunciare ad una vita in un mondo incantato ed a partecipare dell’onnipotenza del celebre eterno bambino. Nel noto racconto della Walt Disney  la violenza appare poco realistica: sembra far ridere, più che spaventare. A volte questo aspetto è descritto in maniera esplicita, come nel caso dei ragazzini che vengono catturati dagli indiani e legati per essere bruciati. Ma uno di loro è ben consapevole che è tutto un gioco: a volte vincono loro ed a volte gli indiani. Capitan Uncino ha però catturato Giglio Tigrato, la figlia del capo tribù, e gli indiani vogliono che Peter Pan risolva il problema. Capitan Uncino appare tuttavia pure lui poco convincente nella sua aggressività da “pirata”, poco abile nel comandare, a parte il fantozziano “spugna” a sua volta deriso da tutti, e poco capace di combattere realisticamente. Capitan Uncino appare una figura poco capace di usare la propria aggressività ed istintualità in modo vantaggioso e personale: vive infatti terrorizzato da un coccodrillo che gli ha mangiato una mano e che si mostra ironicamente desideroso di avere il resto del corpo del noto capitano. I duelli, anche nei momenti apparentemente più drammatici, appaiono facilmente risolvibili. E’ una favola dove non solo il protagonista, ma anche tutti gli altri personaggi sembrano bambini. Le avventure, in questo caso, sono forse troppo poco “pericolose”.   L’aggressività mostrata in questo cartone animato è forse un’introduzione all’aggressività adulta, o un’aggressività a misura di bambino. Come nota Castelli (1987) l’avventura non è comunque di per sé garanzia di crescita: Peter Pan non ha idea del tempo che passa ed è destinato a restare per sempre prigioniero di un mondo fatato in cui solo animali e spiriti si rapportano a lui e non gli esseri umani. Invece le scene di violenza che compaiono nel “Signore degli anelli” versione cartone animato sono sufficientemente cruente, senza spaventare troppo. Gli orchi appaiono, ad esempio, come gruppi di uomini mostruosi poco differenziati tra loro, come legati sempre, specie in battaglia, ad un gruppo di appartenenza che rende tutti indistinti; il cavaliere nero appare sufficientemente inquietante, con il suo cappuccio ed un volto inesistente, fatto solo di oscurità e di occhi minacciosi ed indagatori.

L’attuale film in programmazione, la versione del “Signore degli  anelli” con attori, può dare invece l’impressione di essere troppo cruenta nel rappresentare la violenza. Alcuni esempi possono essere le battaglie stesse tra orchi ed umani. Soprattutto nella battaglia finale può apparire particolarmente impressionante  il lancio delle teste degli uomini precedentemente uccisi dagli orchi. Non sono più figure poco distinte, ma uomini particolarmente deformi e perennemente minacciosi, espressione cruda della forza bruta ed istintuale di ogni essere, autentiche incarnazioni del male che, come i draghi, dev’essere sconfitta in quei tipi di scontro che gli uomini sono destinati a combattere per l’eternità, come la lotta di Perseo contro il mostro per liberare Andromeda o quella di Apollo contro il drago Pitone. Questi orchi e le diverse figure del male presenti nel racconto di Tolkien rappresentano tuttavia anche l’unilateralità del male. Secondo la psicologia junghiana il bene, quando è contrario all’istinto, non può durare, ma la stessa cosa vale anche per il male: anch’esso, nel suo unilaterale spirito demoniaco, non può resistere. In generale, come nota Steffen (1988) a questo proposito,  l’animale è un simbolo della natura istintiva ed incontrollata, cioè di un frammento di energia spirituale non educata o non umanizzata, e che è pensabile come un residuo delle funzioni degli antenati animali dell’uomo. Tuttavia, nelle fiabe, si trovano in genere animali anche disposti ad aiutare l’uomo. Questo è possibile quando la coscienza dei protagonisti umani della fiaba sono in grado di rivolgersi al proprio inconscio, cioè la coscienza non si pensa unica sovrana della persona, ma si relativizza. E’ allora che l’inconscio perde il suo aspetto minaccioso ed assume una valenza positiva, cioè di aiuto, rispetto alla vita ed alla soluzione dei problemi degli uomini. Gli animali appaiono allora come amici e rappresentano una crescita dell’energia spirituale, grazie alla quale una missione impossibile, come per esempio la sconfitta del drago o degli orchi, oppure la distruzione dell’anello di Frodo, riesce ad essere portata a termine. Un esempio in questo senso è rappresentato dalle aquile che arrivano nella battaglia finale, in un momento particolarmente difficile, ed uccidono i mostri volanti che stanno devastando la città. Il mago Gandalf le vede e sembra invocarle. Saranno sempre le aquile a portare in salvo Frodo ed il compagno una volta distrutto l’anello, quando i protagonisti non sperano più di tornare alla loro contea e di realizzare altri sogni, perché questo appare, a livello razionale e cosciente, impossibile, dato che si trovano in mezzo alla distruzione del regno del male di Sauron. Frodo ed il compagno si addormentano, aspettando quasi la morte o di essere bruciati dalla lava, vagheggiando qualche sogno d’amore passato. In questo senso smettono di fare affidamento alla sfera cosciente e si abbandonano al destino. Sarà allora che arriveranno le aquile, mandate da Gandalf, dopo che la battaglia finale è stata vinta anche grazie all’intervento di altre forze oscure, trasformate però in alleati, vale a dire un esercito di cadaveri che devono riscattare la loro dignità mantenendo una promessa di aiuto prima lasciata cadere. Anche in questo caso questa schiera di cadaveri appare dapprima minacciosissima, impressionante a vedersi da parte di un pubblico infantile. Tuttavia, nelle scene finali, questi stessi morti “attivi” sembrano molto meno temibili, una volta convertiti in forze che aiutano.

Rispetto alle tre opere che ho preso in considerazione, resta comunque una domanda di fondo: fino a che punto di impressionabilità è
utile rappresentare la violenza in pellicole destinate all’infanzia? In un primo momento verrebbe da dire che in Peter Pan la violenza è rappresentata in modo blando, ironico e sicuramente adeguato ad un pubblico di bambini. Nel “Signore degli anelli” in versione cartone animato le scene di violenza sono certamente più impressionanti, così come la rappresentazione dei diversi personaggi del male, e digeribili,  più che da bambini, da un pubblico di  pre-adolescenti. Nell’ultima versione cinematografica del racconto di Tolkien troviamo invece una rappresentazione della violenza eccessivamente impressionante per dei bambini. Le scene citate ed altre (il Gollum che divora un pesce crudo e vivo o l’angosciante scontro tra Frodo e il ragno gigante) possono rivelarsi più adatte ad adolescenti che a bambini. Forse l’intento del regista era creare una versione più indirizzata ad un pubblico adulto che ai soli bambini. Tuttavia non sono del tutto convinto di questa classifica. A non convincermi resta il fatto che molti bambini e preadolescenti amano cimentarsi con film o videogiochi particolarmente violenti. Anche molti fumetti storici come “l’Uomo Ragno” o “Devil”, nella loro versione attuale, o più recenti come Dylan Dog, sono pieni di scene che lasciano perplesse le madri per la loro violenza esplicita o meno. Viene allora da chiedersi se il bambino o il preadolescente non cerchino proprio espressioni crude della violenza. Il motivo potrebbe essere rintracciato non in una semplice curiosità nei confronti del “proibito”, ma nel desiderio di vedere e partecipare attivamente – tramite videogiochi ispirati al film visto – a scene o scontri violenti,  per avere un effetto catartico rispetto alla violenza vista e non vista nella società attuale.  I bambini potrebbero cercare non solo una rappresentazione di forze istintuali inconsce che hanno agito nell’uomo da sempre, ma anche delle rappresentazioni di ciò che vedono e non vedono su giornali e telegiornali rispetto alle guerre attuali o passate o agli effetti del terrorismo. In termini più semplici, si potrebbe dire che i nostri bambini partecipano o vedono film violenti con lo stesso scopo con cui i bambini che vivono in paesi in guerra disegnano o giocano alla guerra stessa. Come noto, questo tipo di azione (gioco o disegno ma non solo) aiuta il bambino ad elaborare ed a rendersi conto della guerra e della violenza in un modo a lui congeniale. Questa modalità non è una caratteristica solamente infantile. Steffen (1988) sostiene, ad esempio, che non  a caso all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale siano stati prodotti numerosi film il cui tema principale era la lotta contro il drago, rivisitata in chiave moderna. In genere si raccontava di un evento straordinario, provocato magari da un esperimento scientifico non andato a buon fine o dall’esplosione di una bomba all’idrogeno, che risvegliava mostri primordiali di enormi dimensioni prima assopiti nel profondo delle viscere della terra (pensiamo agli orchi ma soprattutto agli animali che li accompagnano); essi emergono dalla superficie terrestre e compiono distruzioni e danni incalcolabili e lo fanno soprattutto in maniera plateale ed impressionante. Le squadre di scienziati e gli eserciti dotati delle armi più sofisticate cercano di combattere questi mostri, ma la semplice forza della ragione – la tecnica nelle sue versioni più aggiornate – non riesce a ridurre all’impotenza queste forze primordiali incontrollate. Sarà allora necessario l’intervento di un eroe, magari poco abituato all’uso della forza bruta e poco abituato al semplice uso della tecnica, come ad esempio Frodo, per sconfiggere i mostri. Il lieto fine in questi film è d’obbligo proprio perché, anche in questo caso, si desidera un effetto catartico, cioè rasserenarsi rispetto a sentimenti di  generica e profonda angoscia, provocati anche da eventi realmente accaduti, vedendoli rappresentati sulla scena, come accadeva al pubblico delle tragedie greche classiche.

L’idea che i bambini o i pre-adolescenti cerchino scene violente e vogliano anche spaventarsi ed essere impressionati per vivere a loro modo, in modo indiretto o più direttamente con i videogiochi, gli aspetti violenti del nostro periodo storico e della nostra cultura mi sembra un’ipotesi da tenere in considerazione. Pensiamo al fatto che la televisione trasmette violenza di ogni genere in fasce orarie variabili, anche in quelle ore in cui i bambini sono più in ascolto. E’ un tipo di violenza che spazia da quella verbale a quella asettica ma micidiale di bombardamenti che sembrano non fare vittime, fino a quella intrinseca alle immagini di profughi di guerra o di vittime di attentati. Il bambino ed il pre-adolescente vede e non vede, sicuramente vorrà conoscere o capire di più ed a suo modo rispetto a quello che pensa stia succedendo. Vedere immagini violente, chiaramente scelte e cercate personalmente e non imposte dai media, forse aiuta il bambino o il preadolescente a rappresentarsi dunque non solo lo scontro di forze inconsce presenti nell’uomo dai tempi più remoti, ma anche il conflitto che sente avvenire tra forze attuali presenti nel suo contesto, di guerra e non. Ecco che allora le immagini della versione più recente del “Signore degli anelli”, per quanto crude, possono forse soddisfare questo bisogno dei bambini e non solo di loro.

*Psicologo, consulente filosofico

Andrea.arrighi@tiscali.it

 

Riferimenti bibliografici

S. Castelli, Una nota sul tempo dell’avventura. In Scaparro, F. Volere la luna. La crescita attraverso l’avventura. Unicopli, Milano, 1987

E. Harding, L’energia psichica. La sua fonte e le sue trasformazioni. Astrolabio. Roma, 1980

U. Steffen, Incontro col drago. Immagini e simboli della lotta col male. Red Edizioni, Como, 1988