Dare valore: la valutazione come relazione educativa

La valenza. Non è la validità. Riguarda la valutazione, ma come può essere al confine tra ciò che diciamo ed è, indica il valore della cosa, della frase, dell’espressione, la sua “valentia”, la sua forza, il suo vigore, anche la sua suggestione nella capacità di incidere sulle nostre scelte.

Dare valore: la valutazione come relazione educativa

La valenza. Non è la validità. Riguarda la valutazione, ma come può essere al confine tra ciò che diciamo ed è, indica il valore della cosa, della frase, dell’espressione, la sua “valentia”, la sua forza, il suo vigore, anche la sua suggestione nella capacità di incidere sulle nostre scelte.

Giuseppe Ferraro*

Il valore non si perde, si da, quando manca, siamo noi che lo manchiamo, non più in grado di dare, di coglierlo. Ci sentiamo allora stretti in una taglia, in una misura, che taglia ogni nostro gesto di valutazione per uno “standard” da applicare. A scuola. Il gesto dice del grado del valore che si dà. Avere misura è il valore di ogni gesto, dato dal suo equilibrio, dalla equità della sua espressione. Est modus in rebus, ricordiamo di Orazio, sunt certi denique fines, ci deve essere un limite che è anche il fine, il fin dove arrivare, un confine dove arrestarsi. La mancanza di valore è la fine di un fine, un limite perduto, superato, un tempo trascorso, un risultato consumato non più da raggiungere. Fine e limite sono allora in causa ogni volta che parliamo di mancanza di valori. Accade anche in fenomenologia, Husserl lo diceva della coscienza interiore del tempo, “mancano le parole”, siamo presi in un flusso, quando cerchiamo di dire del tempo proprio interiore. Adesso diciamo “liquido” con Baumann, per intendere il tempo e ogni relazione di valore. Un flusso o fiume, che scorre, scivola via, senza che resti traccia o confine da preservare a fine del proprio intendere e volere, senza legami. Anche il ricordo non ha tempo, non si racconta.

Le parole però non mancano, ce ne sono e ne inventiamo anche di nuove. Le parole non mancano, sono manchevoli. Dicono dell’essere che siamo nel linguaggio che ci esprime nel mondo. Bisogna intendere questa manchevolezza, riguarda i nostri legami. In carcere ho imparato che i valori si sanno, quando mancano. Nel carcere di Spoleto c’era chi diceva che fuori non sanno cos’è la libertà. Di ogni valore sappiamo dire che cos’è, quando la perdiamo. Anche per l’amore vero è così, fin quando lo viviamo, lo sappiamo senza poterne dare una definizione. Quando lo perdiamo, sappiamo dire che “cos’è in quel che era”, è questa poi la definizione dell’“essenza”, nella più antica lingua dei Greci, quel che rimane ed è dell’essere che era. L’essenza è quasi l’intimità dell’essere, il suo etimo.

Il vecchio che faceva da guida agli scavi di Siracusa ci accolse con la misura dei suoi gesti antichi. Vestiva indossando un abito di misura più grande, fuori moda, di anni già passati. Era magro di quella sua età, come lo sono pietre esposte al vento e al mare. In fondo il tempo è come vento e come mare. Non mancava del capello e della voce sapiente cadenzata nel ritmo della sua risonanza. Ero con Francesca, per il premio di filosofia. C’è un bivio appena si varca il cancello d’ingresso agli scavi. Due vie. Si può prendere l’una o l’altra, ritornano a giro dello stesso percorso. Chiesi quale delle due era meglio prendere. «Dipende dalla valenza», ripose. Ci penso ogni volta che mi trovo a parlare di valore. La valenza. Non è la validità. Riguarda la valutazione, ma come può essere al confine tra ciò che diciamo ed è, indica il valore della cosa, della frase, dell’espressione, la sua “valentia”, la sua forza, il suo vigore, anche la sua suggestione nella capacità di incidere sulle nostre scelte. La valenza è la virtù che ogni cosa ha di esprimere nella sua composizione i legami che scegliamo. «Dipende da quello che cercate e da come interagite con esse, prenderà valore da quel che vale per voi, dal valore che gli date». Così mi ritornano in mente le sue parole.

Quel “vale” che i Romani ci hanno lasciato come principio di ogni incontro è un saluto e un augurio, ogni nuovo incontro si presta all’augure dell’interpretazione di come andrà, di cosa accadrà. Quel “vale” è diventato poi per noi “come va” piegato sull’“andare” ovvero di come sta andando, di come “va” appunto. Cosa? La vita. Si dice anche correntemente, “come va la vita”, anche “come ti va?” ovvero “come stai?”, “come sta andando?” o “come stai andando?” Un percorso, un cammino. Tra i più giovani si diceva fino a non molto tempo “come ti butta?” con un’espressione che lascia intendere un essere piuttosto sospinti, quasi in preda alle cose, nella precarietà e casualità del quotidiano.

“Vale” era l’espressione di saluto, non una domanda, ma un esortativo e ottativo insieme. Era l’attenzione rivolta a stare bene, in vigore, a valere nel senso della propria forza, della propria “valentia”. Quando accompagniamo il saluto d’incontro con la domanda come stai? Come va? È un’attenzione di cura, ma anche di prudenza, ci disponiamo all’incontro per un cammino.

Tralascio le suggestioni, ricorro a “internet”. Digito il termine “valore” e mi ritrovo con sorpresa su «Che cosa significa il valore (not set)».

Nel linguaggio analitico informatico, leggo, si tratta di un Ad Word. Se cerchi su Google il titolo di un libro, subito ne compaiono altri dello stesso genere: potresti visualizzare (not set) come valore delle dimensioni nei gruppi di dimensioni Pubblicità, Comportamento, Visitatori/Utenti dei tuoi rapporti. «Analisi approfondita».

“AdWord” prende il posto di “Vale”. Vali quanto accedi. Sei un’identità di passaggio, il tuo nome è una password, anzi un “login” che deve essere accompagnato da una “tua” parola, sarà la “password”. Non siamo noi stessi che un rimando, un link senza legame, un rinvio. La nostra stessa vita è rinviata a seguire per altri interstizi, in rete.

Il valore non è senza la valutazione. La valenza non è senza il passaggio di rimando, senza l’accesso, senza il rinvio ad altro che non è propriamente la valenza propria, ma la forza che si acquisita nel legame che offre opportunità, occasioni, scorrevolezza, flusso di vita. Sconfinare. Non avere un fine che non sia improvviso e sorprendente. In questa condizione si pone la questione del valore. La scuola è chiamata a darne la misura.

Spieghiamo meglio. La scuola è un luogo di passaggio. Si passa dalla casa alla città, dalla famiglia alla società. La scuola fa passare da un’educazione a un’altra, tuttavia la sua istruzione finisce col rappresentare un’ostruzione. La dispersione scolastica ne è l’effetto più evidente, ma non lo sono da meno, sul versante opposto, il master e le scuole di specializzazione, gli aggiornamenti, gli stage e tutto quanto fa corredo di opportunità di rinvii, di link senza legami. “Illineari”. Spezzettati. Stellati.

Il passare è così posto in questione. Il passato è in questione. La memoria. Anche il futuro. Ancor in carcere ne capii la valenza. La persona detenuta mi parlava del suo futuro, di quel avrebbe continuato a leggere e della professionalità che intendeva acquisire per svolgere un certo lavoro. Ne fui ammirato e chiesi a chi mi sedeva a fianco quanto tempo ancora sarebbe rimasto in carcere. Mi rispose ancora molti anni. Allora capii che il futuro non è anteriore. Imparai a chiamarlo “futuro interiore”. E cominciai a riflettere che l’etimo della parola porta a un “fu”, un passato remoto in funzione proiettiva. Il futuro, ecco, non è che il presente, questo adesso, che racconteremo come passato. Non ci manca il futuro, manca il racconto del presente, manca la raccontabilità del presente. Ci manca il “passare”. Insegna è anche passare, trasmettere è passare. Il valore del presente è il suo racconto. Il ragazzo che torna a casa dalla scuola e gli si chiede “cosa hai fatto a scuola” risponde “niente”, intende niente che si possa raccontare. Il valore del racconto è quello che rende ogni altro tale. Un’esperienza didattica allora si può dire riuscita, quando è raccontabile. Diversamente, non è “passata”.

La scuola è un luogo di passaggio. È anche l’espressione più ricorrente nel linguaggio scolastico: “sei passato?”, “mi passi il compito?”, “mi passi l’assegno?”, “mi passi gli appunti?”, “sei passato sotto scuola?”. A scuola si passa il tempo ed è anche il tempo che chi insegna “passa” a chi apprende. La relazione insegnante è questa, un corpo a corpo, interiore. Qualcuno, una donna, un uomo, e davanti dei giovani che diventeranno donne e uomini. È già stato “prima”, un tempo, quel tempo, il suo tempo, il tempo del proprio tempo, nei banchi. Adesso è là davanti a un tempo altro, senza una storia che si faccia in tempo a prendere a memoria. Liquida? Fluida? Come passa? Scivola addosso? Passa senza passaggi.

Ne abbiamo passato del tempo a scuola. È stato quello “passato sopra i libri”, “sotto scuola”, il tempo proprio, quello interiore, i sentimenti. Era diverso. Adesso ho davanti un tempo diverso. Sono i bambini con cui tengo il corso di filosofia, sono le persone detenute, i “miei” studenti all’università, quelli nel “miei” tengono il mio tempo e quello che mi danno. Ed è un tempo diverso, altro. Eppure la relazione educativa si dà soltanto in uno scarto del tempo. Persone della stessa età si possono confrontare, non educare.

È come passiamo il tempo a scuola che si va bene o male. Si va bene a scuola, se si sta bene a scuola. Quel “vale”, quel “valore” danno valenza a uno stare, segnano un legame. E vale anche qui ripetere che la parola “scuola” nel suo etimo rimanda ancora al greco, a “scolé”. Non indica un edificio. Indica un tempo. Sospeso. Libero. Proprio. È il tempo sospeso tra la famiglia e la comunità, il tempo di condensa interiore.  È il proprio tempo appreso con il pensiero, per ripetere il filosofo. Insegnare è dare tempo, tutto il proprio tempo, vissuto, appreso, agito, subito. Insegnare è dare tutto il proprio tempo come propriamente dell’altro. Dargli tempo, il suo tempo per apprendere e fare proprio quello che gli viene dal racconto di chi gli parla con la voce del suo tempo interiore.

Allora ecco la valutazione. Il voto. Ragioniamo su questo, perché è poi questa la misura del valore che a scuola, assume una doppia valenza ed è relazione, fa legame. Bisogna però che mantenga la doppia valenza. Allora diciamo subito che il sistema di valutazione a chiamare il senso del valore e della valorizzazione. Il voto isola. Identifica. Misura. Bisogna allora cambiare per arrivare a una valutazione che non isoli, che non identifichi in un giudizio che fa da pregiudizio. Un voto che sia un fare voto, un impegno, comune.

Qui il discorso prende un altro verso. Il voto si dice in molti modi e i significati rimandano a piani differenti, che tuttavia non possono essere separati, come cercheremo di capire chiedendoci della valutazione a scuola.

I voti “si fanno”, “si prendono”, “si mettono”. Le differenti espressioni indicano anche differenti relazioni, che tuttavia in una valutazione educativa non possono restare separate. “Mettere” il voto è inquietante, oltre che difficile. “Mi ha messo tanto”, “all’altro invece che ha detto di meno ha messo di più”. “ho studiato, ma non sono riuscito a parlare”. L’amnesia a scuola è affettiva, quando non è un rifugio ingenuo.

Il voto si fa, si prende, si mette. Fare voto è prendere un impegno verso se stessi riferendosi a un’autorità superiore e interiore. Ha un senso religioso, certo, ma richiama anche la virtù contro il vizio, quando si fa voto dell’impegno di perdere una dipendenza o di soddisfare una promessa o di partecipare all’augurio di guarigione per un altro, di un’altra, attraverso la propria vicinanza affettiva, per mezzo del proprio stesso impegno. Fare voto è votarsi. Dedicarsi. Impegnarsi. “Prendere i voti” è proprio del linguaggio religioso e si misura con gli obblighi di rito di una confessione. Indica il votarsi a un’appartenenza. A una comunità di confessione. Votare è diverso, indica la preferenza che non si può dare nega la stessa funzione elettorale. “Mettere il voto” è giudicare. Ed è difficile. Selezionare, stabilire criteri, seguire canoni e standard e poi… ecco chi è giovane davanti a te, la sua emotività e la tua. Il tuo stato d’animo e il suo.

Mettere il voto è separare. Isolare uno da un altro. Il più bravo e il meno. La dispersione scolastica è data dal valore della valutazione come prima causa. Ci si sente giudicati già prima di apprendere. Basta sentire rimbombare il proprio nome nelle orecchie mentre un altro che giudica la pronuncia ad alta voce. Sei là. Uno. Il merito è una merce. Rientra nell’economia di scambio. Ed è il sistema economico che va ripensato nella valutazione che da valore.

Allora come valutare. La classe e non il singolo. Il punto di volta è questo, se vogliamo passare dal link al legame. Il voto dato a ognuno, singolarmente, può essere sommato insieme con gli altri e comporre un voto di classe a favorire una partecipazione di comunità. Tu hai dato tanto e devi dare di più alla classe non a me che ti posso essere simpatico o apparire severo e autoritario a mia stessa insaputa. Chi vale 3 deve poter impegnarsi nel suo posto a dare di più e magari mettersi a studiare con quello che “vale” 8 perché è la comunità di classe che prende il voto. Non sono solo a scuola. Non ritorno dicendo mi ha messo tanto, ma abbiamo preso tanto ed io “ho dato” tanto, “faccio voto”. Ecco devo fare voto, è il mio impegno che mi si chiede.

Quel giorno a Vittoria “misi il voto” più basso. La sua amica del cuore aveva ricevuto quello più alto. Stanno sempre insieme. Sono bambine. Vittoria si appoggia a Caterina, la delega, fa tutto lei. Vittoria si distrae, si separa dal gruppo, basta Caterina per lei. C’è ed è assente. Ha preso “un brutto voto”. Il “dramma” fu dei genitori, della madre. Lei invece fu bravissima. Parlammo del voto, come con ognuno. Vittoria s’impegnò tantissimo, alla valutazione successiva è stata premiata davvero come migliore. Non delegava più l’amichetta, era presente e felice.

Non basta, è chiaro, bisogna però sperimentare forme di valutazione che difendano il valore della comunità educativa. All’università mi sono abituato a tenere esami in modo strano quanto ovvio, poco importa. L’esame è aperto. Pubblico. Ciascuno può scegliere, e alla fine lo preferiscono tutti, di “fare l’esame” non da soli, in confessione davanti alla commissione, ma rivolgendosi a tutti gli altri studenti. È anche un modo per “valutare” la propria comunicazione, anche un modo per intervenire al momento “opportuno” sulla difficoltà di parola, di un inciampo e riprendersi o essere “rimesso” sul discorso con garbo da un altro che sostiene l’esame. Certe volte l’evento assume il carattere di un convegno, ed è sorprendente. Mentre presentano il loro studio, “metto i voti” su un foglio che tengo per me. Alla fine, chiedo a ognuno di darsi il voto, spiegandone le motivazioni. Andiamo così al confronto tra i voti conservati sul foglio e quello espresso singolarmente da ognuno. Accade più spesso di trovarmi nella condizione di “alzare” il voto espresso singolarmente che non il contrario. C’è infine il momento che chiedo a tutti insieme di esprimere chi merita la lode al trenta che già assegnato.

Accade anche durante il Corso, a inizio modulo della settimana, ognuno scrive il proprio stato di attesa e attenzione, con un voto. Di nuovo a fine lezione o modulo. Dal confronto capisco “quanto merito” a far passare il mio tempo di apprendimento come proprio di ognuno.

Dare valore è un gesto, stabilisce relazioni, procura legami. I valori si perdono se non si danno.

*Professore di Filosofia Morale e di Etica dell’Ambiente, tiene corsi di filosofi con i bambini delle scuole dei luoghi d’eccezione, tiene corsi di filosofia nelle carceri.

È responsabile del progetto educativo “Bambini in Filosofia” e di “Filosofia fuori le mura”.

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