Comunità e cambiamento: educare al bene comune

Comunità e cambiamento: educare al bene comune

Il nodo centrale è quello di finalizzare gli apprendimenti naturali ad uno sviluppo della comunità locale, in modo da non ghettizzare tuttavia l’apprendimento nella restrittiva dimensione locale del gruppo di appartenenza: «attivare processi di pensiero sul cambiamento, educare al cambiamento, è il primo e più importante cambiamento».

Gioacchino Lavanco*, Carolina Messina**

Comunità e cambiamento: educare al bene comune

Il nodo centrale è quello di finalizzare gli apprendimenti naturali ad uno sviluppo della comunità locale, in modo da non ghettizzare tuttavia l’apprendimento nella restrittiva dimensione locale del gruppo di appartenenza: «attivare processi di pensiero sul cambiamento, educare al cambiamento, è il primo e più importante cambiamento».

Gioacchino Lavanco*, Carolina Messina**

Oltre l’individuo, verso la comunità

In questo contributo abbiamo scelto di adottare una prospettiva di psicologia di comunità privilegiando un atteggiamento di impegno verso il cambiamento sociale, lo sviluppo delle competenze del soggetto e della comunità nella quale il soggetto vive. La psicologia di comunità si caratterizza per l’interesse rivolto alle persone considerate nel contesto dei loro ambienti e sistemi di vita e per l’intenzione di produrre un cambiamento orientato a migliorare la qualità della vita ed il benessere della e nella comunità. Rifacendosi alle indicazioni di Levine e Perkins[1] si può considerare la psicologia di comunità come basata su un modo di pensare, su una prospettiva, un insieme di convinzioni, che pongono un’attenzione alle condizioni di vita del soggetto e che richiedono di usare concezioni teoriche che vadano oltre quelle utili a comprendere un individuo, e che siano invece basate su unità più ampie.

La via per la ricostruzione della comunità va ricercata, tra l’altro, negli interventi educativi atti a sviluppare il gusto della collaborazione, dell’autoaffermazione ed il desiderio della reciprocità, cominciando ad operare, in tal senso, fin dai primi anni di vita, cercando di rompere con un modello di vita di isolamento mediante la ricerca e l’attuazione pratica di nuove forme di vita comunitaria.

Da un punto di vista educativo e comunitario, l’obiettivo è quello di restituire un immaginario ricco e positivo che consenta di scoprire soluzioni creative ai problemi della propria strada, del quartiere, della città. Promuovere la comunità, attraverso una pedagogia comunitaria, significa operare lungo due direttive: quella della qualità delle relazioni interpersonali che ne costituiscono il tessuto connettivo e quella della comune tensione.

Nella comunità, individuata ormai come risorsa e strategia da molte politiche sociali, deve essere attivato un processo di comunicazione e integrazione fra istituzioni, servizi, enti, famiglie etc., che porterà la collettività a percepirsi e a diventare effettiva risorsa (comunità competente). Il nodo centrale è quindi quello di finalizzare gli apprendimenti naturali ad uno sviluppo della comunità locale, in modo da non ghettizzare tuttavia l’apprendimento nella restrittiva dimensione locale del gruppo di appartenenza: «attivare processi di pensiero sul cambiamento, educare al cambiamento, è il primo e più importante cambiamento»[2].

Promuovere il senso di comunità, costruire lo sviluppo di comunità

Occorre quindi ripartire dal territorio, con un intervento educativo e politico che sia orientato a tessere relazioni tra le parti, che serva a sanare la frattura tra la dimensione individuale e quella collettiva. È necessario agire su un doppio livello, da un lato quello dell’azione mirata alla costruzione di legami sociali, dall’altro quello dell’educazione rivolta al singolo.

La prospettiva della cittadinanza rappresenta uno dei luoghi più interessanti nei quali l’educazione si incrocia con la comunità. L’educazione alla cittadinanza non deve essere riservata ai soggetti in età evolutiva, occorre invece estendere la sua sfera d’azione anche agli adulti, la cui testimonianza offerta ai soggetti in evoluzione rappresenta un fattore di educazione difficilmente neutralizzabile. Un’autentica educazione alla cittadinanza va perseguita in tutti i setting educativi, dunque non solo nelle istituzioni scolastiche. In una realtà come la nostra, in cui l’ambiente extrascolastico sta acquistando una sempre maggiore incidenza nel processo formativo, soprattutto dei soggetti in età evolutiva, limitare questo compito alla scuola rappresenterebbe una comoda, quanto grave, deresponsabilizzazione delle altre istituzioni educative e politiche. Per realizzare un tale tipo di educazione nelle comunità locali bisogna rimediare ad una pericolosa astensione da un dibattito pubblico sulle scelte valoriali e sugli orientamenti di futuro.

L’intenzione di raccordare la riflessione sul senso di comunità con possibili prospettive pratiche conduce inevitabilmente ad evidenziarne la stretta relazione con lo sviluppo di comunità, rispetto al quale può essere considerato sia come presupposto che come obiettivo strategico. La rilevanza del senso di comunità come strategia dello sviluppo di comunità dipende dalla sua capacità di porsi come elemento determinante nel rafforzamento dei legami, nella creazione di reti sociali supportive e nella promozione di forme di partecipazione attiva. «Creare condizioni di progresso economico e sociale con la partecipazione attiva dell’intera comunità e affidandosi il più possibile all’iniziativa della comunità, […] a favorire lo sviluppo del senso di comunità perché siano gli stessi cittadini ad autodeterminare i propri processi trasformativi. L’approccio dello sviluppo di comunità muove dall’assunto che il cambiamento nella comunità possa avvenire in modo più efficace attraverso la partecipazione dei cittadini alla definizione degli obiettivi e dell’azione»[3].

Complessivamente i diversi tipi d’intervento diretti allo sviluppo di comunità presentano aspetti direttamente collegati al problema del senso psicologico di comunità. Si tratta, infatti, di interventi che si propongono di: accrescere il senso di coesione sociale e di appartenenza a livello di vicinato e di quartiere; sostenere le esperienze di auto-aiuto, di volontariato e di aggregazione spontanea; sensibilizzare i cittadini sulle problematiche più rilevanti per la comunità; identificare e promuovere le capacità dei leader locali; sviluppare la coscienza partecipativa.

Tutte quante le analisi che si possono condurre sul metodo dello sviluppo di comunità riguardano, in definitiva, una questione di relazioni interpersonali: «il problema del metodo nello sviluppo di comunità è soprattutto un problema di rapporti umani»[4]. L’elemento fondamentale dello sviluppo di comunità è costituito dal fatto che «vi sia il senso di comunità (community feeling) tra la gente, che questa si organizzi e […] che sviluppi la propria leadership e si senta arbitro del proprio destino»[5].

Ecco, quindi, la necessità di considerare la promozione del senso di comunità come una delle strategie funzionali allo sviluppo di comunità ed alla transizione da un modello di cura nella comunità ad uno di cura della comunità. Lo sviluppo del senso di comunità, stimolando la sensibile attitudine all’individuazione ed al riconoscimento di problemi a cui si attribuisce una rilevanza tale da compromettere il benessere dell’intera comunità, costituisce il presupposto perché i bisogni particolaristici, che pure esistono, non abbiano priorità su quelli di interesse generale.

Da quanto detto emerge la rilevanza della promozione del senso di comunità per lo sviluppo di comunità; è infatti nel senso di comunità che risiede «la motivazione di fondo che può portare i membri di una comunità ad optare per la comunione delle risorse, ritenendo questa una scelta più vantaggiosa nel soddisfare i propri bisogni, anche i più singolari»[6].

Il bene comune come valore

Più di cinquant’anni fa Hannah Arendt scriveva: «oggi la politica consiste […] nel pregiudizio verso la politica»[7], affermazione più che mai attuale, inclini come siamo a discutere del fantasma della politica, piuttosto che a partecipare alla nostra stessa esistenza.

La costruzione di una comunità passa attraverso la necessaria compresenza, nelle premesse di questa ed al suo interno, della dimensione politica, intesa in tutte le forme sin qui considerate, e della dimensione etica, elemento sostanziale e costitutivo della comunità politica. Politica ed etica, se si vuole procedere in questo disegno di ri-fondazione del benessere sociale, devono andare di pari passo, poiché «la politica senza etica è soltanto tecnologia di governo, arte della mediazione dei conflitti, una mediazione finalizzata a se stessa. Benché, lo ricordiamo, l’etica senza politica, può sfociare e sperdersi nel moralismo contemplativo»[8].

L’in-differenza è l’assenza del riconoscimento della diversità, strumentale e funzionale ai soli che possono permettersi di essere diversi, poiché detentori e gestori del potere; si è tutti uguali (in-differenti) nell’incapacità di costruire la comunità politica. Conseguentemente, per “fondazione di uno spazio altro” si intende la necessità che ognuno sente di essere riconosciuto come soggetto ed autentico all’interno di esso, con i propri bisogni e le proprie risorse, i propri spazi di vita ed i propri diritti. Lo spazio dell’altro è dunque anche spazio proprio, lo spazio del sé, esistente soltanto se in relazione all’altro da sé.

Conoscere l’altro è l’unico modo per non averne timore; la politica deve lavorare sulla flessibilità psichica dei propri soggetti, poiché è la rigidità cognitiva l’elemento patologico che soggiace al pregiudizio. L’altro è fattore e strumento di conoscenza del mondo (esterno ed interno), oltre che parametro della propria identità ed esistenza: l’altro è l’unità di misura del sé.

Il ruolo della formazione culturale è fondamentale, giacché è proprio l’assenza di capacità di confronto con l’alterità, l’essere autoreferenziali, l’abitudine all’altro impersonale ed alla delega, dovuta alla carenza di competenze sociali e relazionali, che si generano le psicopatologie culturali, quali le organizzazioni a delinquere, gli estremismi religiosi ed i fondamentalismi, che analizzeremo più in là.

I nuovi confini della mente: l’agorà e il discount

Nel termine con-fine è possibile leggere tutta l’ambiguità di tale concetto, come ambiguo è tutto ciò che ha a che fare con le relazioni. Il confine è il fine comune, umana possibilità della negazione della con-fine, la fine comune, infausta ma inevitabile sorte della comunità che si immola alla politica secondo affinità. La comunità può far sì che il confine divenga un fine comune, può raggiungere tale fine, il quale è sia cambiamento che convivenza, sia al proprio interno, tra i propri membri, sia con ciò che è all’esterno di questa, oltre il confine, sfruttando le proprie risorse umane e le proprie spinte innate alla convivenza.

Comunità e “mentalità” sono strettamente interconnesse; se è vero che la costituzione di una comunità politica capace di pensare e progettare il futuro comune dipende dall’apertura mentale dei propri abitanti e dalle loro competenze relazionali e professionali, allora è proprio il caso che sia la comunità stessa a cambiare, qualora fosse il caso, la propria mentalità.

La comunità è con-divisione, ovvero la possibilità che le soggettività e le diversità abbiano uguale diritto di cittadinanza comune, in un’ottica di convivenza delle alterità, fondata sull’educazione alla libertà e sulla formazione di competenze professionali e, soprattutto, relazionali.

La pedagogia per la comunità è allora quella che sappia tenere presente tutti questi livelli da analizzare e sui quali intervenire, che abbia, come precedentemente discusso, le competenze tecniche, proprie della psicologia di comunità, per l’intervento sul soggetto, sul gruppo, sulla comunità, coscienti del fatto che il cambiamento ad uno di questi livelli comporta, implicitamente, dei cambiamenti sostanziali negli altri due.

Solo la comunità può farsi carico dei bisogni della comunità, attraverso il dialogo con le istituzioni e, ancor prima, tra i gruppi al suo interno e le organizzazioni. Perché il confine sia un punto di riferimento e non un limite, è necessario che i membri della comunità sappiano starne sia dentro che fuori, esser sia soggetti che comunità.

Ne è un esempio l’appartenenza. Oggi anche il termine “appartenenza” è carico d’ambiguità: se da una parte vi sono soggetti capaci di appartenere al mondo, altri si chiudono a riccio ed ancora vogliono fortemente appartenere alla propria comunità (da qui i fondamentalismi), altri ancora non sentono di appartenere più a niente.

Lo spazio che la psicologia e la pedagogia devono occupare in tutto questo è uno spazio che, per essere funzionale all’efficacia di queste, deve essere tanto ambiguo quanto il processo di globalizzazione prima descritto. L’ambiguità consiste nel fatto che piuttosto che occuparsi dei luoghi tradizionali della politica o dei non luoghi, esse devono porsi esattamente nella posizione di mezzo, devono cioè agire sui quasi luoghi[9], attraverso i quasi
luoghi, concentrandosi sulle capacità e possibilità umane e della comunità di progettare dei luoghi condivisi ed un futuro comune.

La pedagogia di comunità è esattamente la scienza dei quasi luoghi, ovvero degli spazi del sociale che necessitano di una progettazione e di una ri-strutturazione partecipata, a partire dalla capacità, propria degli esseri umani, sia di offrirsi reciproco sostegno, che di agire importanti trasformazioni sociali.

A prescindere dai non luoghi, proprio perché il mondo sta attraversando un fase di incertezza e trasformazioni, è lecito pensare che mai come in questo momento la società sia stata, più che un luogo, un quasi luogo, una terra di continue metamorfosi, ripetutamente sedotta e abbandonata: proprio per tale ragione non vi è mai stata, come ora, l’opportunità di agire profonde trasformazioni nella struttura sociale, a partire dall’utilizzo intelligente delle tecnologie e dall’analisi dei propri bisogni e, soprattutto, di quelli della propria comunità.

*Professore ordinario di psicologia di comunità e presidente dei Corsi di Laurea in Scienze dell’educazione presso l’Università di Palermo; consulente per lo sviluppo di comunità di numerosi enti pubblici e del privato sociale.

**Pedagogista e presidente dell’Associazione per lo sviluppo di comunità “Empowermet Sociale”; coordinatore di progetti di sviluppo di comunità.

Bibliografia

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[1] Levine, M. e Perkins, D. V., Principles of Community Psychology. Perspectives and Applications, Oxford Univ. Press, New York 1987.

[2]             Lavanco, G. (a cura di), Oltre la politica. Psicologia di comunità, giovani e partecipazione, Franco Angeli, 2001 Milano, p. 2.

[3] Levine, M. e Perkins, D. V., Principles of Community Psychology. Perspectives and Applications, cit., p. 336.

[4] Noto, G. , Lavanco, G., Lo sviluppo di comunità. Esperienze, strategie, leadership e partecipazione: analisi di un modello di democrazia attiva, Franco Angeli, Milano 2000, p. 55.

[5]             Ivi, p. 56.

[6] Lavanco, G. (a cura di), Oltre la politica. Psicologia di comunità, giovani e partecipazione, cit., p. 48.

[7] Arendt, H., Was ist politik?, R. Piper GmbH & Co., Monaco 1993, (tr. it. Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano, 1995), p. 9.

[8] Di Maria, F. (a cura di), Psicologia della convivenza. Soggettività e socialità, Franco Angeli, Milano 2000, p. 28.

[9] Augè, M., I non luoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera, Milano, 1993.

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