Tra donne e uomini – dialogando con Gabriella Mariotti

La psicanalista Gabriella Mariotti scrive per noi un breve e denso saggio in cui tratta delle identità di genere quando si trasformano in vincoli, divengono ruoli. I primi esempi, tratti dalla sua esperienza clinica, riguardano i vissuti di maternità e paternità, con i paradossi, le contraddizioni e il carico di sofferenza che possono portare nel contemporaneo, quando i modelli tradizionali, diffusi nella cultura sociale ma profondamente interiorizzati in ciascuno e ciascuna, si scontrano con diverse attese di sé e diverse attese relazionali tra i due sessi. Si affronta così l’eterno dilemma tra natura e cultura, i confini labili – se esistono – tra l’una e l’altra. La conclusione è un richiamo alla libertà di scelta, libertà che però trova forma e senso in un lavoro di consapevolizzazione personale.

Identità di genere e rigidità relazionale

Una paziente, ma potrei narrare altrettanto di molte, mi dice con voce angosciata che il rapporto con il suo bimbo nato da qualche mese le è di peso, che non ne trae la gioia che immaginava, che l’esasperazione è sempre in agguato e infine che la rabbia divampa quando il marito torna a casa con l’espressione del viso atteggiata a “stanchezza da lavoro”. Lei, continua, è chiusa in casa, o al massimo a fare una passeggiatina con il bimbo, cercando i modi migliori per nutrirlo, consolarlo, divertirlo, mentre lui continua la sua vita di sempre, esce e si confronta con altri adulti, può dimenticare le notti insonni e l’impegno quotidiano fatto di pappa, cacca, pianto, coliche. Parole simili a quelle scritte nel 430 a. C.: “un uomo, quando si sente oppresso dalla convivenza in casa, può uscire e liberare il proprio cuore dalla pena. Dicono di noi che viviamo al sicuro dentro casa, mentre loro combattono in battaglia. Sono pazzi! Vorrei trovarmi tre volte in prima linea che partorire una volta sola!” (Euripide, Medea). Il fatto che a pronunciarle sia stata Medea, colei che ha ucciso i propri figli, può allarmare facilmente e al contempo del tutto inutilmente: quelle denunciate dalla paziente sono emozioni che molte madri provano (e delle quali sentono colpa, gravate come sono dall’iconografia della madre felicemente oblativa) senza per questo passare minimamente all’atto. Soprattutto, sono parole che ricorrono particolarmente per quanto concerne “l’ingiustizia” e la disparità nella qualità di vita tra loro e il loro partner. Poche ore dopo, sul lettino del mio studio si sdraia un giovane uomo, padre di due bimbe piccole, nate a pochissima distanza l’una dall’altra. Sente la rabbia e l’ostilità della moglie, e non se ne capacita: ha lavorato molto, ha cercato tutte le opportunità professionali possibili per guadagnare (è andato in battaglia), per sostenere la famiglia in modo tale che la madre e le bimbe possano avere tutto ciò che necessita e procura tranquillità. Ha sempre pensato che il compito del padre fosse esattamente questo, soprattutto nei primi mesi di vita dei figli, e che non ci fosse alcun privilegio in tutto questo. Aggiunge, intelligentemente, che tornare a casa tardi la sera implica trovare tutti già stanchi, sia la moglie affaticata dalla giornata sia le bimbe nervose: “io prendo il tempo peggiore”, conclude. Se la prima paziente, madre, lamenta una disparità qualitativa, il secondo paziente, padre, non è da meno: anche lui lamenta una disparità qualitativa.

Questo casuale incontro ravvicinato tra due sedute quasi speculari, illustra molto bene che cosa sta accadendo: l’impero delle identità di genere di ruolo, la sottile violenza che esercitano e le frustrazioni che generano, calate oltretutto in un’epoca totalmente distonica rispetto ai loro contenuti. La rigidità di tali ruoli implica regole spesso depauperanti e anacronistiche, come quella che non tiene conto del fatto che una madre ha lavorato, magari con interesse e passione, fino a poco prima del parto e che, dopo, si trova con il proprio ventaglio identitario arricchito da una parte, ma fortemente impoverito dall’altra. Così come non tiene conto del fatto che molti padri desiderano veramente occuparsi dei propri figli, e che sentono con tristezza di essere invece “espulsi” dai primi mesi di vita della prole. Ma una madre ambiziosa si sente degenere, e tale viene spesso considerata anche dal partner, e un padre che curerebbe volentieri i propri figli neonati si sente “sbagliato”, e tale viene spesso considerato anche dalla partner (il ridicolo “mammo”). I compiti attribuiti per secoli all’altro genere sono ancora sentiti come colpevoli o inadeguati se attribuiti al proprio stesso genere. Vi è infatti una sottile e devastante violenza nella prescrittività dei ruoli di genere, una violenza che umilia sia il soggetto che affannosamente cerca di aderire al modello socialmente imposto sia l’oggetto che dovrebbe aderire altrettanto al modello complementare, adesione che sacrifica ciò che non è incluso nel modello stesso e che finisce per essere percepito come svalutante.  Purtroppo, la psicoanalisi non sempre è riuscita a tenere debitamente in conto l’influenza delle convenzioni sociali, e pur avendo ben chiarito la potenza del Superio sociale e le spinte all’adeguamento che ne derivano, come ha più volte sottolineato Davide Lopez, tuttavia la riflessione psicoanalitica ha spesso ignorato ciò che logicamente ne derivava. A partire da Karen Horney, accusata di culturalismo a causa della sua messa in discussione dell’origine istintuale dell’invidia del pene, fino a Franco Fornari, che riconoscendo nella cosiddetta paranoia primaria la tendenza a esportare sul padre la persecuzione insita nel rapporto madre-figlio, ne ha però fatto una sorta di meccanismo aculturale, dimenticando che nei ruoli di genere il padre effettivamente si trova in una condizione il più delle volte privilegiata: non è questione, dunque, di istinto o meccanismo che si ripete in osservanza alle leggi dell’inconscio, bensì si tratta anche di una spesso motivata rabbia della madre che si sente lasciata sola dal padre e che lo è nei fatti. Se le donne sono vittime della prescrittività di genere in modo particolarmente intenso (non dimentichiamo l’iconografia della Madonna o dell’oggetto sessualmente appetibile), non va sottovalutato che anche gli uomini ne patiscono conseguenze assai negative. L’esempio del “tempo peggiore” è un segnale piuttosto chiaro di come ad una più approfondita riflessione un padre possa sentire la mancanza di un “tempo migliore”, un tempo appunto libero dalle schiavitù di genere.

Mi sono soffermata sulle dinamiche che si attivano in una coppia alla nascita di un figlio, ma la violenza delle identità di genere di ruolo è ubiquitaria: il sottile disprezzo per tutto ciò che esula dalle prescrizioni si rivela verso un uomo che guadagna meno della moglie, verso una donna intelligente e colta che si interessa di questioni ignote al proprio compagno, di una madre che rivendica la propria ambizione professionale, di un uomo che invece non ne abbia di molto intense, senza parlare poi della riprovazione diffusa nei confronti di una donna che dichiari di non desiderare figli, mostro privo del nobilitante cosiddetto “istinto materno”. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma ciò che ritengo sia di maggior interesse sono le conseguenze di tale prescrittività, sia nei termini di una rappresentazione di sé “intaccata” da desideri non omologati, sia nei termini delle dinamiche di coppia, conseguenze che hanno un denominatore comune: la delusione. Infatti, pur in modo del tutto ambivalente, le regole prescrittive svolgono anche un ruolo rassicurante, poiché orientano l’identità e definiscono i compiti, ma tale ruolo viene scosso quando il soggetto avverte che il proprio mondo
interno o l’oggetto d’amore sfuggono alle regole. E’ allora delusione cocente, che porta con sé la rabbia del disorientamento, e che, nella coppia, costringe a riprendere su di sé ciò che era stato proiettato sulla o sul partner, quel ruolo appunto complementare che dovrebbe completare e al contempo confermare il proprio ordinamento di caratteristiche e compiti emotivi rigidi . La delusione, o meglio ancora la disillusione, si appoggia sulla de-idealizzazione, un passaggio che tutti gli innamorati attraversano ma con opposti esiti: se nel senso più sano, la de-idealizzazione comporta la scoperta del partner come persona complessa, con tratti che mantengono il valore di ammirazione e altresì tratti distonici rispetto alle aspettative, in senso meno sano la de-idealizzazione promuove soltanto la negatività dell’oggetto d’amore, la frustrazione delle attese riparative riversate sul partner. In questo gioco, le identità di genere di ruolo giocano una parte molto importante: il maschio, educato ad essere “maschio”, si aspetta una compagna educata ad essere “femmina” (più che donna), e la donna, educata ad essere “donna”, si aspetta un maschio educato in tal senso. Nel caso di cui ho parlato inizialmente, appare evidente che la madre si aspetta un compagno paterno nel senso protettivamente affettivo, pieno di ammirazione e gratitudine verso la donna, e il padre si aspetta una compagna materna nel senso affettivamente esteso, beatamente gioiosa delle sue giornate con la prole. Entrambi, a ben guardare, si aspettano un partner educato ad essere ciò di cui il soggetto ha bisogno per sentire valorizzato il proprio stesso ruolo. Curiosamente, ognuno si aspetta qualcosa che gira intorno all’idealizzazione di un bisogno infantile, quello di trovare nel partner il genitore reciprocamente premiante, pienamente rispondente alle attese di riconoscimento e valorizzazione.

Certamente, vi sono prescrittività di ruolo più o meno arcaiche e primitive, che vanno dal possesso tout court dell’oggetto d’amore, come fosse una assicurazione sulla vita, a varianti più sfumate e elaborate, ma altrettanto profondamente inscritte nell’inconscio dei soggetti. Spesso ho notato in persone intelligenti, colte ed emancipate, donne e uomini, una caduta improvvisa nello stereotipo più retrivo: un gruppo di giovani donne va in vacanza nell’Italia del sud, il viaggio è lungo certamente, ma il commento della mia paziente è straordinario: “Ce l’abbiamo fatta da sole!”, mi dice con orgoglio. “Da sole?! Ma eravate in dieci!” commento. Da qui, si apre un ventaglio di consapevolezza articolato sul fatto che “sole” voleva dire senza uomini, come se un viaggio senza accompagnatori maschili fosse una impresa eccezionale, tanta era l’abitudine a pensarsi incapaci di compierlo “da sole”. E un altrettanto giovane paziente mi racconta con imbarazzo di una sua passione per i fiori, di una vera e propria cura materna che dedica loro, annotando l’andamento degli sviluppi e delle difficoltà, seguendo la loro crescita e godendo della loro fioritura. E’ un imbarazzo legato al ruolo appunto femminile che, secondo lui, sarebbe implicato in questa sua passione.

Il corteggiamento è un altro momento in cui le identità di genere di ruolo balzano in primo piano: ci si aspetta che “il primo passo lo faccia lui”, pena altrimenti la sua fuga immediata, e che la donna, magari matura ed emancipata, attenda fiduciosa e magari anche un po’ ritrosa. E il contenuto di queste prescrittività è così profondamente radicato, così “naturale”, che spesso il soggetto non lo percepisce in quanto tale, non ne coglie il portato culturale al punto da non interrogarsi sul senso e sull’effetto di tali convincimenti. Potremmo dire che entrambi i generi si comportano come chi, da sempre vissuto accanto a una ferrovia, non riesce neppure a concepire che vi possa essere un luogo senza rumore, senza sferragliare, senza disturbo. E’ una vera scoperta, spesso destabilizzante, sentire che questo luogo esiste, che nella propria vita reale, e non soltanto per via teorica, le identità di ruolo possono essere oggetto di cambiamento.

Parlo di destabilizzazione perché la crisi della identità di genere di ruolo, prima di portare a un legittimo allargamento del ventaglio identitario, comporta un vero e proprio stravolgimento in termini di autorappresentazione e di riconoscimento di sé: si provi a pensare che la prima parola che viene detta all’infante è già declinata per genere, e in questa declinazione viene veicolato un contenuto molto preciso, trasmesso quindi in senso transgenerazionale. E’ un non detto che fin da subito articola, orienta, decide e impone i comportamenti, e prima ancora, il modo di pensare a sé. Su tutt’altro argomento (la guerra), Freud accennava al fatto che la cultura si radica al punto di divenire natura: forse tutti saremmo capaci di uccidere, ma certamente il tabù dell’omicidio può essere interiorizzato così profondamente che molti di noi non sarebbero in grado di farlo se non in condizioni estremamente particolari. L’interiorizzazione può trasformare la cultura in “natura”, in dato automatico e irriflessivo, e ciò accade anche a proposito delle identità di genere di ruolo. Qualche tempo fa, un collega descriveva un successo terapeutico: la propria paziente, che respingeva con terrore la propria identità femminile, si presenta in seduta con la gonna, invece che con i suoi soliti pantaloni. Sicuramente, questo avvenimento è stato un giro di boa nell’elaborazione di quel terrore, ma al collega non era passato per la mente che forse il recupero della femminilità potesse passare anche, e magari soprattutto, per altre vie, che potesse manifestarsi con altri segnali: ci si aspettava la gonna, la dolcezza, la seduttività. E la griglia interpretativa rischiava di divenire stretta e cieca ad altre manifestazioni di emancipazione della paziente dal proprio rifiuto della propria identità di genere. Forse il collega sarebbe rimasto deluso, se la giovane donna che aveva in cura non si fosse adeguata a ciò che lui riteneva un linguaggio femminile. Ma forse sarebbe stata anche una esperienza ben più destabilizzante, se si fosse reso consapevole che la questione non riguardava solo il codice comportamentale della sua paziente, ma le proprie stesse certezze, le proprie stesse “regole orientative”, la propria stessa rassicurante immagine di genere: una disillusione che avrebbe investito alcuni dei capisaldi sui quali si costruisce il proprio modo di essere nel mondo.

Tornando quindi al tema della disillusione, abbiamo detto che i codici di genere comportano disillusioni reciproche, tanto più profonde quanto più racchiudono attese arcaiche di riparazione, ma d’altro canto abbiamo visto come essi svolgano anche un ruolo assai rassicurante: si sa come comportarsi, si sa come si debba comportare l’altro (la prevedibilità annoia, ma al contempo mette al riparo dall’incertezza). E’ lecito pensare che la rinuncia alla libertà di esprimere una declinazione identitaria ampia sia un prezzo adeguato da pagare per sentirsi rassicurati e contenuti? Per poter “prevedere”, per orientarsi nel mare magnum delle dinamiche relazionali? Credo che ciascuno di noi, se si pone questa domanda, possa  scegliere, e credo che tale scelta non sia comunque sindacabile, ma credo altresì che, come ogni scelta, debba essere affrontata alla luce della consapevolezza, fuori da automatismi irriflessivi. Se però la scelta va verso la messa in crisi delle identità di genere di ruolo, e dunque verso la messa in crisi di stereotipi inconsci, di violenze sottili e solo apparentemente inoffensive, di claustrofobiche gabbie psichiche e comportamentali, allora si deve essere preparati a un ascolto attento, sensibile e critico di sé in primo luogo e poi dell’altro, e si deve al contempo essere preparati ad andare oltre la nostalgia per un mondo ordinato e definito, tanto rassicurante quanto tristemente limitato.