Il colore del grano

La Comunità  come luogo educativo

“Vieni a giocare con me – propose il piccolo principe alla volpe – Sono così triste” “Non posso giocare con te, non sono addomesticata”.

“Cosa vuol dire addomesticare?”.

“E’ una cosa da molto dimenticata, vuol dire creare dei legami; fino ad ora non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini, ma se tu mi addomestichi noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. E poi vedi laggiù dei campi di grano? Io non mangio il pane ed il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. Ma tu hai dei capelli colore dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano … e quando andrai via io piangerò!”

“E allora cosa ci guadagni?”

“Ci guadagno il colore del grano!”

            (Antoine de Saint-Exupéry,

            Il Piccolo Principe)

Questo tenero brano tratto da Il Piccolo Principe mi piace sempre offrirlo ad ogni bambino che nasce sia realmente sia soprattutto psicologicamente. E quando un bambino necessita di un inserimento in comunità ha bisogno di  “nascere” e di “essere accolto” da adulti capaci di ascoltare e provvedere ai suoi bisogni.

Se un bambino entra in una comunità – luogo di crescita sostitutivo rispetto alla famiglia – vuol dire che la sua famiglia è impossibilitata ad offrirgli i necessari supporti per una crescita armonica e serena, a fronteggiare le difficoltà del quotidiano dandogli una speranza ed una prospettiva per il futuro.

In comunità un bambino allora dovrà trovare sicurezza e stabilità, un reale rapporto con l’adulto, la possibilità di crescere anche socialmente.

E tutto questo in uno svolgersi regolare e costante dei ritmi e dei riti del quotidiano: il risveglio del mattino, la scuola, i pasti consumati conversando, gli amici, le liti, gli svaghi. Come afferma in Luoghi comuni Gabriella Gabrielli1, “normale vita quotidiana insomma, e non è proprio poco se la vita quotidiana con i suoi gesti le sue relazioni, le sue organizzazioni, è la prima occasione per costruire la propria identità, per orientarsi nello spazio, nel tempo e verso gli altri”.

E’ nella quotidianità che il bambino ha delle risposte concrete, semplici ma costanti al suo bisogno di appartenere, all’essere riconosciuto come un’entità con un valore, al suo bisogno di sicurezza e al trovare persone meritevoli di essere amate e idealizzate.

Ed il lavoro dell’educatore è un lavoro di accompagnamento che ha in se stesso la sua meta. Il compito è quello di stare accanto al minore, di proporgli una relazione che lo aiuti a rielaborare quanto gli succede, a non lasciarsi sopraffare dalle situazioni nelle quali si trova.

L’educatore è chiamato a restare e a “resistere” con il minore là dove entrambi si trovano, è chiamato a sostenere con lui le incertezze e le contraddizioni della sua vicenda, il suo star male. All’educatore è chiesto anche di definire bene cosa significa “appartenere” e dare senso di appartenenza.

Luca viene da una situazione familiare complessa: padre assente, ha sempre vissuto con una madre debile mentale, una nonna che si occupa di lui ma che in realtà non riesce a prendersene cura, di uno zio “buon lavoratore” ma con disturbi relazionali ed emozionali.

L’ingresso di Luca in comunità è caratterizzato da curiosità verso il nuovo, nostalgia soprattutto per la nonna ed un bisogno di regolarità e contenimento. Quello che più lo affascina però è finalmente l’essere ascoltato da una figura maschile contenitiva, normativa, ma fortemente affettiva, essere accolto con le sue piccole nuove curiosità e scoperte, essere ascoltato e creduto, potersi abbandonare in braccia forti e protettive.

L’appartenenza alla famiglia-comunità ed il riconoscere l’adulto come figura affettiva-normativa, lo porta a chiedere di chiamare “papà” l’educatore.

E anche se razionalmente accetta la realtà a cui l’educatore lo riconduce, il suo desiderio di appartenenza si concretizza in un lavoro fatto per la festa del papà: il ritratto del papà, e le risposte alle domande poste sulle attività che vengono svolte con il proprio papà, rimandano subito alla persona che Luca ha idealizzato come il suo papà.

In questo caso compito dell’educatore è stato quello di far comprendere con la “testa e con la pancia” che non s’incontrano in comunità nuovi genitori ma figure genitoriali che rimettono in gioco l’universo delle relazioni possibili tra adulti e bambini e degli adulti tra loro, che possono dar luogo a nuovi modi di guardare a se stessi e agli altri.

Non è facile però nemmeno per l’adulto rispondere con competenza, professionalità, abilità alle richieste che vengono sollecitate continuamente dal singolo ragazzo e dai ragazzi della Comunità. Certamente aiuta molto appartenere ad una équipe di operatori. Come affermano in Comunità per minori Barbanotti e Iacobino2 “il lavoro, la creatività, la capacità di relazionarsi ai ragazzi ha senso, da parte dell’educatore, quando è espressione di un gruppo di lavoro con obiettivi comuni, metodi condivisi, approcci compatibili, capace di garantire una circolazione delle idee e delle informazioni, una continuità di processo nella prospettiva di un compito educativo. Quando si parla di educatori di comunità non ci si riferisce ad un adulto di buona volontà ma ad un lavoratore, assunto con uno specifico ruolo da una organizzazione”. Condivido l’impostazione metodologica dell’organizzazione di una comunità perché il sapere può facilitare il passaggio al “saper fare” e quindi “saper essere”.  Ritengo però che il principale strumento di lavoro all’interno di una comunità sia la relazione. E la relazione presuppone il prendere contatto e coscienza con il proprio mondo interno.

 E così si incontreranno due mondi interni: quello del ragazzo e quello dell’educatore.  Se condividiamo l’idea che ogni nostra azione, ogni nostra scelta è regolata dal nostro mondo interno, perché un educatore può essere esentato da tale regola?

Ed il mondo interno comprende anche tutti gli altri sistemi che come persone ci troviamo a sperimentare.

Buona parte di una supervisione d’équipe fu dedicata a Marco – educatore referente di Luca –  perché in una riunione espose come il suo proporsi come figura “paterna “ per Luca fosse percepita da Pietro suo figlio naturale.

Pietro, coetaneo di Luca, conosce il lavoro del padre e spesso gli chiede cosa fa in Comunità, cosa fa con gli altri bambini, quali giochi propone, quali favole legge. Insomma cerca di capire se nel rapporto tra lui e suo padre c’è qualcosa di speciale o se tutto è ripetuto con altri bambini. Le forti emozioni che Luca trasmette a Marco non passano inosservate a Pietro il quale una sera “interroga” suo padre sull’andamento di un weekend passato in montagna con la Comunità. Marco riferisce che gli sembrava di aver rassicurato Pietro sulla differenza di un rapporto di lavoro e di un rapporto padre/figlio. Pietro però gli pone una domanda: ”ma questo bimbo ti chiama papà?” Chiarito che lui è l’unico figlio e che quindi solo lui ha il diritto di chiamarlo papà, si rassicura solo quando esprime con fierezza che solo lui porta lo stesso cognome di suo padre.

Solo quando tutti gli educatori hanno potuto guardare, senza averne paura, le differenze tra una relazione genitoriale ed una relazione da adulto responsabile all’interno della comunità, sono riusciti a legittimarsi una serie di emozioni e a capire differenze di ruoli, di competenze, di
aspettative. Ciò ha permesso di creare all’interno della comunità sicurezza, appartenenza e quindi capacità di sperimentarsi nel mondo esterno.

Ma qual’è  in questa situazione il “colore del grano?”

Per gli educatori aiutare i bambini a rendere davvero esigibili i loro diritti e sperimentare una adultità ed una genitorialità non legata ad aver generato; per il bambino sperimentare che gli adulti possono accogliere i loro bisogni, sanno tradurli in diritti e permettono di affrontare il mondo con sicurezza ed autonomia.

Note bibliografiche

1 Gabriella Gabrielli, Minori, luoghi comuni, Capodarco di Fermo, Comunità edizioni del CNCA, 1996

2 Barbanotti G., Iacobino B., Comunità per minori, Roma, Carrocci 1998