Conversazioni filosofiche in musica

Riflessioni storico-filosofiche sul significato della musica

Nella suggestiva Venezia – luogo dell’anima – a Palazzo Duodo-Barbarigo incontriamo Donella Del Monaco, soprano, autrice e compositrice, Paolo Troncon, compositore, Luigi Vero Tarca, filosofo. Inizia così una conversazione che si snoda attraverso riflessioni storico-filosofiche e psicologiche, attorno al tema della musica vissuta come esperienza vitale ed allo stesso tempo spirituale ed estetica: memoria tratta da culture remote, reinterpretazione di forme musicali storiche. Un particolare percorso dove il senso del fare artistico viene ritrovato e conduce agli antichi archetipi che ancora ci abitano. “Ceci n’est pas un CD”: “Venetia et Anima”, ultimo album di Donella Del Monaco, è infatti una porta che si apre sulla memoria di lingue lontane, che già ci sono appartenute, su una cattedrale dimenticata da cui si sprigionano energie vitalizzanti, armonie, aneliti di infanzia futura.

Maria Piacente: Donella non si propone solo come cantante, ma anche come portatrice di una proposta estetica; si potrebbe parlare di una doppia vocazione.

Donella: Nel mio peregrinare come interprete vocale, pur cedendo al fascino di ciò che interpretavo (dalla musica contemporanea all’opera, dalla canzone al teatro d’avanguardia, dalla musica da camera al recupero di musiche popolari antiche), ho sempre avuto presente che cercavo dell’altro, e cioè il recupero dell’unità perduta, dell’interprete-creatore-demiurgo che dà un senso vero all’operare in campo musicale.

Tarca: Questa esigenza esprime bene un tratto comune direi a tutte le esperienze culturali dell’epoca presente. Noi oggi assistiamo, per esempio, al riemergere impetuoso di un bisogno di religiosità vissuta in prima persona. Certamente questi fenomeni sono spesso ambivalenti, nel senso che possono sottintendere una concezione tutta volta al recupero di una “mitica età dell’oro”, e quindi possono anche costituire semplicemente delle forme di fuga dalla realtà. Ma in ogni caso direi che questa è la sfida del tempo presente; per questo anche ho sentito consonante questo tuo tentativo con quello che Romano Màdera ed io stiamo facendo in filosofia, dove appunto stiamo proponendo una filosofia vissuta in prima persona, cioè autentica [Si allude qui al progetto filosofico presentato nel libro La filosofia come stile di vita, Bruno Mondadori, Milano 2003, che è stato recensito nel numero precedente di questa rivista. NDR]. La difficoltà, nel nostro caso come nel tuo, è proprio quella di riuscire a conciliare la professionalità acquisita (nel tuo caso musicale, nel nostro caso filosofico-psicoanalitica) con l’esigenza di mettere in primo piano la persona concreta facendola “entrare in gioco” al livello in cui lei effettivamente si trova. Anche in questo senso è centrale il problema, che a te sta così a cuore, della interpretazione e della sua valenza creativo-compositiva.

Donella: Infatti “interpretare” è una parola ambigua, può significare sia aderire ad un testo, cercandovi il suo senso storico (la cui verità è però irripetibile), sia – nel suo senso più ampio – riviverlo e farlo proprio caricandolo delle personali, intime tensioni.

E’ stata questa seconda via che mi ha sempre attratto perché il rapporto con la musica, ma anche col pubblico che ti ascolta, lo percepisco come “verità”. Non è facile parlare di questo: si tratta di comunicare – o meglio di un’aspirazione a comunicare – il sé intimo e profondo che diviene interscambio emotivo in uno specchiarsi di proiezioni inconsce.

Il pubblico chiede magia ed incantamento, l’artista vuole aprirsi, vuole condividere  un'”esperienza” ricca di significato, farlo uscire dalla dimensione appiattita del vivere.

Tarca: Nella cultura contemporanea la figura dell’interpretazione e quindi dell’interprete è centrale. Basti pensare al ruolo decisivo svolto dall’interpretazione all’interno dell’ermeneutica. La filosofia attuale rifiuta l’idea di una verità indipendente dalla interpretazione. In questo senso probabilmente essa è molto vicina alla tua idea che la “interpretazione” musicale (la “esecuzione musicale”) è essenziale e costitutiva rispetto alla “verità” della pratica musicale e della stessa composizione.

Non a caso tu hai usato la parola “verità” a proposito dell’esperienza musicale che proponi; e credo che l’abbia introdotta a proposito, perché la cultura contemporanea è consapevole che la verità si dà in molti modi, in molte forme e in molti “luoghi”. È caduto il privilegio incondizionato accordato alla dimensione logico-epistemica per quanto riguarda il rapporto con la verità: pensa a Gadamer (Verità è metodo) per un verso, o a Derrida (critica del logocentrismo) per un altro verso, ma poi anche al secondo Wittgenstein ecc. La verità, insomma, è una dimensione che abita, in
forme diverse ma con la stessa intensità, esperienze molto diverse: la creazione musicale manifesta la verità tanto quanto quella linguistico-concettuale.

Donella: Questo allora introduce un altro problema: se si vuole rendere il più possibile significativo il rapporto interprete-pubblico, volendo imprimervi la propria “verità” interiore, non basta più interpretare un testo, un ruolo pensato da altri; occorre utilizzare altri veicoli che rispecchino appieno la densità del proprio sentire.

Ecco che senti allora la necessità di creare “la tua musica” che trasmetta il senso del tuo vivere nel presente ma anche i tuoi archetipi, quei nodi densi di significato che agiscono quasi inconsapevolmente nel riconoscersi della tua identità.

Tarca: Quello che tu dici pone anche la questione fondamentale del ruolo del pubblico. Se nell’esecuzione musicale si crea una situazione nella quale si manifesta una verità che coinvolge in pieno anche il pubblico, allora ci si deve chiedere: in che modo anch’esso può avere un ruolo “compositivo”? Io credo che questo vada inteso non solo nel senso che, ovviamente, lo spazio dell’esecuzione deve essere tale da consentire una effettiva con-partecipazione da parte di chi ascolta, ma anche e soprattutto nel senso che la performance dovrebbe essere un momento certamente significativo ma anche complementare rispetto ad altri momenti nei quali si svolge un lavoro di “educazione musicale” ad hoc (se non ho capito male, le tue iniziative in questo campo vanno proprio in questa direzione). Si tratta probabilmente di una educazione nella quale il rapporto è reciproco; nel senso che non è solo il “maestro” che “insegna” qualcosa all’allievo, ma è quest’ultimo che indica al primo la direzione e il senso che devono avere le sue esperienze musicali. In questo senso credo che una risposta al problema che sopra abbiamo posto (come conciliare un alto livello professionale con la partecipazione di tutti all’effettiva esperienza della interpretazione-composizione musicale) possa essere rintracciata proprio in questa direzione. Come compriamo una guida “seria” per organizzare il viaggio che a noi interessa fare, il viaggio che realizza le nostre aspirazioni profonde, o come andiamo da un bravo sarto per farci fare il vestito che a noi piace portare, così credo che ognuno dovrebbe avere una esperienza in prima persona della musica. A tal fine egli dovrebbe, rivolgendosi al competente, al professionista non per raggiungere il livello tecnico massimo, ma per realizzare quella esperienza musicale che, per quanto magari tecnicamente meno difficile di altre, tuttavia è per lui, per la sua esperienza, pienamente soddisfacente. Ancora oggi noi (e i nostri ragazzi) soffriamo di una logica dicotomica per la quale ci troviamo di fronte a una sorta di aut aut: o diventiamo dei professionisti veri e propri (pianisti, violinisti, cantanti), oppure perdiamo ogni rapporto davvero personale e attivo con la musica, con la quale eventualmente finiamo per intrattenere un mero rapporto di consumatori passivi. La stessa cosa, se ci pensi, accade con lo sport, ma poi anche con la politica e – per venire alle cose che io seguo più da vicino – alla filosofia.

La questione che tu poni dunque, da strettamente artistica diventa immediatamente culturale, educativa ed anche politica, nel senso alto del termine.

Donella: Ci ricongiungiamo dunque col problema della composizione attuale: la musica contemporanea o d’avanguardia aveva sperimentato, dagli anni ’60 agli anni ’80, un suo “linguaggio” autoreferenziale. Ma ciò che allora aveva sapore di avanguardia e di innovazione oggi appare in crisi. Nella sensibilità del post-moderno, la fiducia nelle costruzioni ideologico-formali-linguistiche appare appannata. Siamo indubbiamente entrati in un’epoca nuova, dove l’intero sistema cultura-pensiero-linguaggio europeo sta implodendo.

Ciò che mi attira non è creare una musica che si identifichi tramite un nuovo linguaggio, perché, a mio giudizio, questa operazione sarebbe un ennesimo artificio speculativo. Si tratta, al contrario, di cercare un “senso” tramite la musica: vivere e condividere una “esperienza”.

Ciò che propongo è “un modo di essere” che parte dal proprio interno, dalla necessità di cercare se stessi; consiste in un progressivo e lento processo di individuazione, sta nella necessità di avvicinarsi sempre più alla propria verità interiore tramite le possibilità comunicative del fare musicale.

Comporre, in questo senso, significa fare qualcosa di strettamente legato alla percezione del “senso” nel proprio procedere umano ed autobiografico; è un rispecchiarsi del profondo, conscio, inconscio e misterico.

Tarca: Sì, il problema centrale è proprio quello di conciliare la dimensione personale, quindi autobiografica, con quella autenticamente culturale e, nel caso specifico, musicale. Introducendo la dimensione personale si corre il rischio di intensificare quella impostazione egocentrica che per certi versi costituisce proprio il problema della nostra cultura. D’altro canto anche la “cura” dell’egocentrismo consistente nell’amputazione della dimensione personale (questo è quanto è spesso accaduto nella nostra civiltà, che ha fatto coincidere la sapienza con la scienza e quindi, oggi, con la tecnica, cioè con procedure oggettive, automatiche e impersonali) si è dimostrata fallace. Occorre veramente pensare un tipo di esperienza nuova, nella quale la dimensione della “verità” possa assumere un volto diverso da quello della “repressione” della componente personale.

Maria Piacente: Ma come si traduce in musica un “modo di essere” o la percezione “del proprio procedere umano ed autobiografico”?

Donella: Qui si apre la questione della propria identità come esseri viventi nel presente, nel rapporto con la storia ovvero con le forme della tradizione.

Sarà forse per la mia formazione di architetto che mi sembra impossibile sentire le forme (o i linguaggi) consegnateci dalla storia come obsolete: a nessun progettista verrebbe in mente, per rendere attuale e funzionale una città, di abbattere le chiese gotiche, i palazzi neoclassici o i resti archeologici. Anzi, essi sono il cuore pulsante del nostro passato, sono il nostro legame con le nostre radici, sono il perno della nostra identità, della nostra autobiografia culturale.

Progettare urbanisticamente in modo corretto è far convivere in modo vitale passato e presente.

Tarca: Interessante questo collegamento con l’architettura. Ricollegandomi a quello che dicevo prima direi che ognuno dovrebbe poter progettare, insieme all’“architetto” naturalmente (che in questo caso è l’interprete compositore musicale, il “professionista”), la propria “abitazione musicale”, il proprio “panorama musicale” (qualcosa che ha a che vedere con il “paesaggio dell’anima”).

E, giustamente, nella costruzione del proprio luogo spirituale sarebbe assolutamente stupido non tenere conto del grande patrimonio della tradizione (musicale, filosofica ecc.), patrimonio che naturalmente va inteso, piuttosto che come un modello fisso da applicare, come un insieme di paradigmi ai quali ci si rifà di volta in volta, a seconda delle situazioni, delle diverse esigenze e delle varie sensibilità.

Donella: Anche la nostra identità è costruita a stratificazioni successive, nel nostro presente agisce il passato, prossimo o remoto, individuale o sociale, creando in noi una percezione del sé che ha diverse profondità di evocazione. Il presente ed il passato sono legati da un continuum interiore irrinunciabile, se così non è si cade in un totale sradicamento del sé.

Nel presente vive ed agisce in noi ciò che siamo stati, ma anche ciò che saremo. Infatti, vi è anche un altro aspetto: la percezione della nostra identità non è statica ma dinamica, essa “matura” o si evolve, interagisce con il vorticoso procedere del divenire storico.

Secondariamente, le comunicazioni e le migrazioni di popoli rendono necessario il confronto o perlomeno la percezione di culture, e dunque di identità, diverse dalla nostra. Questo crea, a mio avviso, il formarsi di un’identità “fluida” in perenne tensione e ricerca di equilibrio.

Tarca: la nozione di “identità fluida” mi pare molto pertinente. Io la trovo consonante con quella identità puramente positiva di cui parlo in filosofia, perché là io dico che solo se pensiamo una differenza che si distingua da ogni forma di negazione (questa è appunto la pura differenza) noi possiamo giungere a pensare una identità capace di rimanere se stessa pur variando continuamente. Fin tanto che, invece, noi pensiamo la differenza come una negazione della identità, siamo costretti a oscillare tra due tentazioni opposte, ma entrambe negative: la prima consiste nel negare la variazione
e il movimento nel tentativo di conservare un’identità immodificabile; la seconda, all’inverso, consiste nel rinnegare l’identità per restare fedeli alla variabilità dell’esperienza.

A questo proposito si potrebbe parlare di una sorta di “ecumenismo” anche in musica, non nel senso di un indeterminato eclettismo, ma nel senso dell’apertura a un orizzonte universale che è tale proprio in quanto si mostra capace di penetrare davvero e di condividere concretamente il senso profondo delle varie esperienze culturali ed artistiche.

Donella: Così è la musica che amo proporre: una musica la cui appartenenza ad un genere codificato è impossibile. Per rispecchiare la densità, la pluralità di compresenze nel formarsi della mia identità nel suo necessario, continuo procedere sulla via dell’identificazione del sé, sento necessario l’interagire di più stratificazioni linguistico-formali, evocare modelli storici, ma aprendone la forma codificata e facendola interagire con altre modalità o sensibilità musicali, per esempio con l’improvvisazione.

Troncon: Se per “improvvisazione” intendiamo una sorta di invenzione istantanea, e per “composizione” un’invenzione “ragionata”, “architettata”, è opportuno qui ricordare che improvvisazione e composizione, storicamente parlando, non sono mai state considerate abilità musicali autonome e contrastanti. Il compositore un tempo era anche esecutore delle proprie musiche, per questo i due approcci si compenetravano in modo del tutto naturale.

A partire dalla seconda metà del XX secolo, invece, una certa cultura estetica, sicuramente elitaria ma divenuta dominante nell’avanguardia, ha problematicizzato il rapporto fino a concepire l’improvvisazione come “altro” rispetto alla progettualità compositiva, identificando quest’ultima come l’elemento fondamentale e unico per la generazione di una sempre più complessa “forma” musicale. All’interno di questa visione compositore ed esecutore sono diventati, nelle loro specifiche funzioni, sempre di più entità distinte. Pur riconoscendo all’improvvisazione la capacità di trasmettere un’immediatezza che sa di “originale” e “naturale” (valore aggiunto, solo oggi particolarmente apprezzato), permane in questa concezione culturale la considerazione che il prodotto musicale che ne scaturisce “viene privato” di una sua presunta essenza come “opera”. La non riproducibilità dell’esecuzione improvvisata è la causa prima di questa “perdita” di “oggettività”. Questa concezione estetico-formale di “opera” musicale tradisce oggi tutta la sua natura storico-ideologica e il suo superamento, a mio parere, dovrebbe passare attraverso una nuova definizione di forma musicale, dove improvvisazione e composizione trovano, o riscoprono, un nuovo ruolo sinergico.

Tarca: A me capita a volte di definire “improvvisazioni filosofiche” le sedute del Seminario aperto di pratiche filosofiche che tengo presso l’Università di Venezia…

Donella: Possiamo evocare anche le sonorità della contemporaneità come l’elaborazione elettronica o modalità provenienti dalla polifonia o dal Lied, dalla musica da camera come pure dal rock o dal jazz…

Gli apporti possono essere molteplici, ma comunque interagenti fra di loro, sovrapposti o fusi in un polilinguismo musicale, in un amalgama temporale, in un intreccio di riferimenti culturali. Vi è dunque l’esprimersi di una sensibilità in perenne ambiguità fra riferimenti colti e popolari, contemporanei e provenienti dalla tradizione storica.

Filo conduttore è il filtro della propria sensibilità, di una “verità” autobiografica significante, sospesa nel suo movimento alla ricerca di un equilibrio dinamico fra rievocazione del passato, esperienza del presente e intuizione di una tensione rivolta a una visione futura, lontana, forse irraggiungibile. E’ il cercare l’inesprimibile verità del momento vitale.

Anche i testi, che normalmente seguono un itinerario, un tema progettuale, hanno lo stesso modo di formarsi: scaturiscono dal recupero o dall’elaborazione di linguaggi antichi, scelti per la loro “aura” evocativo-misterica, rivolti dunque ad una recettività più inconscia che razionale, e giungono fino ai linguaggi del presente.

Maria Piacente: A quando risale questa concezione e come nascono i tuoi lavori?

Donella: Il nucleo iniziale di questo sentire risale addirittura all’inizio del mio percorso musicale. Nel 1974 ho fondato il gruppo musicale “Opus Avantra”, che significa appunto un “Operare” fra Avanguardia e Tradizione. Ne sono usciti alcuni dischi che sono rimasti storici e tutt’ora ristampati. Attualmente “Opus Avantra” è molto di più, è un’etichetta discografica distribuita in parecchi paesi attraverso la quale pubblico ogni anno un nuovo lavoro. Ma è in più un team di lavoro creativo, stabile col quale promuoviamo i nostri concerti o eventi, o ancora discussioni su tematiche “calde” fra musica e filosofia. Trovo straordinariamente stimolante lavorare in modo trasversale cercando convergenze ed assonanze con diverse discipline.

Per quanto riguarda la composizione in senso stretto non ho mai pensato di poter operare da sola in questa complessità di stimoli.

Accanto a me, ed in sintonia spirituale e progettuale, è necessaria la figura di un compositore col quale lavoriamo, quasi in simbiosi, a quattro mani. I nostri ruoli, tuttavia, restano diversi e complementari. Come ambito di riferimento si potrebbe  considerare il mio agire più vicino all’aspetto “dionisiaco”, nel senso che avverto  come necessario nel mio ruolo d’interprete un rapporto intensamente vissuto col pubblico, dove entrambi ci si senta partecipi di un evocare, di un percepire sostrati esistenziali interiori.

L’agire del compositore è invece più vicino all'”apollineo” per la sua preparazione e per la sua vocazione ad esprimersi tramite la forma; egli ha difatti il compito di rendere lo slancio dinamico in forma e struttura.

Il compositore, in sintonia con me, diviene inoltre anche elemento di filtro sensibile degli apporti artistico-musicali di differenti aree di provenienza, quali le improvvisazioni strumentali o altro, che alle volte irrompono nella musica più complessa e strutturata.

Il nostro lavoro possiede qui un’accezione sia compositiva che “registica”, in quanto ha il compito di riuscire a rendere coerente un polilinguismo a volte divergente, dove le spinte spontaneistiche, di derivazione popolare, devono interagire in maniera vitale, ma non estraniante, nel contesto della composizione.

Il senso è dunque alchemico: trasformare in significante una molteplicità di linguaggi separati ed estranei, ma in noi compresenti; è un ricercare l’equilibrio, l’esatto punto di accordo del molteplice che viviamo dentro di noi, senza perdere noi stessi.

Tarca: A me capita spesso di presentare la mia filosofia come la proposta di una pratica teorica intesa come con-posizione. Questa espressione va intesa sia nel senso che l’autentica filosofia deve, proprio per la sua natura costitutivamente universale, essere capace di congiungere in maniera unitaria le più disparate esperienze e i più vari contenuti, sia nel senso che l’attività filosofica va intesa come una forma di “composizione” molto simile a quella di tipo artistico: più che attenersi a un modello oggettivamente dato e codificato, il filosofo deve essere un “creatore” che evoca e con ciò stesso dà realtà a “nuovi cieli e nuove terre”. Anche in questo senso credo che la pratica musicale che tu proponi sia molto prossima all’esperienza di cui sto parlando io. Del resto, ritengo che un tratto caratteristico dell’esperienza culturale del nostro tempo consista proprio in questo, che da un lato bisogna avere una sguardo planetario (non solo in senso geografico e spaziale, o sincronico, per così dire, ma anche diacronico, cioè riferito alle storie millenarie delle varie tradizioni culturali), e dall’altro lato si deve essere capaci di superare le dicotomie pregiudiziali tra le varie esperienze (musicali, filosofiche, teatrali, letterarie ecc.) senza però – e questo è molto importante – rinnegare le singole specificità e differenze.

Donella: “nuovi cieli e nuove terre” è un’espressione poetica e sapienziale che sento appartenermi. Vorrei offrire il mio canto a tutti come un umile ma sentito modo di unirci insieme, di evocare in oguno di noi l’infinito che ci appartiene.

Redazione: Alcune di queste alchimie posso essere vissute nell’ascolto del CD “Venetia et Anima”, la cui presentazione si terrà a Treviso il 6 marzo 2004, all’interno di un evento culturale che si pone come obiettivo il recupero e la valorizzazione degli aspetti storici
e linguistici inerenti alla cultura veneta, organizzato dal Comune di Treviso, dal Sindaco Gianpaolo Gobbo e dall’Assessore alla Cultura Letizia Ortica.

*Soprano, autrice e compositrice.

**Professore di Filosofia Teoretica, Università Ca’ Foscari di Venezia

***Compositore 

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