Contemporaneità e valori educativi: non ci resta che pensare

Chi tratta oggi il tema dei valori non può collocarsi se non in una posizione di ricerca aperta che gli consenta di mettere in discussione ciò che non è frequentemente messo in discussione, di ribadire che l’alleanza valoriale tra soggetti individuali e collettivi deve essere costantemente giustificata e rinegoziata.

Contemporaneità e valori educativi: non ci resta che pensare

Chi tratta oggi il tema dei valori non può collocarsi se non in una posizione di ricerca aperta che gli consenta di mettere in discussione ciò che non è frequentemente messo in discussione, di ribadire che l’alleanza valoriale tra soggetti individuali e collettivi deve essere costantemente giustificata e rinegoziata.

Sergio Tramma*

Nel corso di una relativamente recente puntata di un quiz televisivo che vede i concorrenti sfidarsi tentando di rispondere a domande di cultura generale, su un caso che ha ricevuto un certo onore delle cronache . Alla richiesta di indicare, scegliendo tra quattro possibilità, qual era l’anno della nomina di Hitler a cancelliere, nessuno dei concorrenti è stato in grado di rispondere correttamente, seppure le tre date sbagliate tra le quattro proposte erano molto, ma proprio molto, improbabili (1948, 1964, 1979). L’episodio ha suscitato un certo scalpore, ha generato qualche discussione, ha fornito ad alcuni un’occasione per esibire scandalo per l’accaduto e sconcerto per la diffusa ignoranza attorno ai fatti storici, anche di quelli che, come l’ascesa al potere di Hitler, sono temporalmente relativamente vicini e hanno contribuito a decidere il mondo per come esso è attualmente. Orbene, al cospetto dell’episodio in questione, cosa dovrebbe generare maggiore stupore, l’ignoranza dei concorrenti o le reazioni scandalizzate, alcune sincere, altre di maniera, che l’episodio ha attivato? Forse dovrebbero generare maggiore stupore più le seconde che le prime, e questo se vi vuole tentare un passo in avanti rispetto alla comprensione di un problema che va oltre la “semplice” ignoranza di fatti storici importanti e sensibili.
L’episodio TV e le reazioni che ha suscitato potrebbero non apparire immediatamente e direttamente connessi al tema della “crisi” dei valori nella contemporaneità: la domanda posta e le risposte date non erano valutative rispetto al nazismo, e molto probabilmente i concorrenti non erano militanti di Alba dorata o Forza nuova (che avrebbero quasi sicuramente risposto con esattezza alla domanda). Al tema dei valori l’episodio è indirettamente connesso se si considera la formalizzazione dell’ascesa al potere di Hitler come una data fondamentale di quella parte della storia del Novecento nella quale contraddittoriamente, a fatica e con altissimi costi umani e materiali sono maturati alcuni di quei valori che dovrebbero orientare il vivere sociale e che trovano condensazione e ostentazione nella Costituzione, quella legge fondamentale dello Stato scaturita anche da moti di contrapposizione a un assetto culturale, politico e militare che ha avuto come inizio anche l’ascesa al potere dell’imbianchino (per dirla con Bertold Brecht). L’anno nel quale Hitler è stato nominato cancelliere dovrebbe essere conosciuta quindi non solo, e non tanto, per amor di storia, ma perché è anche contro quella data che si sono avviati o consolidati i processi dai quali sono emersi i civili e laici valori costituzionali.
L’episodio introduce ed esprime con efficacia la questione attorno alla presunta/reale assenza di valori nella contemporaneità, a partire dai valori che, come suol dirsi, emanano dalla Carta costituzionale. La Costituzione, in quanto prodotto e produttrice di valori può essere considerata in crisi, e lo è per una molteplicità di cause interagenti. Tra le molte: a) l’essere venuti meno i “padri” e le “madri” costituenti e, nello stesso tempo, il senso e le condizioni che rendevano effettivamente formativa la loro narrazione; b) la scomparsa dei partiti dell’arco costituzionale e il loro (anche solo formale) riferimento a una gamma di valori comuni; c) il costante bistrattamento cui è sottoposta, per esempio da quella cultura neofuturista della velocità (camera unica, decisionismo) che si contrappone a quella della cautela (bicameralismo perfetto, negoziazione); d) non ultimo, il ridimensionamento delle ideologie di sostegno al cosiddetto “patto costituzionale”.
I valori costituzionali, allontanandosi dal tempo della loro ufficializzazione e venendo meno molte delle condizioni che li hanno permessi, rischiano oggi un ulteriore ridimensionamento, rischiano cioè di fare la fine di quelli del Risorgimento e dell’unificazione nazionale. E questo anche perché una parte considerevole dei ragionamenti attorno alla Costituzione, al suo valore e alla sua difesa, sono pregni di una retorica tanto esortativa e aulica quanto inutile e inconcludente. Infatti, chi tratta oggi il tema dei valori non può collocarsi se non in una posizione di ricerca aperta che gli consenta di mettere in discussione ciò che non è frequentemente messo in discussione, di ribadire che l’alleanza valoriale tra soggetti individuali e collettivi, come nel caso della Costituzione, deve essere costantemente giustificata e rinegoziata, non solo ribadita, con la consapevolezza che tale ricerca non può riferirsi e un qualche iper-valore al quale incardinarla aprioristicamente.
La riflessione attorno alla Costituzione conduce a interrogarsi sul termine stesso di “valore”. Esplicitare il significato attribuito alle parole è importante, e questo per stabilire la possibilità comunicativa minima essenziale, soprattutto quando si a ha che fare appunto con una parola altamente indeterminata quale valore, una parola-contenitore che diventa tutt’uno non solo con il contenuto, ma addirittura con la valutazione positiva di tale contenuto. Non a caso, per indicare qualche valore connotabile negativamente si utilizza funzionalmente il termine (concettualmente errato) di disvalore.
Il valore, dall’analisi comparativa di alcuni dizionari , diventa il qualcosa che ha la funzione di orientare l’azione individuale e collettiva valutandone la corrispondenza a norme assunte come valide, fermo restando che la questione dei valori, sia nella dimensione individuale che in quella collettiva e sociale rimane complessa e multiforme . È questa una definizione asciutta, sempre e comunque da contestualizzare in relazione a tempi, luoghi e culture, ponendo così la questione del relativismo, una questione pressoché irrisolvibile in termini astratti, ma pressoché risolvibile in termini pratici attraverso l’affermazione della inevitabilità del relativismo in ambito di analisi culturale e, nello stesso tempo, dell’impossibilità del relativismo in ambito politico, cioè l’ambito delle assunzioni di responsabilità, nel quale si decide, tra le varie opzioni possibili, quali debbano essere le modalità di relazione degli umani con loro stessi e con il non umano. Una “decisione” politica che si trasforma, pur con tutte le mediazioni del caso, in valorialmente connotate strategie e prassi educative, qui intese come processo di socializzazione non conformante. Il relativismo in cultura e l’anti-relativismo in politica ed educazione immunizzano, da una parte, rispetto al rischio di mettersi alla ricerca di chimerici valori eterni ed assoluti ai quali educare e dai quali ricavare ispirazioni educative, e, dall’altra, immunizzano rispetto al rischio d’impasse dovuta all’impossibilità di esprimere un giudizio operativo vincolante nei confronti di qualsivoglia alterità, simpatica o inquietante che sia.
La decisione attorno ai valori che possano orientare e/o vincolare le traiettorie di vita individuali e collettive avviene in una contemporaneità che si presenta come un luogo-tempo ricco di ossimori: passioni fredde, multiculturalismo omologato, liquefazione della solidità e solidificazione della liquidità, e si presenta anche come un luogo-tempo pieno di valori, che in sé dovrebbero essere forti e che paiono invece deboli, quasi si assistesse all’esaurimento della spinta propulsiva di alcuni di quei valori che hanno costituito una parte dell’ossatura orientativa e valutativa della modernità tradizionale (solidarietà, uguaglianza, partecipazione), a un loro riproporsi in tono minore, a tempo, sbiadito, più con la funzione di esercitare una resistenza locale all’esistente che con l’intenzione di contrapporsi a esso per superarlo.
Per un’attenzione pedagogica, la questione dei valori è sempre densa di criticità. Sono criticità di tipo strutturale e invariante, connaturate all’atto stesso dell’educare, che consiste proprio nella ricerca del difficile equilibrio tra compiti di socializzazione e compiti di individualizzazione, nel tentativo di costruire un percorso operativo altro rispetto all’attendismo iper-maieutico o alla manipolazione didatticamente raffinata. Nella contemporaneità tali criticità si accentuano per la difficoltà di attingere a un paniere di valori sufficientemente solidi, continuativi e condivisi da chi educa, chi deve essere educato e dagli altri soggetti presenti nel contesto sociale all’interno del quale le relazioni educative si strutturano, e non è detto che la mancanza di “solidi” valori di riferimento sia da considerarsi in sé un limite e un difetto, ma è sicuramente in sé una problematicità.
I valori che entrano nel paniere sono differenziati, molti sono rielaborazioni di quelli espressi dalle varie componenti sociali che hanno interagito nella modernità fordista, altri valori sono considerabili delle compensazioni alle ondate di perdita dei valori cosiddetti forti, altri ancora sono i sempiterni valori premoderni più o meno trattati e rielaborati, infine vi sono anche i valori di chi considera il mondo così com’è, magari con qualche aggiustatina, come sostanzialmente il migliore tra quelli possibili. È un paniere di valori dal quale chi educa non può non attingere, in questo assumendosi di volta in volta la responsabilità della scelta. Per parafrasare Des Esseintes, protagonista del romanzo À rebours di Joris-Karl Huysmans , se nel firmamento che sovrasta l’educazione non vi sono più i fari che illuminavano le antiche certezze, l’educatore individuale o collettivo che sia, si trova solo al cospetto dei valori e, in uno stato di relativismo assoluto, deve, come accennato, compromettersi culturalmente e politicamente, cioè deve individuare una certa idea di essere umano e di società scegliendo tra i valori a disposizione. Lo farà sulla base della propria storia complessiva, senza alibi di inconsapevolezza o ignoranza, con disincanto e assunzione di responsabilità.
La scelta dei valori di riferimento da prospettare a sé e agli altri avviene in relazione alle storie culturali, politiche, metodologiche all’interno delle quali consapevolmente si pongono coloro che operano in ambito pedagogico-educativo. Quindi si tratta del difficile compito di attingere da un paniere all’interno della variegata e contradditoria storia di quella pedagogia democratica e progressista, che ha avuto i suoi momenti apicali nella seconda metà del ‘900 , e che tenta oggi di ridurre il rischio dell’appiattimento in quel triangolo di omologazione i cui lati sono costituiti dalla mistica dell’impresa e del merito; dalla lifelong learning finalizzata a legittimare e sostenere la precarietà lavorativa ed esistenziale; dalle forme anchilosanti di ripiegamento su sé?
In una contemporaneità quasi senza possibilità-capacità di pensare alternative a se stessa -se non prospettando alcune nicchie relazionali o di impegno- che fa fatica a esprimere, o a far riconoscere, soggetti e processi sociali in grado di prospettare qualcosa di strutturalmente altro rispetto all’esistente, i valori ai quali è possibile fare riferimento sono quelli legati maggiormente al “metodo”, cioè al modo di porsi nei confronti della realtà, che non (se mai fosse possibile una disgiunzione) ai contenuti. Cioè, più che la ricerca di valori derivanti dalla riproposizione di assetti sociali del recente o dell’antico passato, più che la beatificazione frettolosa di disegni deboli di società o di umano senza (ancora) solide basi e prospettive di realizzarsi, si tratta di far entrare nel circuito comunicativo-educativo un’idea di modo di essere nei confronti di se stessi e del mondo nel quale siano salvaguardate, a mo’ di casematte, l’esercizio costante del disincanto, l’arte del sospetto, il riconoscimento dell’esistenza del conflitto, la pratica dell’interconnessione tra sé e il mondo, in ultima analisi, e semplicemente, l’esercizio disilluso e impegnato del pensiero critico. E, perché no, tentare, nel fare ciò, di educare-autoeducarsi anche a una minima dose di ironia e auto-ironia, di leggerezza e auto-leggerezza, perché non sarà sicuramente una risata che seppellirà i “disvalori” o il vuoto valoriale, ma non li seppellirà neppure la cupezza apocalittica o il narcisismo di grana grossa.

*Professore associato di Pedagogia generale e sociale
presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca.

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