Tra donne e uomini – dialogando con Stefano Ciccone

Qualcosa manca, così conclude il suo scritto e le sue riflessioni Stefano Ciccone. Qualcosa manca ed è mancato in questi venti anni di relazioni tra donne e uomini in cui ci siamo misurate e misurati con i cambiamentri radicali che il femminismo, anzi i diversi femminismi hanno significato per ogni donna e per le condizioni di vita e la percezione di sé di tutte le donne, e con il cambiamento, la presa di coscienza di un possibile maschile diverso, che (alcuni) uomini hanno elaborato come concreta e innovata opportunità esistenziale. Qualcosa manca in particolare sul palcoscenico della politica – ma il discorso di Ciccone tocca anche terreni più generali – in cui non sono riusciti a trasferirsi i discorsi, i confronti e anche i conflitti che hanno segnato

i dialoghi intrapresi, con fatica, tra i due sessi. L’autore tenta alcune interpretazioni, pone in luce contraddizioni e assenze, ma anche ambiguità e carenze di autenticità. Apre a considerazioni con le quali è necessario che tutte e tutti ci confrontiamo: perché il dialogo continui.

Come vanno le relazioni tra donne e uomini nei contesti politici?

Si tratta di un tema molto controverso e trovare delle dominanti può essere una forzatura. Dunque è necessario distinguere tempi, collocazioni politiche.

È evidentemente molto diversa la situazione tra destra e sinistra e, soprattutto, questa è mutata negli ultimi anni.

Non è cambiata solo la percezione del femminismo e l’impatto del suo sguardo sulla società, sulle culture politiche e sulle relazioni tra i sessi. È cambiata anche la politica come pratica sociale diffusa. La vita dei partiti come comunità plurali si è impoverita, l’attività delle istituzioni è divenuta più impermeabile al conflitto e alla creatività sociale, le esperienze e le culture politiche si sono frammentate frammentando la stessa esperienza delle persone.

Gli spazi, dunque, per far vivere quella domanda radicale prodotta dal femminismo sulla politica, sul nesso tra vita, movimenti collettivi e istituzioni si sono drammaticamente ristretti.

Provo ad osservare alcuni fatti.

Il primo è l’irruzione dell’immaginario sessuale in politica in modo imprevisto e spesso distorto.

Ciò che ha invaso il discorso politico non è, infatti,  l’assunzione della politicità delle relazioni tra i sessi, della sessualità e dell’immaginario come terreno di conflitto, di costruzione di nuove libertà o di ritorno indietro.

La sessualità è tornata per un verso come riproposizione, sotto le mentite spoglie della trasgressione come richiamo di complicità, di un immaginario arcaico e gerarchico, dall’altro come fantasma perturbante da espungere dall’ordinato esercizio del governo delle istituzioni.

La contesa sulla ricaduta politica del tradizionale scambio di sesso denaro e potere tra donne e uomini ha riportato la sessualità al centro e al tempo stesso l’ha nascosta e imprigionata. È diventato difficile farne oggetto di riflessione politica, di pratiche collettive di critica, trasformazione e liberazione ed è rimasta come allusione: richiamo complice all’egoismo proprietario aggiornato in salsa pecoreccia o al mercato come spazio di relazioni senza aggettivi tra individui neutri.

Parallelamente è riemerso prepotentemente, anche grazie alla rete e al moltiplicarsi di canali di comunicazione politica non  strutturati, l’insulto a sfondo sessuale, la denigrazione dell’avversario/a che fa ricorso a un immaginario sessista omofobo e misogino.

L’uso del potere maschile nelle relazioni con le donne è divenuto o motivo di insulto o terreno legittimato di scambio nel “mercato della politica”.

Qui nasce una prima difficoltà: è possibile costruire una critica politica del sistema di potere che si rivela dietro questo scambio senza cadere nell’insulto corrivo verso le donne coinvolte e senza produrre un nuovo moralismo?

Questa domanda fa emergere un nodo non risolto nella politica di donne e uomini. Il fantasma della soggezione femminile, la giusta resistenza a una rappresentazione che portasse indietro le relazioni tra i sessi e che vedesse solo nelle buone maniere e nel conformismo moralista l’antidoto alla finta trasgressione berlusconiana o alla non innocua volgarità sessista ha portato troppo spesso a proporre una illusoria e un po’ superficiale idea di libertà come libertà di giocare il corpo.

È possibile esplicitare la differenza tra giudizio morale e critica politica? Credo sia possibile solo se si assume la sessualità, la dimensione relegata nel privato delle relazioni tra i sessi, la costruzione dell’immaginario attorno ai corpi e ai desideri,  non come terreno “naturale” ma luogo di conflitto e dunque anche di critica collettiva, di decostruzione di ruoli, modelli e attitudini.

Ma, per fortuna, la politica di donne e uomini, non deve misurarsi solo con la violenza o la messa in scena dell’abuso di potere maschile.

È emerso, seppure in modo contradditorio, precario e frammentato, un desiderio di cambiamento maschile che stenta a prendere forma e che la politica fatica a riconoscere.

In questi ultimi venti anni è poi cresciuta una interlocuzione politica tra un’esperienza di riflessione critica maschile e i tanti femminismi italiani. Questa interlocuzione ha spesso attraversato i luoghi della politica ma raramente è riuscita a metterli a fuoco come terreno di conflitto, a tematizzarne il cambiamento. Sono stati spesso contenitori, occasioni ma raramente sono divenuti terreno di cambiamento, di sperimentazione di nuove relazioni tra i sessi, di costruzione di nuovi significati per la vita di donne e uomini, di uno sguardo diverso sul mondo.

Questa innovazione avrebbe richiesto una radicalità, un coraggio e forse una fiducia che non abbiamo avuto. Abbiamo continuato a praticare non tanto una doppia militanza ma una scissione nelle nostre relazioni e nei nostri discorsi.

Nei partiti, nei movimenti, ma anche in quei pochi luoghi che abbiamo tentato di costruire questo confronto ha spesso stentato a svilupparsi.

Certamente, dal mio punto di vista, la centralità della relazione tra i generi appare un nodo controverso: da un lato ne colgo la forza, dall’altro vedo continuamente il rischio di una distorsione.

Un differente credito dettato da una relazione ma che spesso rischia di rendere meno attento l’ascolto di un discorso imprevisto, proveniente da un’interlocutrice o interlocutore inatteso. O, al contrario, un’apertura di fiducia, in nome di una relazione e un riconoscimento, che non sceglie di esplicitare il conflitto come risorsa, come terreno possibile e non distruttivo, ma al contrario…

Per me riconoscere il valore di una relazione vuol dire aprirsi all’ascolto, riconoscere all’altra/o non tanto un’autorità quanto una autenticità.

Questo mi porta ad evitare l’usuale liquidazione reciproca che offre sempre più spesso un alibi, in politica per non mettersi in discussione e non fare i conti con i propri limiti e le proprie aporie (basta ironizzare sulle miserie altrui).

Ma a me non basta: per me relazione è interrogazione reciproca, è incalzare l’altro/a in modo esigente e non anteporre questa relazione al merito, agire un conflitto.

Troppe volte, invece, ho visto appellarsi a una relazione per evitare questo conflitto, per una generica apertura di fiducia che non diventa interrogazione.

Se dovessimo fare un bilancio, dopo circa vent’anni di dialogo, diffidenze, tentativi, incontri e arretramenti qualcosa manca.