Diritto di credito e dovere di riparazione contro le ingiustizie globali

Diritto di credito e dovere di riparazione contro le ingiustizie globali

In questo articolo vorrei focalizzarmi su due delle principali linee-guida di tipo etico che orientano l’operato degli istituti di credito con finalità sociali e sulle basi filosofiche di
queste: il diritto di credito per il microcredito e il dovere di riparazione per le banche etiche, al fine di mostrare il valore di questi ultimi e il contributo che hanno fornito a questa parte del settore privato nel livellare le disparità globali.

Eleonora Viganò*

Diritto di credito e dovere di riparazione contro le ingiustizie globali

In questo articolo vorrei focalizzarmi su due delle principali linee-guida di tipo etico che orientano l’operato degli istituti di credito con finalità sociali e sulle basi filosofiche di queste: il diritto di credito per il microcredito e il dovere di riparazione per le banche etiche, al fine di mostrare il valore di questi ultimi e il contributo che hanno fornito a questa parte del settore privato nel livellare le disparità globali.

Eleonora Viganò*

Negli ultimi anni si sono affermati nel mercato finanziario due tipi di istituti di credito con finalità sociali, le banche etiche e il sistema del microcredito. Essi, pur appartenendo al settore no profit, hanno registrato un certo successo economico. Questo, oltre ad essere notevole di per sé in un periodo di crisi economico-finanziaria come quello attuale, è ulteriormente degno di nota per i principi da cui è stato guidato, i quali hanno avuto ripercussioni sul modo di perseguire tale successo e sulla distribuzione di esso.

Definizioni e distinzioni fondamentali

Una banca etica (BE) è un istituto bancario che opera sul mercato finanziario in conformità a criteri morali che orientano le modalità di gestione della banca, il rapporto con il risparmiatore e la valutazione degli investimenti. Tali criteri sono enunciati in un codice di autoregolamentazione o codice etico (CE), una dichiarazione dei diritti, dei doveri e della responsabilità sociale della banca nei confronti non solo dei dipendenti, ma anche dei fornitori, dei clienti, della pubblica amministrazione e dell’ambiente.

Nella varietà e diversità dei CE che ho studiato permangono costanti il rispetto dei diritti umani basato sulla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, l’attenzione all’impatto ambientale delle attività umane e l’impegno a equilibrare le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo.[1]

Inoltre, tutti i CE che ho esaminato presentano come punto di riferimento negativo da cui distanziarsi l’antropologia riduttiva propria dell’economia mainstream o standard. Ciò significa che queste banche rifiutano di concepire l’uomo come un agente razionale autointeressato, il cosiddetto homo oeconomicus, la cui razionalità risiede nella coerenza delle scelte adottate per massimizzare l’interesse personale, cioè l’utile. Pur non presentando un modello alternativo di agente, le BE sostengono che l’individuo può essere spinto all’agire da diverse motivazioni e che egli tiene presenti considerazioni di tipo etico anche nelle sue scelte economiche. Da tale prospettiva deriva anche il rifiuto di far coincidere il fine dell’azienda con la massimizzazione del profitto e di ridurre la responsabilità fiduciaria ai soli azionisti o shareholder. Per le BE, il fine dell’azienda è la massimizzazione del bene collettivo dei soggetti direttamente e indirettamente investiti dall’attività, rispettivamente gli shareholder e gli stakeholder; questi ultimi sono coloro che possono trarre beneficio o essere danneggiati dalle attività di un’azienda e che permettono a quest’ultima di funzionare: dipendenti, fornitori, clienti, comunità limitrofe e in ultima analisi il pianeta stesso.

Il microcredito è un sistema di piccoli prestiti concessi a gruppi di cinque persone che si sostengono a vicenda, senza pratiche legali, in cui l’unica garanzia è rappresentata dal rapporto fiduciario che si instaura all’interno del gruppo e tra il gruppo e il prestatario. Esso è stato ideato per aiutare i cosiddetti non bancabili, i poveri che non possono usufruire del sistema bancario tradizionale, perché, non possedendo nulla, non offrono alle banche alcuna garanzia di restituzione del denaro ricevuto in prestito. L’ideatore di tale sistema avviato all’inizio in Bangladesh è Muhammad Yunus, professore di economia che nel 2006 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

Anche l’operato degli istituti di microcredito è guidato dalla critica al paradigma dell’homo oeconomicus e presenta come linea-guida il rispetto della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, ponendosi come fine quanto sancito nell’articolo 25 di essa: il miglioramento delle condizioni di vita dei prestatari.

Il diritto di credito

Secondo Yunus, uno dei luoghi comuni tipici dell’economia mainstream è la considerazione che l’imprenditorialità sia una qualità di pochi, presupposto che produce programmi di lotta alla povertà, come quelli tipici del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, volti a stimolare l’economia di un paese attraverso la costruzione di infrastrutture, senza contemplare la possibilità di lavori autonomi.

Yunus afferma, invece, che i poveri non sono tali perché inerti o privi di capacità, ma perché sprovvisti di mezzi, portando a sostegno della sua tesi il successo economico delle piccole imprese private avviate dai non bancabili grazie al microcredito, come, ad esempio la fabbricazione di sgabelli, la vendita di stoffe a domicilio, l’allevamento di qualche animale e la decorticazione del riso. I poveri sono dotati di inventiva, perché riescono a sopravvivere nonostante l’indigenza, ma la creatività non può dar frutti apprezzabili laddove non si possiede nulla. Per questo, il diritto primario dell’individuo deve essere, secondo Yunus, il diritto di ricevere credito.

I microprestiti concessi agli individui più indigenti permettono loro di disporre dei capitali necessari per l’attivazione di piccole iniziative economiche e ciò rappresenta il punto di partenza per risollevarsi da una condizione di miseria e realizzare il proprio progetto di vita. Secondo Yunus, nel mondo di oggi il rispetto dei diritti umani passa per l’attività economica, tanto che egli definisce la povertà l’assenza di ogni diritto umano. Il credito responsabilizza l’individuo che deve restituire il prestito e rappresenta il mezzo per plasmare la sua esistenza. Il sistema del microcredito permette l’uso versatile del denaro secondo le proprie potenzialità.

Inizialmente, tale sistema si rivolgeva alle donne perché in Bangladesh, a maggioranza musulmano, sono discriminate sul lavoro, maltrattate dalla famiglia e rappresentano la maggioranza dei poveri. All’obiettivo di una parificazione tra i generi si sono aggiunte in seguito ragioni legate allo sviluppo, perché la donna si adatta meglio e più velocemente al processo di autoassistenza e i proventi del suo lavoro non vengono adoperati per fini personali, ma sono investiti nella casa e nel futuro dei figli.

Le osservazioni di Yunus sulla povertà concordano con l’etica delle capacità di Amartya Sen, sebbene il primo non faccia alcun riferimento esplicito a tale autore. L’etica delle capacità è il risultato di un’impostazione interdisciplinare che unisce un impianto filosofico con prospettive di economia e di scienza sociali, finalizzato a fornire criteri per stabilire la giustizia di azioni dotate di rilevanza pubblica. Gli elementi fondamentali dell’etica delle capacità sono, appunto, le capacità, intese come opportunità (presenza di condizioni esterne favorevoli), abilità del soggetto, possibilità di scelta e come libertà di mettere in atto più stili di vita alternativi.[2]

Per Sen la maggior parte dei diritti sono da intendere come diritti a certe capacità e il diritto di ricevere credito è la capacità economica di entrare nel mercato, considerata un elemento fondamentale della fioritura umana, poiché costituisce lo strumento principale per accedere alle risorse necessarie all’attuazione del proprio piano di vita e in uno Stato liberale è la base per godere effettivamente
di molti diritti. Un cittadino povero di un paese in via di sviluppo può godere del diritto di voto, ma non lo esercita realmente perché non ha il tempo di recarsi alle urne, in quanto deve provvedere prima alle proprie necessità primarie o non ha la possibilità di raggiungere i seggi, poiché non possiede alcun mezzo di trasporto oppure non è informato riguardo le elezioni in corso.

Le banche etiche e il dovere di compensazione

L’attenzione delle banche con finalità sociali alle problematiche del Sud del mondo si collega a questioni di giustizia sociale globale, in cui il principale dovere dei paesi industrializzati nei confronti di quelli in via di sviluppo è il dovere di riparazione.

Per ottenere una corretta distribuzione del benessere, le BE si soffermano molto sui membri meno avvantaggiati della società, cercando di offrire loro il massimo beneficio. Questo si traduce sul piano globale nel dovere dei cittadini dei paesi ricchi di indirizzare parte delle proprie ricchezze verso i paesi in via di sviluppo, nella forma di investimenti. Tale dovere è definito di riparazione, poiché le BE affermano che l’impegno che i paesi industrializzati devono mettere in atto per il Sud del mondo è dovuto alla responsabilità che i primi hanno avuto nel creare l’ordine socio-economico mondiale oggi esistente, prima con le politiche coloniali, poi attraverso il controllo degli organismi internazionali di aiuto per i paesi in via di sviluppo, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che può essere definito una nuova forma di colonialismo.

Il dovere di riparazione delle BE è accostabile al dovere di prevenire il male enunciato da Peter Singer e al dovere di non fare del male di Thomas Pogge.

Per Singer i paesi industrializzati hanno obblighi morali nei confronti degli abitanti dei paesi poveri, sulla base due assunti: primo, la sofferenza e la morte causate dalla mancanza di cibo, riparo e cure mediche è un male per tutti gli esseri umani; secondo, se è in potere di un individuo prevenire il verificarsi di un male, senza sacrificare nulla di moralmente comparabile[3], allora egli è in dovere di farlo, anche se il beneficiario dell’aiuto si trova in un luogo molto distante. Quest’ultimo principio altera le tradizionali categorie morali, secondo cui il soccorso alle popolazioni bisognose fa parte degli atti di carità, ovvero azioni che sarebbe bene compiere, ma, nel caso non lo si facesse, non si realizzerebbe alcun male.[4]

I prestiti delle banche con finalità sociali forniti ai poveri e gli investimenti in attività nel Sud del mondo presentano una funzione simile a quella degli aiuti propugnati da Singer: sono un mezzo per sopravvivere e per intraprendere un lavoro che avvii gli individui verso l’autonomia. Se si assumono seriamente gli assunti di Singer, specialmente il dovere di prevenire il male senza rinunciare a qualcosa di moralmente comparabile, l’investimento del proprio denaro in una banca tradizionale diventa moralmente sbagliato. Il sacrificio richiesto al risparmiatore di una BE è minimo dal punto di vista economico e risiede in un tasso d’interesse leggermente inferiore a quello di mercato, ma innesta un circuito virtuoso per le imprese del Sud del mondo che possono usufruire di quegli investimenti, ottemperando così il dovere di non fare del male a queste popolazioni, male costituito dalle difficili condizioni in cui versano.

Secondo Pogge, se i paesi ricchi non fossero responsabili della povertà mondiale, avrebbero solo un dovere di beneficenza verso i paesi poveri, ma poiché i primi sono la causa delle difficoltà dei secondi, viene loro applicato il dovere di non fare del male. Infatti, l’ordine globale è determinato dalle trattative e dalle negoziazioni internazionali, in cui i governi dei paesi industrializzati hanno una forza contrattuale superiore a quella dei paesi in via di sviluppo e rappresentanti il cui mandato consiste nel perseguimento degli interessi della propria nazione. Ciò non significa che il resto dei cittadini sia escluso, per Pogge, poiché essi hanno votato tali rappresentanti e con il loro voto legittimano le azioni di questi ultimi. Perciò, gli abitanti dei paesi ricchi sono coinvolti nel danneggiare i poveri del mondo[5]. Tuttavia, gli investimenti nelle BE rappresentano un mezzo alla portata dei privati cittadini per correggere “dal basso” questo ordine globale ingiusto.

Conclusioni

Le banche con finalità sociali costituiscono un tentativo da parte dei cittadini privati di partecipare al bene collettivo anche attraverso l’attività economica e, anzi, servendosi proprio di questa per migliorare le condizioni dei più svantaggiati, senza più contare sulla capacità da parte degli stati nazionali di distribuire equamente i beni, né su quella degli organismi internazionali di aiuto, né sulla beneficenza. Il dovere di riparazione del Nord del mondo e il diritto al credito del Sud costituiscono l’orientamento morale di questi istituti di credito. Tali linee-guida oltre a favorire un appianamento delle disuguaglianze mondiali, e ad avere quindi un valore etico e sociale, hanno anche un valore economico, contrariamente al pregiudizio secondo cui etica ed economia sono inconciliabili, poiché l’adozione di essi su una prospettiva di medio-lungo periodo risulta economicamente vantaggiosa[6].

*Centro Studi di Etica Pubblica, Università Vita-Salute San Raffaele

Bibliografia

Pogge T., World Poverty and Human Rights. Polity Press, Cambridge 2008.

Sen A. K., «Codici morali e successo economico», in La ricchezza della ragione, Il Mulino, Bologna 2000.

Sen A. K., Etica ed economia, Laterza, Bari 2006.

Sen A. K., Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondatori, Milano 2001.

Singer P., «Famine, Affluence, and Morality», in Philosophy and Public Affairs, 1, 3, 1972, pp. 229-243.

Yunus M., «Il credito come diritto umano», in CNS-Ecologia Politica, 1-2, 57-58, 2004.

Yunus M., Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano 2008.

Yunus M., Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano 2008.

Yunus M., Si può fare!, Feltrinelli, Milano 2010.


[1]              I codici etici che ho analizzato appartengono alle banche etiche anglosassoni RFS Social Finance, Co-operative Bank, Shore Bank, all’olandese Triodos Bank che ha filiali in Belgio, Germania, Regno Unito e Spagna e alla Banca Etica di Padova.

[2]              Sen A. K., Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2001.

[3]              Con «moralmente comparabile» Singer intende un male simile a quello che si desidera evitare o un’azione che è sbagliata in sé oppure la mancata promozione di un bene equivalente al male da prevenire.

[4]              Singer P., «Famine, Affluence, and Morality», in Philosophy and Public Affairs, 1, 3, 1972, pp. 229-243.

[5]              Pogge T., World Poverty and Human
Rights. Cosmopolitan Responsibilities and Reforms
, Polity Press, Cambridge 2008.

[6]              Negli Stati Uniti 3 trilioni di dollari sono stati investiti in fondi etici nel 2010 (dati tratti da «2010 Report on Socially Responsible Investing Trends in the United States» della Social Investment Forum Fondation), mentre in Europa i fondi etici ammontavano a 75 miliardi di euro nel 2010 (dati tratti dal report «Green, Social and Ethical Funds in Europe» realizzato da Vigeo). I motivi di tale successo economico risiedono nella soddisfazione di una nuova fetta di mercato che sta aumentando progressivamente, i cosiddetti “risparmiatori responsabili”, nella riduzione dell’asimmetria informativa e dei costi di transazione, grazie al rispetto di valori come la trasparenza e la fiducia, e nell’aumento della produttività dei dipendenti di tali istituti di credito, i quali si sentono maggiormente motivati nella loro professione, riconoscendosi parte di un’attività volta al bene collettivo.