Dinosauri da leggere

Orientarsi in un mercato fatto di immagini

Vengo da recenti immersioni in un mare di dinosauri: libri tascabili, atlanti storicogeografici, fai da te, cronachistici. Splendidi esemplari di dinosauri paffuti, orgogliosi di essere ritratti nelle loro pose migliori, senza alcun dubbio esistenziale verso gli altri o nei confronti della vegetazione. Storie brevi, scarne, con accenni ai milioni di anni che ci separano, quasi fossero scontati e comprensibili a tutti. Fondamentalmente soddisfatti di essere scomparsi. Marziani, come Mazinga.

Forse sono tra questi i libri più letti; senz’altro i più diffusi attualmente nelle piccole biblioteche casalinghe. Credo non esista tra loro il best seller, il libro che piace di più ai bambini. Si tratta invece di individuare quello più acquistato e regalato dagli adulti. Quello che meglio è stato pubblicizzato o quelli che hanno sfondato presso le diverse categorie socioeconomiche, ossia in relazione al prezzo di copertina. La “domanda” (del consumatore bambino), già è stata creata con il martellamento sull’argomento, attraverso cinema, gadgettistica, giocattoli, pupazzeria, accessori scolastici. E quale genitore non accontenterebbe il pargolo nei suoi interessi culturali … così spontanei ?  Quale genitore oggi nega la validità educativa e affettiva del giocattolo, seppur piccolo e insignificante, quand’anche appeso all’edicola ?

Che dire di Nemo e dell’allegra compagnia di gadget che lo accompagnerà per qualche tempo?

Ci fosse una qualche preoccupazione letteraria, scientifica, storica oltre che consumistica …. saremmo tutti più sereni. Ma non ci si può più esimere dall’acquisto, considerato che libro, o gioco che sia, hanno assunto una doppia valenza positiva, consolatoria e culturale.

Spesso con queste opere (dovremmo però dire “prodotti”) si convalida il linguaggio tv: scarno, povero nel lessico, con pensieri lasciati in sospeso, storie dalle trame insulse, rapidi cambiamenti di sfondo. Così realizzate non tanto per rispettare chi legge e guarda, per lasciar spazio al pensiero individuale, alla rielaborazione intima dell’immagine, quanto per tener viva l’attenzione verso lo schermo o la tipologia del protagonista, nel timore che lo spettatore si distragga, nella convinzione che la perdita di contatto diminuisca la qualità del prodotto. Ecco, la qualità dell’oggetto (libro, film, giocattolo) non sta nella sua capacità di suscitare pensieri, ma nella sua capacità di mantenere il contatto costante con l’acquirente e più che intrattenerlo, affezionarlo alla tipologia, alla serie, onde raggiungerlo ancora, con il progetto/prodotto successivo.

Si rafforza l’inglesità del linguaggio, la sua essenzialità: la forma di pensiero dominante si insinua a plasmare la mente dei sudditi dell’impero.

Si rafforza la propensione al
collezionismo, così cara alla logica consumistica e di un libero mercato sempre in espansione.

Il lessico italiano ricco, musicale, variopinto, difficile, si impoverisce e disperde; nel contempo cresce un universo di immagini, che sempre più accompagna le parole scritte, le frasi pronunciate. Nessuna storia vive più e si alimenta solo delle immagini che il lettore/ascoltatore coltiva nella sua mente. Il film mentale prende sempre spunto e avvio dall’opera dell’illustratore/regista ed il lettore appare essere più l’animatore di un “fumetto” suggerito, anziché il protagonista della storia, tutt’al più è lui che entra nelle spoglie date del protagonista anziché farsi protagonista con le sue proprie sembianze.

Una sorta di esistenza parallela: non si entra mai appieno in nessuna vicenda narrata. E forse è in questo aspetto che sta la difesa dell’individuo-consumatore. Schiavo del meccanismo collezionistico dell’acquisto ma non schiavo della vicenda, pronto dunque a cambiare storia  e serie. Se essa non verrà più prodotta, egli avrà ben pochi rimpianti.

L’immagine attrae con immediatezza, accompagna la parola quasi intrusa; la parola è diventata un rafforzativo, non viceversa. L’immagine spesso costituisce un racconto parallelo.

L’immagine oggi possiede una forza generalizzata e da tutti letta e accettata. Così è nella quotidiana sopravvivenza stradale, ove le simbologie sono in costante evoluzione e sviluppo (si veda la recente e nuova produzione dedicata ai bambini quando escono da scuola per salvarli dalla guida spericolata del popolo degli automobilisti – frequentemente i loro stessi genitori -)  oppure nel quotidiano bagno di pubblicità propinato dalle aziende, impegnate a far crescere il fatturato anno dopo anno, pena la cancellazione dal noiosissimo graffito di borsa.

Parole e immagini si sostengono, ad alimentare schifezze, cattiverie, sangue, come soggetto principe, intrigo fondamentale per alimentare ed educare le pulsioni più che i sentimenti; con qualche cenno di realtà in un immenso di impossibile.

Non è il moralismo di una volta (forse un poco fastidioso e invadente) o, meglio detto, il bisogno di avvertire ed educare, che induce oggi alla scelta dei libri, a ritroso da acquistare, da pubblicare, da scrivere; i libri si vendono in gran quantità se la pubblicità è abbondante e ben riuscita; è ben riuscita spesso perché risponde adeguatamente alle aspettative culturali ed umorali di un consistente numero di individui. Individui per lo più con un gusto educato da immagini, temi, linguaggi della tv.  E per molti la tv è l’unica fonte di informazione cui credere, vera marcatrice di successo, delle persone e dei prodotti. Dove per rendere ascoltabili le notizie si usa il nudo femminile scollacciato e dove i morti sono uno sfondo di normalità, il rito garantito, la notizia che va assolutamente fornita ogni giorno, l’evento imprescindibile di ogni narrazione (qualunque sia la sua origine, stradale, bellica, da epidemia, e se non è disponibile localmente lo si ritrova agli estremi del mondo); un esorcismo quotidiano.

Come dunque alimentare la buona cultura, la buona conoscenza, il buon diletto ?

Che dire?

Meglio così.

Meglio forse lo stereotipo passeggero, che il persistere della favola astutamente moralistica.

In fondo tra i giovani di oggi c’è un nucleo duro che persiste nel credere in alcuni valori, nuovissimi ed eccezionali, la pace, un possibile e leale rapporto tra uomini e donne, la generosità verso i diseredati, il rispetto dell’ambiente.

E pare, stando alle cronache, che si tratti di un nucleo duro che si diffonde, che cresce, al di là dei confini nazionali disegnati o faticosamente conquistati dai nonni e dai bisnonni, che va oltre le lingue e le conclamate fedi religiose (a detta dei più così piene di valori al punto da non avere mai negato, nessuna, un buon bagno di sangue tra coloro che credevano in qualcosa d’altro). Si tratta di individui che proclamano alta una parola, “pace” , legandola al desiderio di lavoro e di prosperità.

Parole cui pur rispondono in milioni accorrendo ove sembri più possibile concretizzarle, parole semplicissime, che le moltitudini povere da millenni inseguono, spesso invano per generazioni.

Bandiere, come tante altre bandiere precedenti, issate oggi su fragili aste, sventolate e non brandite, uguali,  pur in città diversissime.

La bandiera, un simbolo persistente. Che ironia della storia! Bandiere, oggetti altrimenti sventolati per annunciare l’arrivo delle truppe o innalzati trionfanti sui punti più alti delle città conquistate.

Finalmente valori che saldano generazioni diverse, che si nutrono di attenzioni e rispetto reciproco, bandiere dietro le quali l’unica forma di violenza che persiste è verbale, così come è talvolta pervicace la decisione di molti di non sprecare il proprio voto dandolo a certuni che si candidano per la rappresentanza.

Quali letture giovanili hanno alimentato tutti costoro?  Questa moltitudine mista, di giovani e di adulti?

Un viaggio a Sarmede, il microscopico paese veneto vulcano di immagini per bambini, che riporta nella soavità del sognare un mondo migliore, potrebbe far pensare che abbiano letto anche qualcosa d’altro. Là si raccolgono delicatezza, surreale  problematicità, quasi ci si potesse preparare al futuro attraverso la bellezza.

Forse questo turbinio di prodotti, tra i quali ci si destreggia costantemente, non solo imbonisce l’acquirente e accontenta nel frattempo chi li produce e vende, ma insegna pure a non fidarsi, mai, e per sempre, di chi ti vuol vendere un’idea.

Che sia salutare per la libertà delle menti e degli individui la moltitudine di prodotti ed il loro  turbinarci attorno ?

O forse debbono esistere due mondi di libri e di opere, da contrapporre ?

Il tema da affrontare sul piano pedagogico, forse, diventa non tanto qual è il prodotto letterario che meglio occupa le menti giovani e più si diffonde. Il vero tema è se quanto leggiamo, o quanto vediamo e ascoltiamo, non solo allena la fantasia, allieta il tempo, allontana dai crucci, rinfocola le fantasticherie, diventa argomento di conversazione, ma aiuta a comprendere il reale, il magma dentro cui gli individui si muovono quotidianamente, con il loro intimo valore personale, con i sentimenti da esplorare e dominare, le aspirazioni e le soluzioni per vivere più a lungo e meglio.

E qui ritorno ai dinosauri.

Dicevo che siamo di fronte ad una possente macchina economica composta da editori, produttori e venditori di giocattoli, creativi, pubblicitari, mass media che oggi alimenta a ondate periodiche l’immaginario infantile, inducendo consumi e fantasie attraverso narrazioni, televisive e cartacee, con l’aggiunta di giocattoli, pupazzi, magliette, berrettini, gadget vari. Il tutto, il più delle volte, viene ambientato in contesti estremamente lontani dalla realtà quotidiana dei bambini, in vicende dove la relazione giocosa e operativa tra bambini non è necessaria (il consumo delle storie avviene in solitudine), tutt’al più la suggestione e l’imitazione reciproca premono e creano moda, ma comunque prevale l’obiettivo collezionistico, anziché quello esplorativo ed esperienziale.

Ebbene, ci siamo chiesti alcuni mesi fa quando lavoravamo sui temi rodariani per lanciare l’omonimo parco, se tale fenomeno, tendenzialmente passivizzante e omologante, non potesse essere in qualche modo contrastato e utilizzato.

Non è possibile negare l’esistenza di questi immaginari “generazionali”, ci siamo detti, e tanto meno opporre ad essi un immaginario teoricamente “migliore” e che sia altrettanto coinvolgente.

Ma Gianni Rodari, con le sue opere e con la sua Grammatica della Fantasia, ha insegnato come si possano comporre narrazioni che, senza trascurare la realtà (di fatti, cose, persone, animali) risultino attraenti, piacevoli, divertenti, così come altrettanto sollecitanti divengano  per la riflessione e il pensiero; semplici, stimolanti verso la creatività; promemoria divergenti, positivi, sui problemi del vivere e del convivere.

Abbiamo dunque sperimentato un approccio creativo, operativo, ottimistico, in uno dei mondi dell’immaginario infantile più fortemente sollecitato negli ultimi anni dalle produzioni per l’infanzia, quello dei dinosauri, dei mostri, delle paure. Abbiamo ricavato uno schema che ci ha condotti ad allestire un’esposizione interattiva, dedicata sì ai dinosauri, ma affrontando il tema dei mostri, degli esseri inconoscibili o fuori dalla portata della normalità, alla maniera rodariana; con la ferma volontà di esercitare creatività e divergenza a partire da un immaginario indotto e sostanzialmente povero; operazione con la quale non si negasse il fantastico ma ci si servisse di elementi di realtà. In questa operazione si è utilizzato il simpatico Giovannino Perdigiorno, personaggio appartenente alla stirpe dei grandi esploratori insoddisfatti, anche lui alla ricerca
del “ paese senza errore”, dove tutto sia “perfetto” e “bello”.

E con lui abbiamo allestito e visitato i paesi dei dinosauri, degli animali di parole, dei mostri notturni, degli ecomostri, dei mostri meccanici e infine dei colori cattivi.

Dunque un compito gravoso spetta a educatori e bibliotecari, quello di conoscere profondamente la produzione, scavare con curiosità nel ricco contesto tanto di quella di massa, quanto di quella ristretta e di nicchia; senza sfuggire alle presunte o palesi storture e contraddizioni. Non fidandosi neppure loro dei marchi di qualità. Ma d’altra parte questa non è anche l’essenza della creatività ? E creatività e autonomia non sono valori che reclamiamo e tendiamo ad attribuire alle professioni di maggior soddisfazione ?

E’ pure necessario però disporre di apparati critici, che aiutino a rileggere i prodotti culturali, a vederli nella loro prospettiva evolutiva, a considerarli pure secondo le caratteristiche economiche sottese, analizzando i cambi di proprietà delle aziende produttrici, le connotazioni delle loro campagne pubblicitarie.

Ma ancora mancherebbe un aspetto, non  secondario. Quello dell’analisi e della riflessione attorno agli effetti culturali e comportamentali che producono, il libro assieme agli altri media, con cui sempre più spesso si intreccia.

Per raggiungere obiettivi di conoscenza soddisfacenti forse non è sufficiente l’osservazione del singolo operatore. Occorrono valutazioni attorno agli immaginari, verifiche sul rapporto tra bambini, ragazzi e media, senza trascurarne alcuno, sino ad arrivare al cellulare ultimo nato, shaker fantastico di parole, scrittura e immagine. Ma qui mi fermo, perché vorrei narrare in altra occasione le prime azioni scaturite dall’Osservatorio Bambini & Media, recentemente sorto a Napoli e sostenuto da una Fondazione.

*Pedagogista dello

studio pedagogico

Acerbi e Martein

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