Cyborg: una nuova identità

Il cyberfemminismo come territorio di azione radicale ed estrema
La nostra riflessione sull’identità di genere, sul significato profondo di cosa vuol dire essere donne e uomini oggi, non poteva esonerarsi dall’indagare il processo di costruzione dell’identità nella cultura della simulazione, nell’esperienza del cyberspazio. Cyberspazio, termine che seppur ha origine dalla fantascienza attualmente fa parte del nostro vocabolario quotidiano e viene impiegato per descrivere i mondi virtuali di Internet che oggi, per molti di noi, fanno parte della routine quotidiana.

Molte sono le autrici che hanno apportato importanti contributi alla comprensione e all’elaborazione dell’identità femminile nel mondo dell’estetica tecnologica, riflessioni talvolta radicali, come il pensiero “pro-tecnologico” e femminista di Donna Haraway1, ma che hanno contribuito a dare un inizio ad una nuova forma di coscienza femminista capace di accogliere la tecnologia e di mostrare un modo nuovo di essere femminista senza per questo dover rifiutare la tecnologia a priori, destabilizzando e sconvolgendo così lo stereotipo classico che da sempre identifica la donna come una specie di Madre Terra (stereotipo che ha contribuito ad aumentare la distanza tra il femminile e la tecnologia).

Queste riflessioni femministe “pro-tecnologiche” e “tecnoentusiaste” nascono all’interno del contesto culturale anglosassone: la tecnica non è più vista come isolata ed opposta di fronte alla donna, ma è considerata fluida, aperta, inglobante, avvolgente per l’essere sessuato che in questo processo di interazione con la macchina si dissolve, fino ad incorporarsi, arrivando alla costituzione di un nuovo soggetto: il cyborg. In Europa invece le riflessioni femministe sono prevalentemente matrice anti-tecnologica, dove la Techne sembra rappresentare ancora oggi l’emblema del maschile, della predominanza del maschile sul femminile, portando in sé il rischio di arrivare ideologicamente a posizioni metafisiche.

Nelle sue diverse espressioni il femminismo “Post-Gender” approda alla definizione di una serie di nuove configurazioni di soggettività che fanno della molteplicità tipica dell’era postmoderna un punto di partenza fondamentale: il cyborg di Haraway, il “nomade” di Braidotti2, sono figure ibride, liminari, meticcie, bastarde, che mescolano il biologico con il tecnologico, che sconvolgono l’economia delle opposizioni binarie mettendo in discussione i dualismi uomo-macchina, maschile-femminile, eterosessuale-omosessuale, occidentale-esotico. L’identità di queste figure è un’identità debole, provvisoria, molteplice e in continua contrattazione con l’alterità.

Nell’epoca della crisi del soggetto postmoderno, la sfida del femminismo “Post-Gender” è quella di trovare forme alternative di soggettività che siano rispettose delle differenze: Donna Haraway nel suo famosissimo testo Manifesto Cyborg3 prospetta un futuro in cui il cyborg, rappresentante dell’evoluzione umana, possa costruire una comunità di affinità elettive, inventare personalità multiple, diventare emblema della democraticità del sapere contro ogni tentativo di appropriazione privata delle conoscenze scientifiche da parte delle multinazionali hi-tech. Secondo Donna Haraway, il cyborg è una sintesi di uomo e macchina, un corpo e un soggetto non più solo umani e non più confinati nei loro aspetti propriamente fisici e fisiologici. Il nuovo tipo di uomo è un soggetto che lei definisce “tecno-umano”, proteso ad abitare tanto il suo corpo naturale quanto le sue molteplici estensioni nelle trame del virtuale che amplificano il suo raggio d’azione e le sue possibilità non solo a livello fisico e corporeo ma anche a livello comunicativo e cognitivo. Un corpo virtuale, un soggetto di nuovo genere che non si caratterizza più per il suo essere uomo o donna, uomo o macchina, ma sintesi postmoderna di una nuova forma di soggettività che grazie al rapporto con la tecnologia può superare i dualismi del passato.

L’autodeterminazione di una identità ibridata viene vista come via di fuga per sfuggire alla claustrofobia del punto di vista assoluto che, generando appartenenze rigide, ha determinato condizioni di inferiorità e oppressione per la donna. Il motto “meglio cyborg che dea” di Donna Haraway, vuole sottolineare proprio l’aspetto di liberazione insito nell’approdare ad una personalità fluida, flessibile e instabile, piuttosto che ad un modello cristallizzato dalla cultura che pretende di essere unico e universalmente valido: stiamo diventando tutti cyborg in conseguenza dell’uso sempre maggiore della tecnologia e di quanto essa stia penetrando e contaminando le nostre vite.

Donna Haraway vede nel nuovo varco democratico schiuso dalle nuove tecnologie, ed in particolare da Internet, la possibilità di un ripensamento radicale del concetto stesso di identità tradizionalmente intesa. Il cyberfemminismo interpreta così la postmodernità come un’importante occasione: il declino delle grandi narrazioni dell’Occidente4 come il marxismo, l’idealismo, l’illuminismo ed il tramonto dell’approccio umanista al reale, vengono considerati il punto di partenza per il ripensare in nuovo modo i temi fondamentali della critica femminista, quali identità, corpo, soggettività, diversità.

La Haraway radicalizza la decostruzione del soggetto iniziata da Lacan e Foucault, arrivando a proporre una nuova identità, il cyborg o terzo sesso che smonta tutti i fondamenti su cui si basava la soggettività classica femminile: lei esprime le sue analisi della condizione femminile in un linguaggio aggiornato sul sistema di produzione post-industriale, esortandoci ad andare in fondo nella nostra post-modernità, assumendo responsabilità per la nostra corporalità virtuale.

L’identità cyborg, seguendo il ragionamento della Haraway, grazie alla possibilità di un accesso democratico al sapere, alla conoscenza e alle diverse modalità comunicative che l’assunzione di questa identità comporta, rappresenta per le minoranze discriminate, e soprattutto per le donne, un’opportunità unica di affrancamento e liberazione. Cyborg: non più uomo, donna, ma persona.

Il cyberfemminismo si fa quindi territorio di azione radicale ed estrema, che dall’ibridazione dei canoni stereotipati che la nostra cultura e società impone, giunge a concepire il nuovo. Autodeterminare la propria identità in rete è possibile grazie alla caratteristica “performativa” delle nuove tecnologie digitali: la nostra identità viaggia nella Rete e si fa nomade nel suo essere polifonica, attraverso i vari link si compone di tante voci fluttuanti, di tanti nodi testuali spazialmente lontani tra loro che superano la visione classica del soggetto e una lettura tradizionale, gutenberghiana, sequenziale, gerarchica, in favore di una nuova lettura libera, emancipata, intuitiva, creativa e interattiva che emancipa il soggetto (al contempo lettore e autore) all’interno delle trame del digitale. L’individuo attraverso il digitale manipola i significati e i codici comunicativi e mette in scena delle performance individuali che possono dare origine a azioni collettive: posizionare e riposizionare se stessi nei circuiti virtuali significa coinvolgere altri individui in un gioco co-performativo inscenato per effettuare collettivamente la costruzione del senso, perché la caratteristica tipica di Internet è proprio la cooperazione e l’interazione tra gli individui.

Da una parte a Donna Haraway va il merito di aver cercato di far dialogare le donne con la tecnologia e di aver promosso, come proposito del femminismo nell’epoca postmoderna, la ricerca alternativa di nuove forme di soggettività rispettose di tutte le differenze. Dall’altra parte le teorie “Post-Gender” hanno proprio dimenticato il significato profondo di ciò che significa essere donna nel momento in cui, superando tutte le dicotomie e le differenze uomo-donna, animale-macchina, promuovono una nuova forma d’identità: il cyborg, il terzo sesso. Eliminando il concetto di appartenenza sessuale rischiamo inevitabilmente di cadere nell’omologazione del cyborg-massa, perdendo così il contatto con il “qui” e “ora”, con la nostra storia di vita, unica ed irripetibile, annegando nell’indistinzione5.

*Laureanda

in Scienze dell’Educazione

Note bibliografiche

1 Donna Haraway è un’autorevole voce accademica nel campo della storia e della filosofia della scienza, specializzata soprattutto in biologia e biotecnologie. Allieva di Cauguilhem e studiosa di Foucault, insegna nel leggendario dipartimento di History of Consciousness all’università di California a Santa Cruz.

2 Rosi Braidotti insegna “Women’s Studies” presso l’Università di Utrecht e dirige l’omonimo dipartimento. Il suo originalissimo pensiero “nomade” si situa in una zona di confine rispetto il dibattito femminista in corso: e non può essere inserita all’interno del pensiero cyberfemminista.

3 D. Haraway, Manifesto Cyborg. Donne tecnolgie e biopoliche del corpo, Feltrinelli (Interzone), Milano, 1995.

4 Cfr. J. F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1985. Sulla società postmoderna, la cui caratteristica è il venir meno delle grandi narrazioni metafisiche che hanno giustificato idealmente la coesione sociale e ispirato utopie rivoluzionarie

5 Cfr. una recente critica molto interessante rivolta al pensiero radicale e pro-tecnologico della Haraway è il saggio “Corpo-macchina e soggettività femminile “ di Silvia Vegetti Finzi in Volti dell’identità. Le scienze psichiche, l’altro e lo straniero, Marsilio Editori, M. Galzigna (a cura di), Venezia, 2001. Silvia Vegetti Finzi si dimostra allineata alle riflessioni delle femministe europee denunciando l’illegittimità della fusione tra l’animale e la macchina che caratterizza il corpo ibrido post-moderno e proponendo il recupero della memoria, della propria storia di vita, dell’io narrante, come unico strumento in grado di farci approdare ad una ritrovata identità.