Ciò che ha valore nel tempo cinico e baro: breve meditazione

Riconoscere ciò che ha valore significa mettere in gioco la dimensione soggettiva anche se non solipsistica di ciò che ha valore. E allora anzitutto proprio il valore dei desideri e delle passioni, nella loro singolarità, ben distante da ogni teologia più o meno tragica del desiderio. Desideri concreti, soddisfacibili e transeunti, fondati sulla accurata attenzione alle propensioni e ai talenti.

Ciò che ha valore nel tempo cinico e baro: breve meditazione

Riconoscere ciò che ha valore significa mettere in gioco la dimensione soggettiva anche se non solipsistica di ciò che ha valore. E allora anzitutto proprio il valore dei desideri e delle passioni, nella loro singolarità, ben distante da ogni teologia più o meno tragica del desiderio. Desideri concreti, soddisfacibili e transeunti, fondati sulla accurata attenzione alle propensioni e ai talenti.

Paolo Mottana*

Quando qualcuno parla di valori, per parafrasare una celebre battuta cinematografica, viene istintivo di portare la mano alla pistola (quella metaforica per lo meno).

L’espressione valori è di per sé così gravida di moralismo, di vetuste e ormai finalmente improbabili retoriche “umanistiche” e di altrettanto obliate, con somma soddisfazione, orazioni parenetiche da collegio patriarcale, che sembra persino paradossale tentare di rinfrescarne l’uso in questo nostro tempo cinico e baro.

Eppure. Eppure non è forse un esercizio del tutto vano quello con sommo coraggio proposto dalla rivista Pedagogika di ritentare di formulare qualcosa che sia inscrivibile sotto la rubrica della parola valore. Certo senza nascondersi il carico pesante che questa parola trascina con sé, carico che deve in ogni modo essere filtrato, meditato, ponderato.

Non solo perché appunto questa espressione appartiene a una retorica, e cioè a un linguaggio, a uno stile di comunicazione che sappiamo essere stato sommamente ipocrita, falso e ingannevole. Il linguaggio delle istituzioni, dei direttori e dei presidi, delle figure tutelari di sistemi che tutto facevano, in effetti, meno che tutelare i cosiddetti valori di cui appunto inverecondamente si riempivano la bocca i loro portavoce.

Sappiamo bene quanto i valori, i cosiddetti valori, abbiano contribuito, in maniera odiosamente ricattatoria, a spingere tanti giovani uomini ad una morte folle in guerra, tanti bambini e ragazzi all’interno di istituzioni che li avrebbero prosciugati delle loro vocazioni e castrati dei loro desideri. Insomma sappiamo bene che sull’altare dei valori si sono compiuti i peggiori misfatti. I buoni valori tra l’altro: i valori patriottici, i valori del lavoro, della famiglia, del suolo, della nazione e così via.

Anche altri valori, più alternativi, di giustizia, fratellanza e libertà non possono essere considerati esenti da questo triste fardello perché sulle loro bandiere portano appesi troppi cadaveri, e non solo quelli. Bisogna maneggiarli con attenzione i valori, insomma, sono tutti poco affidabili e spesso occultano molto più di quanto non rivelino.

I valori sono serviti a mascherare, per farla breve, i dispositivi strutturali di potere. Dietro la parata dei valori, corpi, macchine e destini sono stati consumati per fare funzionare apparati che di tutto si interessavano fuori che dei valori che dichiaravano manifestamente. E questo continua ad accadere. Si pensi alle penose retoriche implicite ed esplicite dei poteri economici senza nessuno scrupolo che, tramite i messaggi pubblicitari, cercano di candeggiare con un profluvio di buone intenzioni e promesse i panni lerci delle industrie farmaceutiche o delle banche o delle assicurazioni.

Discorso non molto diverso va fatto per le istituzioni educative, da sempre tra le più nobili agenzie pronte a spacciare alti ideali e nell’inculcarli alle loro giovani vittime mediante azioni normative, correttive e punitive tutt’altro che nobili. E, a quanto pare, anche questo ancora succede.

Dunque calma e gesso. E soprattutto nessuna dichiarazione di valore che non sia correlata a una cornice sociale ed economica, che non sia processabile nelle sue pratiche e nei suoi fini, specie quelli meno visibili.

Ma soprattutto occorre laicizzare la nozione di valore. Al valore che predica, al valore che gerarchizza preferisco opporre l’idea di ciò che ha valore, che assume valore, anche solo temporaneamente, rendendo omaggio alla fluidità del molteplice e del transitorio.

Oggi parlare di valori fa ancora inevitabilmente pensare a tavole, a comandamenti, a imperativi. Non è fortunatamente più tempo per queste ipostasi, con buona pace dei molti cercatori di certezze e di vani radicamenti. Oggi, per esempio, e a proposito di ipostasi e derive metafisiche, credo si debba parlare molto più, e concretamente, di desideri, non di desiderio, di passioni, non di passione, di possibilità, non di doveri.

Riconoscere ciò che ha valore significa mettere in gioco la dimensione soggettiva anche se non solipsistica di ciò che ha valore.

E allora anzitutto proprio il valore dei desideri e delle passioni, nella loro singolarità, ben distante da ogni teologia più o meno tragica del desiderio. Desideri concreti, soddisfacibili e transeunti, fondati sulla accurata attenzione alle propensioni e ai talenti. Ha valore ciò che corrisponde a istanze materialmente avvertite. E ha tanto più valore quanto più ciò che si desidera è inscritto in prospettive di integrazione con ciò che ha intorno a patto che anch’esso sia avvertito nella sue corrispondenze e nelle sue attitudini. Non ha senso coltivare la passione del giardino zen se intorno sfrecciano indifferenti le merci. Coltivare il giardino zen ha senso se sviluppa intorno a sé un contesto armonico che si articola con il suo ambiente e che interferisce con ciò che lo nega.

Ha senso coltivare per esempio le passioni dell’amore in una cultura che lentamente si democratizza intorno al possibile amoroso ma non solo come privilegio privato in un mondo che mercifica i piaceri. L’amore, i desideri, debbono pretendere di irradiarsi in una cultura dell’eros, capace di influire a molti livelli, facendo prosperare le sinestesie che irradia: sui luoghi, sulle persone, nei rapporti, su tutti gli anelli che concatena. Ha valore coltivare la creatività se la creatività corrisponde ad un’istanza che si radica in un reticolo di gesti, di azioni, di comunicazioni che puntano a integrarsi in un campo di esperienza più complesso.

In generale ha valore ciò che corrisponde ad una sensibilità che custodisce il singolare ma sempre e comunque puntando a integrarlo con un insieme determinato.

Da questo punto di vista le salvezze individuali, settarie e separate, sempre più diffuse e oggetto di strategie di fuga personali, quasi sempre riferibili a soggetti privilegiati, che prescindono dall’intorno, per me non hanno valore. Sono gesti negativi e aristocratici.

Ha senso ciò che promuove un’etica mutuale, capace di accogliere le differenze senza però idealizzare metafisicamente il cosiddetto “valore” della differenza.

Avverto questo principio di integrazione oggi più che mai cogente, un principio di integrazione armonico e qualitativo, proprio perché l’azione individuale è così sfrenatamente premiata da un sistema che sa approfittarne nella logica che è quella ben nota del valore di scambio, che appiattisce le differenze sull’equivalenza. La logica che ogni giorno affina le sue tecniche di “recuperazione”, come si diceva una volta, cioè nella neutralizzazione della “sporgenza” singolare e nel suo sfruttamento economico.

In realtà occorre più che mai rivendicare oggi la potenza del singolare ma a patto che ogni propensione faccia bene i conti con la sua assimilazione aumentativa in un tutto più ampio che può puntare ad una configurazione armonica. Dove armonia non è un valore assoluto ma la risultante di un’interazione nella quale vengano sorvegliate le componenti dell’attenzione, della cura, della osservazione reciproca (e non solo antropocentrica naturalmente).

Esemplificando, avere molte passioni può avere valore quando contribuisce a creare le condizioni socioeconomiche in cui il tempo venga liberato e ciò che si fa sia costantemente bilanciato da risposte di un determinato contesto sociale di tipo progressivo: per esempio un campo di esperienza educativo, amoroso, operativo in espansione. Nessuno può operare sensatamente senza che ciò che fa soddisfi i suoi desideri e si accordi alle funzioni armonizzatrici di un insieme.

Da qui la critica ad ogni valore invece assolutizzato, come per esempio, e da più parti, oggi sembra di nuovo accadere con un termine tutt’altro che pacifico: il lavoro. Il lavoro non è un valore. L’operare non è un valore. L’operare ha valore in quanto soddisfa desideri e si integra armonicamente in un sistema di attese che si corrispondono (a scala sempre più ampia: individuale, di gruppo, di collettivo, di ambiente naturale, di società ecc.). Oppure con un altro presunto valore: la famiglia. Il desiderio di affettività e di cura può trovare molte formule per soddisfare i bisogni soggettivi dei suoi membri ma deve puntare a un’armonia superiore, che contempli le differenze e ne propizi la manifestazione fin tanto che non entri in rotta di collisione con le altrui necessità.

Sembra complicato ma è molto semplice nella misura in cui davvero si fa entrare in contatto la necessità locale e quella globale: il mio soddisfare la voglia di coltivare l’orzo qui non può compromettere le possibilità di un suolo che in comune si è riconosciuto, naturalmente attraverso una consensuale applicazione di una sensibilità condivisa, come più adatto ad accogliere un frutteto. In tal caso il mio desiderio deve essere spostato altrove, dove può esprimersi in piena compatibilità con il contesto.
Il mio desiderio di vivere nudo o di sperimentare il sesso libero deve individuare un piano di compatibilità all’interno di contesti armonici.

Pluralizzazione dunque ma radicamento in ambienti compatibili, non solo sul piano delle intenzioni ma dell’effettiva corrispondenza tra tutti i termini chiamati in causa. Paesaggio, materie, natura, individualità, componenti affettive, energie, mezzi.

Il che però chiama in causa anche un ascolto sottile, una capacità di avvertire le vocazioni di uomini, materie e contesti. E’ qualcosa che occorre imparare, con la necessaria accuratezza. Se è vero che non c’è quasi mai un’assoluta possibilità di decidere una vocazione, è però sicuramente vero che, tra le molte, alcune non possano non risultare preferibili, ad un ascolto davvero adeguato e scrupoloso. In tal senso c’è una sorta di autorevolezza della lettura delle potenzialità e delle compatibilità da rifondare che è assolutamente decisiva.

In ogni caso occorre definitivamente allontanarsi, senza timore né nostalgia, da presupposti di ordine metafisico: fedi, credenze non più realistiche, ideologie gerarchizzanti e separatrici ma soprattutto valori astratti: appunto come il lavoro, la famiglia, la produzione, le professioni ecc.

Anche un cosiddetto valore come la solidarietà in sé non ha alcun senso, né quello della carità, se non è inscritto in un campo di corrispondenze, tessuto dentro un contesto, messo in funzione in un ambiente nel quale può manifestare il suo eventuale potenziale in piena aderenza ai desideri singolari e alle attese plurali.

Nessun valore più deve accampare la sua astrazioni ma deve essere il frutto di una valorizzazione  contestuale riconoscibile e affermata, non solo accettata passivamente. E non voglio consapevolmente chiamare in causa la parola democrazia, fin troppo strattonata e logorata. Benché certo qui è in gioco una sorta di condivisione radicale e equilibrata che credo debba far pensare a una nozione originaria e restituita alla sua potenza primaria, di democrazia.

Ha valore comunque scegliere contesti, sottoscrivere intenzionalità, pattuire desideri, non sacrificarsi in ordine a presunti valori comuni.

Per esempio oggi ritorna in voga un antico e mai totalmente seppellito “valore”, quello della fatica. Valore molto discutibile eppure avvertito come cogente quando taluni profeti di sventura lanciano allarmi su altrettanto presunte derive di godimento acefalo e autodistruttivo. Ma, come ripeto, nulla è generale. La fatica si sceglie perché mezzo di affermazione di desideri in ambiti coscientemente determinati.

Il merito di per sé è un ben strano valore se scatena la guerra di tutti contro tutti. E’ qualcosa che palesemente non ha valore se contribuisce a disintegrare contesti e respingere le debolezze e dunque i desideri meno acclamati ai margini della loro possibilità di adempimento. Più che mai vale il vecchio adagio marxiano (che parafraso senza protervia): ad ognuno secondo i suoi desideri e da ognuno secondo le sue possibilità. E non su troppo vasta scala. E’ del tutto evidente che la vastissima scala, il cosiddetto universale è un residuo metafisico e fallace. Le leggi, come i desideri, i limiti, come le volontà, si collocano in contesti che conoscono una certa misura, contesti riconoscibili, percorribili, sensibili.

Al di fuori di questo si continuerà a fare retorica e retorica della peggiore, quella che perpetua le separazioni, le gerarchie, lo sfruttamento.

Naturalmente poi, in fin dei conti, sappiamo bene che qualsiasi petizione di valore si può valutare appunto su ciò che genera, dunque sulle sue conseguenze fisiche, sensibili, sui dissesti o sulle corrispondenze che risveglia e connette. E’ solo su questa base che sono disposto a distinguere ciò che ha valore.

*Professore di Filosofia dell’educazione presso l’Università degli Studi Milano Bicocca

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