Conversione al genere femminile

Conversione al genere femminile

Quante sono le donne che oggi, sparpagliate in una miriade di gruppi, manifestano un’incapacità a lavorare insieme anche quando ad esigerlo è la “Causa” più giusta di tutte le Cause, la lotta contro l’attentato alla Vita, contro il femminicidio? Da dove deriva questa incapacità, da parte delle donne, di dar vita a Un Insieme differenziato in grado di organizzare un’Azione Politica efficace contro queste stragi?

Paola Zaretti*

Conversione al genere femminile

Quante sono le donne che oggi, sparpagliate in una miriade di gruppi, manifestano un’incapacità a lavorare insieme anche quando ad esigerlo è la “Causa” più giusta di tutte le Cause, la lotta contro l’attentato alla Vita, contro il femminicidio? Da dove deriva questa incapacità, da parte delle donne, di dar vita a Un Insieme differenziato in grado di organizzare un’Azione Politica efficace contro queste stragi?

Paola Zaretti*

Voglio tornare[1] su un tema che mi sta molto a cuore e di cui mi sono occupata un po’ di tempo fa in un articolo intitolato: Quando la Differenza indossa l’Uni-forme.

Credo valga la pena di farlo per chiedersi ancora una volta, soprattutto in tempi bui come questi, perché le donne non fanno Un Insieme, perché i Luoghi del femminile siano tanto spesso caratterizzati da continue divisioni, lacerazioni e frammentazioni, furti e misconoscimenti che rendono quanto meno problematico credere in una “politica delle donne” creatrice e portatrice di una reale differenza sia sul piano di un’azione simbolica eticamente e politicamente efficace, sia sul piano di quelle trasformazioni necessarie conformi agli ambiziosi obiettivi dichiarati a vari livelli e in diversi contesti, a partire dal tema della violenza che vede impegnate molte di noi in scenari di morte ogni giorno più cruenti.

Lo spunto per tornare sull’argomento mi viene da un intervento di Lea Melandri pubblicato nel blog del Corriere della sera in cui la sua lettura del fenomeno della frammentazione presente all’interno dei diversi Luoghi del femminile – messa a confronto con le letture, decisamente contrastanti, di Lacan e di Irigaray – apre la strada ad alcune considerazioni che potrebbero essere di qualche utilità in vista di una rinnovata e più attenta riflessione su un fenomeno noto e datato che la corsa del tempo, dal canto suo, non ha fatto che rendere più acuto, visibile e, a quanto pare, immedicabile.

Scrive Melandri: “Non mi preoccupa la diversità di teorie e pratiche, e neppure la frammentazione che c’è sempre stata nel femminismo, un elemento di ricchezza e garanzia di continuità se non si traduce in contrapposizioni e cancellazioni reciproche. Mi spaventa la facilità con cui si demolisce, ogni volta che nascono nuovi gruppi e iniziative di donne, quel poco di storia che abbiamo alle spalle e che andiamo faticosamente, pazientemente costruendo.

Bisogna chiarire subito che la pratica della frammentazione cui Lea Melandri fa qui riferimento – e che nella teoria lacaniana troviamo esaltata come un valore aggiunto condensato nella formula dell’“una più una, più una” che approda alla tesi radicale dell’inesistenza della donna come universale: “La donna non esiste”, scrive Lacan – pur essendo considerata dalla stessa Melandri un elemento di ricchezza, lo è, però, a suo dire, a una precisa condizione: a condizione che non comporti “contrapposizioni”, “cancellazioni” e “demolizioni” reciproche fortemente invalidanti per la qualità delle relazioni fra donne e per il potenziale energetico, creativo e collettivo sul piano sociale e politico.

La posizione di Melandri è ben lontana, come si vede, dall’assunto lacaniano secondo cui, invece, sarebbe proprio in virtù di quella frammentazione – di quell’“una per una” grazie a cui il progetto di dissoluzione di Un Insieme trova modo di realizzarsi – che le donne, per via dei benefici che loro ne deriverebbero, possono rinunciare a quel sogno di unità e compattezza che renderebbe incisive le loro azioni e che sarebbe loro indispensabile per contare nei luoghi simbolici in cui si decide. Non esiste, infatti, per Lacan, l’essere donna come insieme: “l’esistenza – scrive una psicanalista fedele alla teoria del Maestro – è affidata solo a una, e poi a un’altra e così via, disegnando una successione infinita che non compone mai un campo chiuso… dalla cui sommazione si arrivi a estrarre l’essenza del femminile.

La psicanalisi, accusata da Braidotti di “essenzialismo psichico” sarebbe dunque anti-essenzialista?

Il limite, rappresentato da quella frammentazione dell’“una più una, più una” che impedisce alle donne di fare Un Insieme, si traveste dunque, nella teoria lacaniana, in una preziosa risorsa aggiuntiva, in quel “di più” che contraddistingue la specificità del femminile e che investe anche la sfera del “godimento”. Un godimento femminile “supplementare” – cui l’uomo, prigioniero del godimento fallico dell’“idiota”, non avrebbe accesso – viene teorizzato come forma di risarcimento (!) alla donna per la mancanza nell’ordine simbolico di un significante, diverso dal fallo, in grado di rappresentarla: “La serie infinita dell’una per una – si legge ancora in un testo (Una per Una), dedicato all’argomento – risponde al vuoto di essere della femminilità che Lacan trasforma dal piano della mancanza, del deficit fallico, a quello della creazione a partire dal nulla, del proprio modo di essere che non è già previsto”.

“Vuoto di essere”, “Mancanza”, Deficit fallico”. Questa, in sequenza, la serie dei meno riservati alla donna miracolosamente convertiti in valore… A pensarla diversamente, a smantellare e a decostruire l’ingannevole positività conferita dal lacanismo alla logica dell’“una per una” – modalità relazionale femminile per eccellenza – è stata, per prima, Irigaray che ha saputo individuare e riconoscere in questa logica non solo l’impasse intrinseca, costitutiva, di una “pluralità che sfugge alla definizione di unità”, il limite, dunque, di una differenziazione plurale incapace di declinare se stessa con Un Insieme, ma anche la negazione e il misconoscimento, l’espropriazione, insomma, alle donne, di un loro genere proprio: “Il fatto teorico di definire le donne come parti di un tutto (una più una, più una) è una maniera per non riconoscere il loro genere proprio[2].

Il “fatto teorico” non sarebbe poi per Irigaray così grave e preoccupante, se nel misconoscimento, da parte di Lacan, di Un genere femminile proprio, non ne andasse del fallimento del “compito” che spetterebbe alle donne la cui rinuncia andrebbe a esclusivo vantaggio del Dio degli uomini: “Lei è già al servizio del Dio degli uomini. Non si tratta più del suo compito in quanto appartenente al genere[3].

Non sfugge, nel passaggio indicato, la sottolineatura del nesso esistente fra appartenenza al proprio genere e realizzazione del “compito” e, per contro, fra misconoscimento del proprio genere e fallimento del “compito” cui le donne sarebbero chiamate. Ne risulta, dunque, secondo la lettura critica di Irigaray, che la frammentazione insita nella logica dell’“una più una, più una” – enfatizzata e teorizzata dal lacanismo come primato del “valore” della singolarità sull’universale – comporta necessariamente, per le donne, uno scacco che le mette al servizio degli uomini.

Ebbene, credo sia questo, in sintesi, il “trucco” teorico contenuto nella teoria lacaniana che Irigaray ha voluto rendere manifesto: la frammentazione delle donne, la loro incapacità di costituire, come genere, Un Insieme Differenziato, lungi dall’essere un valore aggiunto, è il più grande atto di servitù che le donne possono rendere agli uomini. La tesi di Irigaray e l’importanza da lei attribuita al riconoscimento, da parte delle donne, di appartenenza a un proprio genere, viene contrastata e contro-argomentata da parte di un’altra psicanalista formata alla scuola di Lacan: “Ci sembra interessante soffermarsi brevemente sull’ipotesi che parte del Movimento femminista internazionale da anni sta perseguendo, ovvero arrivare a definire un’identità femminile o di genere. Tale ipotesi tende a estendere l’universalizzazione anche nel lato femminile, relegando tutto il godimento nell’orizzonte fallico e negando l’esistenza dell’Altro godimento, forse nel tentativo di far esistere il padre[4].

Insomma, a voler far esistere il padre a tutti i costi, non sono le varie scuole di psicanalisi che sul primato della funzione paterna hanno consumato tanto inchiostro – anche quando c’è chi, preso da immedicabile nostalgia, si chiede cosa resti del padre – ma sarebbero proprio quelle femministe che il patriarcato hanno sempre contrastato.

Tralasciando il riferimento ai doppi godimenti che qui non interessano, seguiamo, piuttosto, l’argomentazione con cui Adriana Cavarero, filosofa del “pensiero della Differenza”, risponderebbe all’obiezione sopra rivolta al concetto di “identità di genere”, sostenuta da Irigaray:“per quanto la sostanzializzazione del genere femminile consista in un atto di mimesi ingenua e inneschi una serie di contraddizioni, la nominazione della Donna deve infatti essere letta come il gesto temporaneo di una strategia eversiva volta a decostruire la logica androcentrica del soggetto. Per dirla con Ida Dominijanni, «nessuna politica delle donne può fare a meno del radicamento nel genere, perché è come genere oggettivato, e non come soggetti singolari pensanti e attivi, che le donne sono previste nell’ordine simbolico patriarcale: la rivoluzione femminile non può non partire da qui»[5].

Come dire che, pur con i limiti e le contraddizioni che emergono quando il significante universale La Donna mima, rovesciandolo, il gesto patriarcale (L’Uomo), il radicamento nel proprio genere resta, nondimeno, la condizione di una rivoluzione femminile.

C’è da dire, inoltre, che la visione teorica di un genere femminile paragonabile a un Corpo necessariamente frammentato, diviso, sconnesso e incapace di agire unitariamente, rappresenta per l’uomo un forte antidoto contro l’angoscia: le donne, frammentate e divise le une dalle altre, sono sempre state la più formidabile garanzia contro il pericolo che esse incarnerebbero agli occhi dell’uomo se solo si mostrassero davvero capaci di declinare quell’“una per una” che le differenzia, con Un Insieme, se solo si mostrassero all’altezza di realizzare ciò che all’uomo – e alle teorie psicanalitiche scritte da uomini – è sempre risultato impossibile: declinare Uno e Diverso, Unità e Differenza, Singolo e Generale – direbbe Kierkegaard.

L’accento posto dalla teoria lacaniana sull’impossibilità assoluta delle donne a formare Un Insieme, l’insistenza sul valore della frammentazione e l’enfasi posta sulla singolarità, può essere letta come l’ennesima riproposizione, in chiave psicanalitica, di quel tentativo di difesa del maschile dal fantasma terrificante della Madre Terribile dalle fauci di coccodrillo che il superamento della frammentazione dell’“una più una, più una” a vantaggio di Un Insieme di tante donne diverse ma unite contribuirebbero a rendere, se mai fosse possibile, ancora più terrifico. Evocare, a questo proposito, la mitologia, sarebbe davvero superfluo.

Di qui l’enfatizzazione e la supervalutazione, da parte di Lacan e dei suoi fedelissimi/e, di ciò che, per Irigary, costituisce invece, per il genere femminile, un vero e proprio fallimento del proprio “compito”. Va sottolineato, per inciso, che questo termine – compito – è ben presente nel pensiero di Nietzsche e consiste, per ciascuno/a nel “divenire ciò che si è”. Che significa per le donne “convertirsi” al femminile.

Ciò premesso, va tuttavia precisato che la teoria lacaniana dell’“una più una, più una”, pur non essendo condivisibile per gli effetti di frammentazione a cui conduce, non è del tutto infondata e a testimoniare di questa fondatezza è il fatto che, prendendo spunto da una citazione di Melandri, siamo qui a parlare di questo – proprio di questo: a interrogarci sul perché le donne non fanno Un Insieme.

L’errore di Lacan, non consiste dunque nell’affermare che le donne non fanno Un Insieme – ciò è del tutto evidente – ma nell’aver fondato su questa loro incapacità, sulla loro frammentazione e sulla paralisi nell’Azione che ne segue, su un Sintomo, insomma – una teoria che lo legittima. Occorre distinguere: una cosa è osservare ciò che accade, sintomaticamente, nei Luoghi del femminile, nel movimento femminista di un tempo e nel cosiddetto “neo femminismo” – segnati da lacerazioni e continue scissioni – altra cosa è teorizzare come positivo uno stato di cose che inibisce le donne dall’esercizio di un’Azione politica efficace, facendolo passare per un valore aggiunto…

Si tratta allora di valutare, a questo punto, con l’aiuto che ci viene dal contributo del pensiero di Irigaray ma anche di Butler sull’argomento, se la nascita, la proliferazione e la frammentazione di gruppi di donne in progressivo aumento – visibilissima anche nel web in cui l’originarsi di sempre nuove formazioni gruppali, su iniziativa di donne, si allarga a macchia d’olio – sia il segnale maturo, l’indice positivo, di quell’“identità femminile” finalmente conquistata di cui ci parla Irigaray – identità senza la quale l’amministrazione del mondo in quanto donne risulterebbe impossibile – o se sia, invece, il segno negativo di una “prevaricazione che le donne esercitano l’una sull’altra per mancanza di soggettività propria”, per “mancanza di affermazione di sé e di una proibita o impossibile definizione di sé come soggetti e come oggetti da parte di se stesse e per se stesse[6].

Si tratta di chiedersi, ancora, se, l’opposizione fra le due posizioni indicate, non dipenda dallo scontro mortale fra una tensione, un desiderio legittimo, da parte di alcune donne, all’autoaffermazione della loro soggettività, della ricerca di quella identità, e una loro non ancora raggiunta capacità di intercettare e di riconoscere, alle altre donne, la medesima legittimità. Inutile dire che senza questo reciproco riconoscimento nulla può funzionare contro l’impulso alla prevaricazione e all’annientamento dell’altra. Vale qui la pena ricordare che il tema della distanza fra donne – coltivato dal primato della logica “dell’una per una” – viene menzionato da Irigaray, non senza rammarico, a proposito del suo rapporto-non rapporto con Simone Weil: “Fra noi due non è stata pronunciata nessuna parola sulla liberazione delle donne. Ancora, una volta, come comprendere questa distanza mantenuta fra due donne che avrebbero potuto, se non dovuto, lavorare assieme?[7].

Quante sono le donne che oggi, sparpagliate in una miriade di gruppi, manifestano un’incapacità a lavorare insieme anche quando ad esigerlo è la “Causa” più giusta di tutte le Cause, la lotta contro l’attentato alla Vita, contro il femminicidio? Da dove deriva questa incapacità, da parte delle donne, di dar vita a Un Insieme differenziato in grado di organizzare un’Azione Politica efficace contro queste stragi? Irigary se lo chiede e risponde così: “La questione sarebbe di sapere se ciò deriva dalla scelta di alcune donne o dalla necessità di un mondo costruito dagli uomini, un mondo che le donne non scelgono ma subiscono. E non diventano donne, diventano uomini. E’ ciò che richiede loro l’universo maschile, invece che riconoscere l’identità femminile.

Ci sarebbe dunque in giuoco, in questa inibizione sintomatica all’Azione, in questo accontentarsi delle donne di palliativi e di emendamenti secondari, in questo loro sfiancante procedere per vie traverse e false scorciatoie che le allontanano dall’obiettivo – raccolta di firme, richieste al capo dello Sato, petizioni ai calciatori invitati a perorare la loro causa – qualcosa dell’ordine di una Necessità loro imposta dall’universo maschile che richiede loro di diventare uomini, di avere “se non il suo pene”, il “suo fallo”?

Può darsi che sbagli, ma ho la netta impressione che il gesto inaugurale che porta molte donne a fondare gruppi “nuovi” solo in apparenza e a farsi promotrici di iniziative in nulla differenti dalle molte già esistenti e portate avanti da tempo ad opera di altre donne, abbia più a che fare con la prevaricazione che nasce da una “mancanza di soggettività propria” – dal bisogno di avere “il suo fallo”, direbbe Irigaray – che da un’autentica, matura e realmente acquisita identità soggettiva femminile che comporta una “conversione al proprio genere” e che significa, per la donna, poter fare a meno de “il sua fallo”. Scrive Rosy Braidotti commentando Irigaray: “A meno che entrambi i sessi non si uniscano nel tentativo di realizzare una sessualità non fallica, di riscrivere il copione della sessualità prendendo le distanze dalla violenza del Fallo, nulla cambierà[8].

Niente può fare meglio da conclusione a questi pensieri che il passo di Irigary che segue e che spero sia utile per tastare e guardare senza infingimenti e senza paura il vicolo cieco in cui ci troviamo: “la donna deve percorrere un itinerario doloroso e complesso. Una vera e propria conversione al genere femminile […] Le difficoltà che le donne incontrano per entrare nel mondo culturale maschile hanno come conseguenza che quasi tutte, comprese quelle che si dicono femministe, rinunciano alla loro soggettività femminile e ai rapporti con le altre donne, e ciò le conduce verso un vicolo cieco, individuale e collettivo, dal punto di vista della comunicazione[9].

*Psicanalista, Oikos-bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere Antiviolenza


[1]            Questo articolo è tratto dal sito de “Il Paese delle Donne on line”, www.womenews.net

[2]             L. Irigaray, Sessi e genealogie, Dalai Editore, 2007.

[3]             Ibid.

[4]             da Una per Una

[5]             A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofe femministe, Mondadori, 2002.

[6]             Irigaray, Sessi e genealogie, cit.

[7]             Ibid.

[8]             R. Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire, Feltrinelli, 2003.

[9]             Irigaray, Sessi e genealogie, cit.

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