Chi ha sbagliato?

Intervista a Andrea Canevaro

La pedagogia dell’errore nelle situazioni di danno irreversibile

Che cosa significa sbagliare nella realtà educativa? In che modo si può intendere l’errore proprio e altrui? Quali relazioni intrattiene la realtà dell’errore con gli attori dell’intervento educativo? Questi e altri sono i temi1 che vengono toccati nell’intervista-conversazione2 con Andrea Canevaro, esperto in temi legati all’handicap e all’integrazione. L’idea sottostante all’intervista-conversazione è quella di esplorare la realtà dell’errore lasciando che sia l’errore stesso ad autodefinirsi. Si tratta di un’idea paradossale, ma utile per accogliere una situazione del tutto spiazzante: non siamo noi che definiamo l’errore, ma è l’errore che, avvalendosi dei nostri tentativi di definirlo, si autorivela e quindi si autodefinisce.

Parlare di handicap e di danno, nel linguaggio comune, significa parlare di sbagli. Se c’è un danno, vuol dire che c’è un  errore e quindi una responsabilità, una colpa. Cosa ne pensa?

L’errore è la parola che viene prima della colpa. Senso di colpa ed errore che incontro con molte famiglie. Se il bambino non cresce come ci si aspetta, cosa hanno fatto? Le colpe si sentono, molto. Il senso di colpa e l’errore sono presenti ed è quindi
una delle aperture di libertà dell’annuncio evangelico il dire che non ci sono colpe in nessuno. Da cui la possibilità di investire anche su un minorato, di investire un progetto di salvezza, di speranza di crescita, di evoluzione, etc. In ciò è compreso, per esempio, un senso dell’evoluzione, inteso nella lettura di Theilard de Chardin che non del darwinismo. Quindi l’evoluzione come possibilità di una maggiore coscienza che si nota anche da una lettura storica della presenza degli handicappati. Nel senso che tempo fa c’era una maggiore disinvoltura nel sopprimere la diversità.

Se poi ritorniamo alle micro storie comprese nella relazione di un bambino che nasce e che può alimentare la possibilità di sentirsi in errore, allora se questa operazione prosegue nel tempo, il senso di colpa e tutto ciò che ne deriva richiedono attenzioni ed energie incommensurabili.

Potrebbe fare un esempio…

Possiamo parlare dell’autismo. L’autismo è stato individuato da una personaggio, Leo Kanner, di lingua tedesca, immigrato negli Stati Uniti per ragioni politiche nel ’43, il quale fece un’indagine su alcuni casi di grave ritardo mentale e individuò una sindrome, quella dell’autismo. Nel descrivere tale sindrome si servì di tredici casi (lui poi ne ha fatto un unico quadro clinico). La descrizione degli elementi della sindrome ha richiesto l’uso di espressioni che sono state la fonte di una tuttora esistente lotta, rissa, contrasto profondo. Per esempio Kanner usa l’espressione “madre fredda” (qualcuno ha scorrettamente tradotto “madre frigorifero”) che io, come dicevo prima, vedo come una cosa inevitabile, spesso presente per la mancata reciprocità. La mamma non cresce con, non parla con, non si muove con: e così va in crisi. Quindi quelle che erano le attenzioni calde, si raffreddano: non come la causa del danno, ma come l’effetto. E l’interpretazione conseguente che cosa ha voluto dire, che cosa vuol dire ancora in certe situazioni? Il pensare che siccome un bambino è molto poco oggetto di una cura terapeutica (le psicoterapie per i bambini sono infatti un problema serio, soprattutto per i bambini che non giocano, in quanto nel bambino autistico uno dei problemi che si presentano è che non gioca) allora tratto la madre, le faccio la psicoterapia. Il ragionamento potrebbe essere giusto, ma non giustifica l’assenza di un’analisi più approfondita che capisca che cosa ha realmente il bambino. Così le situazioni diventano molto complicate e complesse al punto che ormai non si riesce più a trattare realmente l’autismo di quel bambino perché si parte da delle ossessioni. In questo caso il senso di colpa non è tanto un elemento che c’era ed è rimasto tale, ma un elemento che c’era e che ha indotto una catena di equivoci all’infinito. Quindi che ci fosse una colpa non è un dato naturalistico, è ciò che accade anche per gli adulti nel caso di persona incidentata. In quel caso tutto l’ambiente familiare ha la possibilità di essere letto attraverso l’errore: di chi è la colpa? “Non dovevi dargli il motorino”, etc., etc.

Diversamente possiamo considerare la possibilità di soffermarci sui limiti conseguenti all’handicap nella direzione di una richiesta di senso.

Quando si parla di errore e di colpa si può anche poi accedere alla elaborazione della colpa, non del lutto, ma del rimedio, ad assumere le responsabilità che permettano di. In questo caso per qualche verso ritrovo delle storie precise e diventa meno importante trovare chi ha sbagliato, diventa più interessante capire come si sta verificando un altro modo di espressione evangelica, che è la felix culpa, e quindi dal momento che considero utile rimediare sto producendo un effetto positivo che nasce da qualcosa che è uno sbaglio: lo si chiami sbaglio di natura, lo si chiami sbaglio di qualcuno. Però si attua qualche meccanismo di recupero, di riorganizzazione, di rilettura, di rivalorizzazione, di considerare qualcosa che non mi sarebbe mai venuto in mente se non avessi incontrato… etc., etc. Facciamo il caso di un mio compagno di infanzia cui volevo bene, ma che con il tempo non ho più visto. Le nostre vite avevano preso direzioni diverse e quando ci incontravamo non avevamo molto da dirci. Poi qualche anno fa mi ha cercato in quanto aveva un serio problema con una figlia, un problema serio attinente alla mia professione. L’incontro con la famiglia e con altre persone, il ritrovarsi a distanza di tempo, mi hanno fatto scoprire persone che erano molto cambiate, che avevano un’attenzione, una profondità, un dolore anche. Non che io dica che il dolore ci fa bene alla salute, però l’intoppo nella vita (che non è da mettere artificialmente perché non è sano, arriva, nessuno lo va a cercare ma arriva) può permettere, e anche qui non c’è un meccanismo, uno scoprire una dimensione che era in te e che non veniva fuori. E questa è l’elaborazione, questo è proprio il lasciare che quello che chiamiamo errore possa produrre nel tempo qualcosa, che sia un intervento immediato da cancellarlo per eliminarlo dalla vita delle persone. Sono convinto che l’integrazione sia un elemento costruttivo per tutta la società, proprio perché permette di misurarsi e di scoprire dei valori in se stessi che sono diversi da quelli che uno aveva fino allora vissuto, perché permette di ritrovare il coraggio, ma anche le paure. Anche la paura non è una cosa da cui dover fuggire a tutti i costi: in più occasioni il non avere mai paura si rivela un disastro, bisogna avere un po’ di paura. Un secondo sviluppo della sua domanda riguarda invece un fenomeno presente nelle storie legate a persone handicappate. Si sono fatti degli errori che si sono poi rivelati come molto fecondi, in grado di aprire strade e nuovi interessi e di scoprire nuove esigenze. L’errore diventa poi fecondo perché si sbaglia strada e si scopre qualcosa che non si prevedeva ma che si rivela molto utile. E situazioni di questo tipo nella storia delle situazioni di handicap accadono moltissime volte.

Che immagine le richiama alla mente la parola “errore”?

La questione dell’errore come scoperta, richiama l’etimologia della parola che ha a che fare con eresia.

Eresia nel senso di allontanamento dall’ortodossia?

Sì, perché allontanarsi dall’ortodossia è scoprire nuove verità, ricordo bene che Rhanner aveva fatto un elogio delle eresie proprio nel senso storico. Errori se ne fanno e io non li vivo come minaccia di invalidazione. Anche se certo ci sono degli errori che è meglio non fare perché sono difficili da rimediare, o irrimediabili.

Come può un educatore cogliere e approfondire la realtà dell’errore nel suo concreto e quotidiano vissuto?

Cercherò di risponderle con una vicenda del giovane Piaget che lavorava a Parigi e che doveva fare un lavoro di organizzazione, di revisione dei test di Simon e Binet. Simon non abitava a Parigi. Arrivava quando Piaget era già al lavoro e se ne andava quando ancora lavorava. Piaget doveva quindi star chiuso nel suo studio e lavorare sui test. Ma dato che la sede del centro di Simon era confinante con una scuola, non poteva fare a meno di sentire i bambini soprattutto quando andavano a ricreazione. Ad un certo punto, stufo dei test, voleva finalmente incontrare i bambini. Da dove gli veniva il permesso? Gli veniva dal fatto che non c’era Simon a sorvegliarlo (Simon non avrebbe gradito alcun tipo di interruzione del lavoro). Allora qui abbiamo la necessità di mettere insieme dei compiti, dei doveri e delle trasgressioni. Bisogna tenere insieme questi aspetti. La conoscenza cui faceva riferimento Gianni Rodari ce l’ho ancora in mente, è la conoscenza del topo di biblioteca, che rischia di parlare ai bambini senza mai vederli. Come ci sono persone nel mio settore che dovendo a volte valutare anche per concorsi, trovo che scrivono molto di differenze, dei bambini handicappati, ma senza più incontrarli, o non avendoli mai incontrati. Questa mi sembra un’infelice possibilità di fare la scelta solo per il compito, senza più la trasgressione. E invece bisogna tenere insieme il compito, il dovere e la trasgressione. Senza questi due elementi è difficile procedere nel senso che lei indicava.

In questo discorso che ruolo gioca la capacità di far silenzio?

Il silenzio è una necessità se non si vuole cadere nel gioco, che fa perdere di vista la possibilità di dare senso. Il termine gioco ha qui un senso e dirò poi perché. Il silenzio è anche la rottura di un ritmo, di una concatenazione che porta per automatismo a creare dei colpevoli, delle vittime e quindi a fare una divisione tra i vincitori e i vinti, tra gli sconfitti e gli altri.

Se
non ci sono i silenzi: si entra in una meccanica di riflessi condizionati, di concatenazioni fitte che porta dove nessuno vuole andare. Un esempio in senso contrario la troviamo nel vangelo, dove, più di una volta, si impegna il gesto in sostituzione della parola: mettersi per esempio a disegnare sulla sabbia, invece di rispondere vuol dire: raffreddiamo un momento la pentola, in questo momento se la prendiamo in mano, scotta.

Tutte operazioni che hanno un significato tecnico, di dialogo, di organizzazione, del controllo di una situazione che esce dal controllo della nostra ragione, del nostro senso più che della nostra volontà. Va in un senso che poi ci convince: si perde il controllo. Se noi potessimo introdurre dei silenzi, sono quanto mai opportuni per evitare questa possibilità che risulta da molti fattori che sono propri dei brain storming, delle libere associazioni; le associazioni che chiamiamo libere, non sono mai così libere, sono molto condizionate da quello che è arrivato. Se non ci mettiamo una pausa che fa introdurre altri pensieri, per cui anche la tecnica delle interviste (intendo quelle televisive), è la dimostrazione di come quando ci sono delle necessità di audience aumentano i ritmi. Le interviste televisive che hanno bisogno di produrre scalpore, le ottengono facendo delle cose che aumentano i ritmi e avendo degli intervistatori che, o per temperamento o per carattere, non lasciano in pace l’altro, non lo lasciano pensare, sono incalzanti. Il silenzio può essere il silenzio che non ha parole, oppure un modo di rarefare per un momento e poi arrivare a dire ciò mi sembra importante soprattutto nel tema che ci anima, cioè quello dell’handicap in cui la concatenazione è veramente micidiale e può davvero far sì che si cancelli tutto quello che non è handicap, non riconoscendo più il contesto più ampio e la consapevolezza della realtà che è plurale. Questa è la cosa più drammatica.

Per chi vuole fare il mestiere dell’educatore e in particolare entrare in contatto con il mondo dell’handicap, quale tipo di sguardo suggerisce per cercare di cogliere la verità delle situazioni e non essere quindi sconfitto dall’handicap? Quale sguardo deve avere questo educatore per essere vincente?

Deve avere uno sguardo realistico. Realistico vuol dire della realtà, non della parte di realtà che è data dall’handicap. Torno su quello che dicevo: se ho a che fare con un bambino down (non lo dicevo in questi termini) io posso estrapolare e dire “è un bambino down”, invece, con chi ho a che fare? Con un bambino. Realistico vuol dire che comprende la realtà più complessa, complessiva.

Un realismo che si pone nella direzione di uno sguardo utopico?

No, non è utopico perché è realistico. Ma è da costruire. Cioè non è un realismo ingenuo che ce l’hai e basta: è da costruire. Così come il compito e la trasgressione che bisogna riuscire a mettere insieme. Come vede ritorniamo a quel passaggio. E’ un passaggio obbligato e che ritorna sempre all’attenzione e alla pratica dell’educatore.

*Educatore professionale a.d.m.

Illustrazioni di Davide Tatti

Andrea Canevaro è docente di Pedagogia speciale presso il Dipartimento di scienze dell’educazione di Bologna. Tra i suoi testi:

Handicap e scuola. Manuale per l’integrazione scolastica, NIS, Roma, 1983.

L’educazione degli handicappati. Dai primi tentativi alla pedagogia moderna, NIS, Roma; 1988.

La formazione dell’educatore professionale, NIS, Roma, 1991.

Pedagogia speciale dell’integrazione, La Nuova Italia, Firenze, 1996.

Note

1 L’intervista è stata rilasciata a Bologna il 13.07.2000 e rivista dall’autore.

2 Il presente articolo è il secondo di una serie dedicata alla pedagogia dell’errore. Il primo è stato pubblicato nel numero precedente di Pedagogika.it con il titolo La pedagogia dell’errore. (Cfr. Pedagogika.it, n. 20, marzo-aprile 2001, pp. 34-35).

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