Dal naturale al sociale

Il film è Philadelphia. Due avvocati, uno di colore e l’altro bianco, si incontrano come avversari durante un processo. Passa del tempo e l’avvocato bianco viene espulso dallo studio in cui lavora perché un socio dello studio riconosce in lui i sintomi dell’Aids. Veniamo così a conoscenza del fatto che lui è omosessuale, e che ha contratto la malattia attraverso rapporti omosessuali. L’espulsione viene mascherata con altre motivazioni, e lui cerca un avvocato che lo rappresenti, per porre riparo all’ingiustizia subita. Si rivolge così all’avvocato di colore incontrato casualmente nella prima scena, ma questi, come tanti altri prima di lui, rifiuta di assisterlo. Successivamente si reincontrano casualmente in biblioteca, il malessere dell’uno è sempre più evidente e il bibliotecario, in violazione ai suoi diritti, lo vuole confinare in una stanzetta. L’altro interviene in sua difesa, e da lì ha inizio il sodalizio che porterà al processo e alla vittoria della causa che li vede contrapposti allo studio legale in cui lavorava il protagonista malato. La trama così riassunta sembra banale, senonché il movimento di avvicinamento dell’uno all’altro ha tutta una serie di scansioni di cui cercheremo di rendere conto. In un primo tempo il rifiuto è determinato dalla paura della malattia, il secondo avvocato vuol farsi gli esami dopo aver stretto la mano al primo. In un secondo tempo, attraverso le battute che scambia con la moglie, veniamo a conoscenza dei pregiudizi dell’avvocato verso gli omosessuali, e quindi un ulteriore motivo di allontanamento. Il primo riavvicinamento avviene sul piano del diritto. Quando decide di difendere un diritto generale, impedendo l’allontanamento dell’altro dalla sala della biblioteca, lo fa perché l’altro gli fa pena. Il secondo avviene nel corso del processo, quando sposta la strategia processuale dal piano della malattia a quello delle scelte sessuali, vero piano discriminante. Il terzo avviene in una scena drammatica il giorno prima della deposizione in aula, quando interroga velatamente, in modo quasi incomprensibile il collega sulla imminente fine. Questi gli risponde non con le parole, ma con la musica dell’Andrea Chénier, quasi a cercare di dire un indicibile, dove le sue parole non arrivano. Badiamo bene che nel corso di questi avvicinamenti, il piano del diritto, quello del lavoro scelto da entrambi, rimane preponderante per il difensore, non cede su altri piani, anzi a marcare le differenze la scena della festa cui è invitato, quando non si stacca un attimo dalla moglie, sottolinea sempre una distanza tra le sue scelte e quelle dell’altro. Il meglio di sè lo dà in aula, dove cerca di affermare un diritto calpestato, senza infingimenti ideologici, anzi con battute quasi accattivanti e pesanti verso i testimoni. Il piano del diritto è quello che lui ha scelto come proprio lavoro, come ragione della propria esistenza, forse a partire dalle discriminazioni subite per il colore della pelle. È proprio utilizzando la via d’uscita che conosce, interrogando le proprie paure riguardo alla virilità nei colloqui con la moglie, le proprie paure verso la morte nei riguardi di quello che è ormai divenuto un amico, che riesce a superare la barriera della distanza, ma non attraverso la bontà, bensì sul piano che più gli è congeniale, quello del diritto. La sentenza è qualcosa che rimane, che fonda un allargamento dei diritti. Non percorso dai margini verso il centro, ma allargamento del centro stesso a ricomprendere qualcuno che era stato confinato ai margini, sentenza che rimane e che allarga il diritto anche ad altri. Eppure l’atto non era stato determinato da una comprensione ingenua, ma si è fondato a partire da scelte di vita professionale precedenti. Perché l’incontro ha permesso di interrogare quelle scelte, non tutte le scelte di una vita, capovolgendola, ma ha permesso di allargare la ragione di quelle scelte ad altri, quasi mettendo a

disposizione di tutti, piegandola, torcendola, una scelta precedente che ha trovato nell’incontro una ragione per ravvivarsi, per essere ripensata. Vediamo di strutturare i piani del film in modo differente:

1) quando Joe rifiuta di difendere Andrew afferma: non vedo una causa

2) quando lo difende in biblioteca vede la scena del possibile allontanamento di Andrew dalla sala

Tra il racconto di Andrew e la scena in biblioteca sta la differenza del vedere. Cogliere l’altro permette di vedere la causa, giocando sull’ambiguità del termine: a livello processuale e come compito a cui si decide di non sottrarsi. L’intervento di Joe è sulla situazione ultima, che è quella che vede. Il cammino procede a rovescio, sino ad arrivare all’omosessualità di Andrew come vera causa del licenziamento. Questo passaggio avverrà in modo istantaneo in tribunale, senza neppure una precisa coscienza del fatto da parte di Joe, che interpellato dal giudice su dove voglia arrivare risponde di non saperlo neppure lui. È una presa di coscienza, confusa, non mediata ideologicamente, quasi consequenziale alla scelta iniziale: se il piano del diritto è violato, se una vita è socialmente distrutta, non importa e non sta al singolo stabilire dei piani morali, tutto va ricondotto nell’ambito della legge. Non è tanto un problema di compassione o di carità più o meno pelosa, ma di una scelta politica, che segna i confini contro la discriminazione e le forme più o meno velate di razzismo. La scena in biblioteca, quando Joe decide di alzarsi dal suo tavolo, dopo aver cercato di nascondersi alla vista di Andrew, si situa proprio sul piano del diritto: «C’è qualche problema?», dice Joe, «Nessun problema, grazie avvocato», risponde Andrew. Per evitare di interpretarlo solo come un dialogo formale, occorre sottolineare la necessità della decisione di vedere, di non limitarsi ad essere spettatore passivo da parte di Joe, quindi di alzarsi ed intervenire, lì, nel momento in cui un sopruso sta per essere commesso, decisione che non può essere delegata ad altri. Vedere non è assistere a quel che accade, comporta il non chiudere gli occhi, posarli sull’altro, rifiutarsi di non vedere, anche quando sarebbe comodo, perché ad esempio permetterebbe di evitare di inimicarsi un grande studio legale. La mossa è giocata su una sorta di identificazione: potrebbe accadere a me ciò che è accaduto a lui, anzi forse compiendo questo gesto mi metto in quella condizione. Proprio su questa paura è fondato il rifiuto iniziale di Joe, nel cercare di non volerci entrare, nel marcare attraverso la ricerca di un medico per farsi gli esami, per verificare se la stretta di mano l’ha contagiato, una distanza un elemento oggettivo che segni la differenza, che lo rassicuri sul fatto che non è capitato a lui. Ma allora come accade il passaggio al gesto successivo di alzarsi? Crediamo che qui giochi un elemento di carattere identificatorio che il regista sottolinea attraverso una scansione di immagini: la possibilità che la catastrofe sociale attraverso la perdita di lavoro e posizione sociale possa accadere a Joe è esemplificata attraverso il suo comportamento impacciato in biblioteca, sembra che sia lì, certo, ma che un diritto di revoca alla sua presenza possa essere esercitato da un momento all’altro. Quando questa revoca viene esercitata su Andrew, Joe scatta, si alza, qualcosa in quel che accade lo riguarda. Questa similarità sembra far saltare, o comunque costringe a rileggere tutta una parte precedente del film, quella in cui le differenze tra i due soggetti vengono esaltate: vediamo Andrew caratterizzato dalla malattia e dai legami affettivi con il suo compagno e Joe che gioisce per la nascita della figlia, con la scena del parto e dell’esultanza. Differenza rimarcata dall’incontro in studio, quando Andrew guarda la foto della figlia di Joe, quasi a rimarcare una differenza. Ma il messaggio che ci arriva e a cui perviene anche Joe è che queste differenze non esauriscono i soggetti, non creano barriere insormontabili. Allora per comprendere su quale piano avvenga l’incontro, occorre fare riferimento ad un lavoro di Richard Sennet che cerca di cogliere le radici dell’insicurezza, della revocabilità della posizione sociale di un soggetto. Sennett in «L’uomo flessibile», cercando di analizzare le radici dell’insicurezza nella nuova organizzazione del lavoro, parla della precarietà come condizione esistenziale tipica del nuovo capitalismo fondato sull’accumulazione flessibile, che finisce per corrodere i caratteri dei soggetti. Al maggior benessere e allo status acquisito nella società moderna corrisponde una maggiore insicurezza: tutto sembra essere sul punto di svanire, e c’è sempre una maggiore coscienza di questa possibilità e dell’assenza di alternative. Non ci sono strutture orizzontali di solidarietà o altre forme di difesa organizzate, e questa solitudine corrode appunto i soggetti, li lascia in balia di decisioni arbitrarie, di logiche che li escludono, sull’orlo di una catastrofe. Andrew e Joe ben si inseriscono in queste descrizioni: Andrew è riuscito grazie al suoi risultati scolastici; di Joe, dato il colore della pelle possiamo immaginare le fatiche che ha dovuto fare per farcela, sempre un po’ ai margini; è l’avvocato della televisione, che non sdegna cause perdenti e disperate pur di restare a galla. Forse proprio questa precarietà li accomuna: oggi si è dentro il cerchio, domani ci si può trovare fuori per la malattia, perché omosessuali o per il colore della pelle. Che cosa incontriamo nel fantasma di Joe, che cosa lo attraversa, se non essere per colore della pelle uno degli ultimi. Eppure mette a repentaglio ciò che ha costruito. In questo Joe è diverso dal pastore e da Gerasim: lui non agisce in nome del bene supposto, lui non è detentore per natura di un bene che trascende la storia. Calato nella storia, cerca le ragioni per fare una scelta, che non possono esaurirsi nel pietismo, nei facili sentimenti. La durezza con cui respinge l’offerta iniziale di difesa la dice lunga sulla sua determinazione a difendere ciò che ha costruito, così come l’immediatezza con cui si alza in biblioteca ci dice del suo fantasma. Tutto può essere revocato, ma alle sofferenze che la natura o le scelte personali hanno determinato, non bisogna aggiungere altro, occorre fermarsi. In questo senso del limite, che fa tutt’uno con la ricerca del diritto, sta la grandezza della figura di Joe, la positività del suo intervento. Non ci sono interrogativi sul perché, ma la scelta non è inserita in un registro naturalistico come per Gerasim, è una scelta storicamente determinata, che accomuna oltre le differenze, che cerca nella legge una sanzione che la determini. Quanta differenza con la supposta spontaneità, con l’affidare agli ultimi il bene o prenderlo su di sè. Certo cogliamo un limite in questa vicenda, ma proprio questo limite consegna il soggetto alla propria finitezza, alla ricerca di altri, ad una solidarietà né cieca né naturale.